(un tributo a non so cosa) n.2

settembre 23, 2011

Schiocca le dita, che torno stupida.

Tutto succede nel modo sbagliato, e abbiamo pensato che è meglio una cosa giusta. Allora io giuro solennemente di sparire, dico che non esisto e incrocio le dita sul cuore; il fantasma di una me agonizzante mi picchietta sulla spalla e dice: come, adesso lo sai fare?

Intanto succede che non so niente di lui, dispongo in cerchio le poche informazioni, il vuoto in mezzo lo riempio di tremori, di sorrisi erotici, di virtù possibili, di giorni passati e giorni a venire, di baci ben dati, di momenti magici, di evoluzioni, di illusioni plausibili. Che poi, bastano tre punti per fare un contorno, tutti quelli che aggiungi servono a perfezionarlo. Il vuoto in mezzo, per ogni amore, è sempre il bianco cieco del tuo amore.

Non ho una religione, ma sostengo di capire i numeri, la matematica metafisica e immutabile. Che mi parla, mi culla e mi consiglia. La mia matematica è una superstizione.
E allora: ventiduesettembre, cosa hai imparato, bella bimba?
Questo ho imparato.
Che: succede alle due e ventidue del ventidue settembre che io mi stia spogliando, e annaspi bianca e stupida nell’innamoramento. Che: subito dopo, racchiuso in una sfera, l’universo del possibile ruota lentamente tra le mie mani elettriche ed io faccio un bel sorriso e interrompo la corrente (quindi, adesso lo sai fare). Che: è vero, c’è stato il momento. La sfera delle possibilità rotola sul pavimento. Hai preso la tua decisione. Allora è solo questo, ciò che non ha fatto, e ciò che non ho fatto? Lasciare stare, lasciare cadere. È questo, rinunciare? Spesso non so cosa significhi, quello che imparo.
Dammi sempre la saggezza di discernere il bene dal male, o cosa che mi parli coi numeri. Ma, sul serio, cosa volevi dire? Appare maiuscola sullo schermo la scritta che è solo equivocabile: NON CI PROVARE.
Un tradimento è vigliaccheria o coraggio? Io che mi cancello è superbia o altruismo?
Ora dimmi: sbatti gli occhi con grazia e poi un bel sospiro, spettini capelli sfatti e poi? Sbatti gli occhi con grazia. Domani esci di casa, aspetti un resoconto, parli con la gente.

Schiocca le dita, che torno stupida.

Poi ricorderai: il potere violento dei nomi, il momento di vertigine in cui riacquistavi consistenza, un viso sconosciuto e talmente incredulo, silenzi e imbarazzi e déjà-vu e scioglimenti: ti prego, dimmi ancora che vuoi spogliarmi. Cerca di dimenticare, invece, la scarsa gratificazione data dall’autodisciplina, dalla vanità, dall’abilità retorica.

Come ci si saluta, mi chiese, l’inverosimile per sempre sottinteso. Come ci si saluta, mi chiede ora anche lui, più plausibilmente.

Pausa: te lo ricordi, com’eri, a vent’anni? Santarellina e innocentina e bianca e lucidata che a guardarti ti si sporcava, ci si sentiva sporchi, te lo ricordi?
E te lo ricordi com’è finita? I tradimenti e i pianti, monumenti costruiti su arti amputati a qualcuno di cui, a tua discolpa, non hai mai voluto conoscere il volto. Strappata dalle tue convinzioni e consegnata a una scandalosa noncuranza, stilando un bestiario di giustificazioni, appuntandoti al petto collezioni di attenuanti. E sfoggiando intanto il trofeo di un grandeamore, strabilianti scopate e cornetto a colazione, e gita al mare e un paio di poesie e lenzuola sudate e ti presento questoequello e ti do un nome e ti vengo a prendere, scusate devo andare, ti faccio brillare di necessità e onnipotenza, ti amo e ti insegno e ti proteggo, ti sposto le ossa da dentro e guardatemi tutti così bella e forte, che resisto a tutto, che sono onnisciente, che sono violenta, che ho sparso sangue, che lavo i panni, che imparo il sesso, che sono paziente, che riacquisto un corpo, che non ho segreti, che ho visto il futuro e l’ho dimenticato, che mi hanno cambiato il nome, prendimi, prendimi, prendimi, grandeamore.
Ma bastano tre punti per farne un contorno e tutti gli altri non basterannno ad esaurirne la forma. Dopo un giorno conoscevo tutto ciò che bastava ad amarlo, dopo cinque anni non ne sapevo a sufficienza per capire che per lui stava finendo. In mezzo, annidati, miracoli che non vedrò mai e oscuri ingranaggi di degenerazione, luoghi insondabili di pessime decisioni. Il bianco cieco del mio amore.

E in virtù dei miei delitti mi riconciliai con padri e amici e amanti che, come me, potevano sbagliare o, per essere precisi, scegliere bene di fare del male. (Ora, se ti ricordi, dimmi cosa vedi. È una banale riconversione, oppure giochi a essere buona, e hai un pretesto per non perdonare?)
Il ragazzo sfoggia un nuovo amore, altisonante e tenero e qualcosa di più grande ancora, pubblico e sfacciato e aumenta ancora di misura, complice, esclusivo, monogamo, e nuovo. Magari pure vero.
E io stasera tossisco soffocata da una goccia di pioggia, mentre mi tengo a galla nell’oceano che mi stritola.

Secondo addio del mese. Dico, raccontami qualcosa, prima di andare, e lui sorride con grazia e non racconta niente, e spiega: meglio non lasciare in giro pezzetti, che sono piccoli ma difficili da gestire, e poi ci consumiamo.
Meglio.
Così proviamo questa cosa nuova di sparire, chiamo e dico addio, resisto e dico addio, strizzo l’occhio al monitor e dico un altro, sciocco, addio. E poi gli racconto di quella volta che ho pianto alla stazione lacrime inconciliabili con un arrivederci, amore, del mio vestito di pizzo e dei miei tacchi. Non capisce. Dico, alla fine: se mai scriverò un libro, ci metterò dentro la cosa dei pezzetti. E poi spiego, senza alcuna ragione: ho finito i segreti, le rivelazioni, trovate in me qualcosa da consumare. Io non difendo niente, i miei pezzetti posso lasciarli ovunque.

Ora per favore schiocca le dita, che torno stupida.

Un giorno mi chiesero -ero molto giovane e più sveglia di adesso e innamorata del mio professore- di trovare un nesso tra dio, la matematica e le punizioni di Francesco Totti: mi venne naturale.

(aruspicina) n.1

settembre 6, 2011

Finisce -l’estate- in un battito
di denti, in uno schiocco di gomito
e colante di sangue
e poi, orizzontale e gelida
la grandine.

Vorrei tanto aver pensato il tuo nome

nell’intervallo atemporale in cui il mio corpo
si inclinava a comprendere
la consistenza piatta dell’asfalto;

ma forse l’ho pensato.

Qualcosa di simile all’attesa senza fine
della fine, nei mesi in cui precipitavo
ineluttabile

e intanto ci scucivi.

Di sicuro eri
nella bocca viscida di sangue
che colava senza via di scampo
nella lingua
che indagava i brutti disastri
incapace di concentrarsi sul resto
i denti superstiti, ciò che era rimasto
di indolore.

Qualcosa di simile alla mia fuga isterica
su un treno nugolante di zanzare.

Di sicuro dicevo il tuo nome,
sputando e dando il cellulare a mio cugino
liberaci dalla tentazione.
E poi, nel dondolio beffardo
degli incisivi storti
o nelle scariche elettriche costanti
le ossa che grattano sui nervi
dell’avambraccio
nei movimenti
inevitabili
come certi giorni.

Ma liberaci dalla tentazione
-che mi hanno ricucita-
e dire che alla fine l’avevo quasi avuta
la rinoplastica tanto auspicata.
che vista da qui non è poi così comica
non è poi così tenera.

Chiamarti e dire, guarda prima di attraversare.

Una rivelazione: avrei voluto andare a letto col radiologo
solo perché non ha ascoltato le mie suppliche
e rideva
raddrizzandomi il braccio
e finalmente mi ha fatto gridare.