(un tributo a non so cosa) n.3

ottobre 17, 2011

Un tempo, c’è chi lo ricorda, ero Lady Oscar che distende il braccio, sorridente e fiera delle sue armi metaforiche, nel mezzo di battaglie simboliche e cruente.
Principessa, col dono ineguagliabile dell’alleggerimento, conoscevo le leggi che governano gli occhiolini: dicevo mira bene, spara con intenzione.  Infine funzionò.
E io finsi di non essere terrorizzata, finsi di non essere compiaciuta.
Quando successe il fatto, è bene che si sappia, fu più che altro una cosa di caparbietà, e precisione. Fu per questo che non mancai un colpo: fair play, una questione etica. Perché mi fosse riservato lo stesso trattamento. E poi, volevo perdere, disperatamente. Subivamo entrambi, all’epoca, il fascino sottile dell’immolazione. 
 
Un tempo, c’è chi lo ricorda, conoscevo dei trucchi niente male. Per mestiere ammutolivo le coscienze: nel doppiofondo del mio cilindro, fagocitati, vigliaccherie, e tradimenti, sbadataggini e incoscienza; l’egoismo inconfessabile. Dal mio cilindro, mazzi di fiori e bianco, splendente un nuovo nome per ogni triste evento: la predestinazione. E dopo, le scintille, solo le scintille a… beh, a scintillare. Ammutolite, le coscienze battevano le mani: inviolabili come i sorrisi dei bambini al circo, impermeabili alla colpa come alla ragione. Io splendevo, irrinunciabile, consolante e assolutoria come la migliore delle religioni.
 
Ma siamo andati oltre.
 
Numero uno: qualche notte di confusione, sesso memorabile, arrivederci estivo piovigginoso e rapido e un ultimo bacio che ricordo a stento. Un buon argomento di conversazione. Almeno, nessuno negherà che io ci fossi. Almeno ci sono stata, mi hanno toccata. Una primavolta come tante altre, le recite per essere leggera e ininfluente e poi, in nome della mia tanto sbandierata rettitudine, del tutto assente.
 
Numero due: simulacro del mio corpo, piegato ancora al ruolo di bella tentazione, un paio di capricci, il mio sguardo più morbido, un reggiseno grazioso che mi brucia riciclare (però lo faccio, e lo sfoggio, con un certo piacere). Per convogliare tremiti sempre e comunque indebiti, per farmi accarezzare dall’idea e solo da quella, per due complimenti. Vorrei e non riesco a dire che non ci sono colpe, questa volta. Riprovo i vecchi trucchi: rumore come di ruggine, sbuffi come di polvere, mi inceppo continuamente. Fallisce il tentativo di un perdono preventivo, il trucco che mi riusciva meglio, mi dispiace molto, dico, mi dispiace molto: dice, sono qui per mantenere una promessa, sono qui per salutare. Va bene così, è così che è giusto; sono stata anch’io, un giorno, sacrificabile. E come dimenticare. Qualcuna elargì un pompino per consolarlo del mio dolore, e disse “amore, non abbiamo colpa, non ci sono altre strade”. Marchiato a fuoco sul mio palmo aperto, l’altro orrendo lato della medaglia ricomincia a bruciare.
 
Numero tre: non mancano le buone occasioni, ma non resistono all’acido delle mie buone intenzioni, e infine si dissolvono. Mani avanti, e garbati ammonimenti, per una volta non è un mistero cosa sia andato storto, e tu ti stai sbiadendo. Certo, riporta un po’ di sangue sul mio viso malaticcio l’irritazione antica del ‘poteva funzionare’, che è sempre così gratis e all’apparenza inconsolabile, che è sempre disponibile. Chiavi in prontaconsegna per il giardino incantato delle nostalgie solubili, sono troppo barocca? Tu come lo diresti?
Forse, che è ingiusto e semplice, forse sto esagerando, forse avrei trovato parole migliori se avessi avuto un altro po’ di tempo. E forse, è proprio quello il punto.
E adesso, sto scrivendo senza appigli, per amore di completezza e senso del dovere.
 
Come ho già detto: proprio come la mia bocca, sono il glorioso risultato di sottrazioni progressive. Dopo estenuanti riposizionamenti, la bilancia resta in equilibrio: miracolo dei piatti vuoti.
 
Che sì, lo so, lo so, sono carina. Il pretesto di tutti.
Ma io, il terremoto, la lama di luce, stento a riconoscermi le mani.
E io, violenza verbale, splatter odontoiatrico, stripper di mezzanotte: non sento dolore.
E io, razionale e barocca a prestidigitare belle parole, non ho più niente da raccontare.
 
 
Riprendendo un vecchio tormentone: te li trovi che si chiamano uguali, almeno non ti sbagli sul nome che non devi chiamare.
 
Ma siamo già oltre. Oggi bisogna considerare la sensazione di masticare i denti con i denti, sputare frammenti di osso, come nel sugo di carne fatto con disattenzione.
Ci sono cose con cui fare i conti, superficialmente, se ci riesci: la lingua che nel sonno hai mordicchiato e consumato;
la gelosia lieve e generica per le vite degli altri, la malinconia delle finestre accese, una sorta di nostalgia, o di commozione;
il desiderio -struggente- di diventare una cosa minuscola e irrilevante, una cosa inoffensiva e amabile, e vivergli attorno, nella stessa casa, che fosse possibile essere un animaletto che vive nel suo armadio, e che nulla mi ferisse del suo amore diretto altrove e che il mio amore non fosse un’arma.
Oppure, il fatto innegabile che tra gli analgesici troppo blandi e i singhiozzi perfettamente consoni, ancora c’è un altro dolore che resiste e un pianto che non perde di senso. Resto immobile e incapace di capire, attonita e inconsolabile, come un cane lo sarebbe con questo mal di denti.
 
Anche qui, una precisazione: i modi spicci del chirurgo mi insegnano cose interessanti. Mi abbandono alla sua noncuranza, e riesco a flirtare con una certa decisione. Ora ditemi se nn è pericoloso, tutto questo, se non è banale.
 
Un aguzzino maligno e grossolano fa giochi sadici tra i miei neuroni. Nel tripudio delle privazioni, mi addormento piangendo e sogno tutte le cose che non posso fare: prima mia madre e poi mio padre che mi sorprendono a scopare, rido di pura gioia e non mi arrabbio, anche se è colpa sua; di mangiare melanzane con l’aglio, sentendomi colpevole e felice; di fumare una sigaretta seduta su una panchina, nell’aria fresca, sentendomi felice; di bere una birra un po’ sgasata, lamentandomi che sia tiepida, e sentendomi felice.
A sorpresa, sogno anche di ricevere una mail piuttosto secca dall’ultimo ragazzo.splinder.com. Diceva: “se giochi con le forze dell’ordine, non ti lamentare quando prendi le botte”.
 
È giusto e appropriato sotto qualsiasi punto di vista.
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8 Risposte to “(un tributo a non so cosa) n.3”


  1. C’era un tempo, ma l’ho dimenticato.
    C’era dell’altro, chissà dov’è finito.
    Chi semina coltelli raccoglie frammenti.
    (antonio occulto)

    un abbraccio


  2. ri-abbraccio.

    dici che ho seminato troppi coltelli?


  3. magari un paio… di sciabole!! 🙂


  4. Giuro che ci sto provando, a migliorare. ; )

  5. vivvyx Says:

    ci sono tante belle spine qui dentro…ahi…


  6. tutti che si tagliano, tutti che si pungono, a me un paio di schiaffi quando me li date? ; )

  7. prosit Says:

    a guardare al passato
    a quello che avrebbe potuto essere e non è stato
    ci si fa troppo male
    ma forse è proprio per farsi così male
    che si volge il pensiero indietro
    molto di più di quel che si dovrebbe


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