(arecibo message) n.7

dicembre 31, 2011

Tutti noi somatizziamo le parole. Stringo i denti, con una certa ironia, e ti capisco. Ma io non faccio promesse se non sono scura di poterle mantenere, e ho già promesso una cosa di troppo. Quindi: non prometto e faccio quello che posso, finché posso, e per te. Anch’io sono debole.

Con una certa maldestria, ma mi hai operata. Io ho perso entrambi.

Mi sembrava superfluo specficare che, non capendo un cazzo, mi faccio male a caso. Spero di essere egoriferita oppure davvero un po’ stupida: l’una o l’altra per me vanno bene. Ogni tanto il mio egoismo mi sorprende, ma almeno può giovarne la mia vanità. In fondo, sono troppo pigra per mettermi a dubitare degli uomini di scienza.

e: duemiladodici, mostriamo al mondo la potenza della superstizione? Dai.

(il tempo ci sfugge) n.4

dicembre 31, 2011

I
Se escludiamo la mia verginità, comunque
accidentale, o il peso del tuo corpo che mi ruppe
le ossa e la mia attesa, finita nel fracasso quando dissi: mia
liberazione! in aria di guerra, e di miracoli
(puro determinismo, scintilla
neuronale a farmi dire amore e consegnarmi);

e le esplosioni di due criminali, i nostri delitti
e i castighi tardivi e le belle
parole (non lascerai mai colui col quale
hai ucciso, la tua buona ragione per
tradire)
e non diciamo mai

che smisi di parlare e di tacere, e mi sentii
scartata -come una cosa muta che
si mostra, e non si spiega, come un regalo-
svestita dei miei anni, e del mio nome
o anche, opale e ametista e King e le
lumache e altri chiari indizi

di predestinazione

e, come queste, altre buone ragioni
che attestano come è stato (e non che cosa)
quello che ha compromesso la
mia schiena, e la tua anca
che ci ha costretti in un letto troppo piccolo
negli anni

(per dire cosa, invece, hai detto malattia
o anche -dopo, solo alla fine- religione) io cerco
di adeguarmi a ciò che imparo: quello
che conta adesso è una magia
distante e solo tua. E la legge
della tua opinione.

Forse, sono la gelosia fugace
di un’altra donna (forse) e il nome
nelle tue argomentazioni per spiegarle
quanto era grande e cosa fosse

il nostro amore: l’inconveniente, il cappio
che ha condannato insieme
due bestie inconciliabili.

II

E’ un equivoco veniale e comprensibile, che dicessimo
fusione o saldatura, o anche, a volte, una-cosa-sola
mentre la vicinanza ci sfocava
———- ai nostri occhi stremati
di tenerezza e incanto e scombinati
nel caleidoscopio del pelo e delle piume,
———- e dell’incanto
nel quale ci sdraiammo e distraemmo
dallo scatto irreversibile
———- di una tagliola
che ancora chiamo casa. Non del tutto giusto
né sbagliato, che io dicessi una cosa sola: di certo
non c’è mai stato scampo o un modo

per separarsi illesi.

Allora abbiamo riso dell’affanno e delle
corse, ci siamo dispiaciuti
di chi non era, e non era
mai stato, e non era rimasto
dove eravamo noi: attorno

(guardaci, noi contro di loro, non è giusto)*

tutto quel freddo e invece l’esplosione
della nostra condanna, quando dissi
mia liberazione! Quando mi si sciolsero le ossa.

Ci siamo detti tutto.
Ma quando infine noi fummo da sempre, sempre
più spesso tu guardavi in alto e io,
più bella di qualsiasi falco, non ero un falco.

III

Lo so che sono sempre stata brava
ed ostinata
a riassemblare i pezzi e la
coerenza, nei racconti sconnessi dei
miei giorni -passati- e
dei tuoi giorni

che adesso, finalmente, sono segni
e un ordine da ripristinare
-la cosa che so fare- e poi trovare un codice
per decifrarli; e tu dirai inventare, oppure
se è un brutto momento, dirai
mentire.

Però ora vedo cosa vedevo quando
provavo a entrarti dentro, ad
assorbirti o averti e a trovare
un modo per restare, un modo per resistere e
ignorare la lieve emorragia
che ti diminuiva, e mentre tu tremavi

(e anch’io tremavo)

di cattiva salute e anticipazione
e mentre disperato mi tenevi
così stretta, provando a consolarmi, ad
accecarmi; e mentre mi affogavi
nell’amore -al riparo, entrambi, dalle tue intenzioni- e mentre
mi stringevi cosi tanto, qualcosa

-lo so, non c’è mai stato scampo o modo-

qualcosa
in te pianificava
le tue amputazioni.

Stringo una cosa. Che ha smesso
di tremare, nel posto che ancora chiamo casa
e chiedo -a quella cosa, all’arto (che ancora chiamo
luca)– del quale fai a meno, abbandonato

non soffri più? perché non stai
piangendo? e ormai di te conosco solo
il sangue che non scorre
e si rapprende.

Ma anch’io dovrei andare

come te, che non c’è scampo,
o modo per resistere o restare
intera e il tuo amore, di cui non ho il coraggio
non può darmi il coraggio.

E sei, da qualche parte, un essere
vivente e del tuo sangue -che finalmente scorre-
non so più niente.

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[(Arecibo message) n.6: lo so che ho combinato. Sei sempre in quarantena, ma se vuoi dirmi qualcosa su questo ti concedo una tregua. Non so, che dico stronzate o che sono sempre più fica, per esempio. Sarebbe molto bello se tu potessi esserci, adesso: succedono delle cose e insieme potremmo ridere di me in tutte le mie incarnazioni. Tranne la Meringa, che forse per una volta non c’entra. Bacio, lumache e hai visto che King ci ha più o meno dedicato un libro? Proprio così.  Ah: e la tua chiavetta internet è una merda. Così, per dire. click.]

* Dave Eggers, L’opera struggente di un formidabile genio.

(il segreto del successo) n.1

dicembre 30, 2011

Un replay:

protect me from what I want.

(arecibo message) n.5

dicembre 27, 2011

perché non scopano (cit.), giustamente. ; )

Comincio a dubitare del potere dell’ironia, specialmente quando è dovuta.

(radioshow) n.6

dicembre 27, 2011

Banalmente.

(arecibo message) n.4

dicembre 25, 2011

she's goog, isn't she?

Una promessa mantenuta a stento. Occhiolino.

<3%***  * * *%*

(il tempo ci sfugge) n.3

dicembre 7, 2011

Più che altro
ero molto giovane

quando eroica salii sul treno
e attraversai i ponti sul biancospino esploso
in spuma, come di pop corn, come
di pasta, per il calore
per giungere affannata al nostro primo
addio, al nostro primo incontro.

I miei capelli erano un disastro
e io, la mia malattia, non era ancora grande
da frantumare i giorni in segmenti
infiniti, intrapassabili
e impastare in membrane di colla
gli istanti
e la voce e intorpidirmi
gli occhi

e spezzarmi.

Io non consideravo il tempo, non
consideravo che il tempo
mi avrebbe oltrepassata, come il sonno
lasciandomi, come il sonno
invecchiata di un giorno
senza averne ricordi;
come il sonno, ma
naturalmente
non era un giorno.

Però mi ricordo l’odore del maglione grigio e il panico dell’alba.

Ricordo anche
che quando ti sei tagliato
il dito, con il barattolo di latta
pensai alla tua morte.

Ricordo che i nostri occhi hanno visto così tanto
dalla cameretta a tenuta stagna
in cui abbiamo cercato il mio
riparo, nella clausura del nostro amore
-che ricamavo desideri a venire, e pregavo
per la mia salvezza
e ti raccomandavo la mia anima- stavo come
in una culla
aspettavo di crescere
aspettavo di nascere.

Mentre tu c’eri, io ti dimenticavo.
Mi reclamavano gli insetti e le
correnti, mi coccolavano
più che altro
i miei lamenti. E ti
dimenticavo, mentre c’eri.

Però mi ricordo quella notte
che mi hai toccata, e ricordo
l’odore del tuo maglione grigio
ogni tua parola
e il panico dell’alba.

Prima parte, con i tacchi imposti del primo incontro, guardare per terra e tacere per forza, imparare le regole che mi governano. Con gli stivali alti e gli occhi aperti, nella provetta dei miei esperimenti, a camminare dalla parte giusta, chiedere scusa per le inadempienze –e poi tornare a farlo, l’aria potrebbe sentirmi e capirlo, per cosa mi scuso e in cosa ho mancato– e poi, alla fine, a sbattere i piedi e cedere a tratti alla tentazione del silenzio. Perdo nel gioco dell’eloquenza, i miei piedi ticchettano compìti, un paio di volte sono costretta ad arrendermi. Il cortile del cimitero è un luogo inappropriato per qualsiasi cosa io stia facendo.

Seconda parte, i capelli umidi legati stretti, sono in ritardo e parto appena in tempo verso un posto che non conosco ma che potrebbe essere qualsiasi posto. È con immenso amore che tengo aperti gli occhi e porto il mio corpo a imparare per forza la portata delle decisioni ora che
(seduti al tavolo del nostro grandeamore lui mi spiegava con pazienza instancabile l’arbitrarietà del mio stare male, mi mostrava ogni singolo bivio in cui io avevo operato una scelta, i giorni a letto, le sere a casa, vestita e truccata per l’ennesimo dramma, le cene mancate, la reclusione, le ore, il martirio, il pianto estenuante, i graffi, i balconi, le chiamate isteriche, il suo nome, il suo nome che era una preghiera e veniva fuori come una bestemmia, trasfigurato dalla mia rabbia, una scelta sbagliata e poi lo sfregio del mio corpo e del suo, del mio tempo e del suo, del futuro che, come il mio corpo e il suo tempo, giaceva smembrato e adesso che è arrivato e lui si è ricomposto e viene a portarmi brutte notizie in sogno e io ora gli credo, credo a tutto e)
so tutto dell’arbitrarietà del dolore, vado a imparare fin dove può arrivare.

Fino a una casa vuota di villeggiatura dove dice ‘l’ironia è un’arma potente ma non può salvarti in questa situazione, come non possono salvarti gli occhi dolci’, e non può salvarmi il mio presunto amore, e io penso brutte cose che non dico e non parlo, non piango, non faccio niente. A volte ho paura.
Ma la leggerezza mi rapisce sempre, e finalmente adesso non conta che non io non sia bella, non conterebbe se invece lo fossi e
(non è la stessa cosa di quando non potevo che esserlo, a sfrigolare eppure non crederci nel fascio di luce che dagli occhi, quegli occhi, si allargava ad addolcire i miei tratti e non potevo fare altro, essere un monumento, essere un quadro, essere un uccello, la ragazza più carina di tutti i tempi, ancora più carina di qualsiasi ragazza di qualsiasi film porno, essere compatta e la pelle levigata dal tocco delle mani, quelle mani, e i miei denti irrilevanti, i miei gesti impeccabili a sfrigolare e non crederci mai, ma poi la leggerezza mi rapiva sempre e non potevo essere che bella, così tanto bella da spogliarmi apposta e farlo ridendo e)
l’infinita noncuranza mi possiede e qui fa freddo, i difetti capaci di annientarmi valgono quanto ogni mio battito di ciglia sugli occhi che sfoggiavo come gioielli ereditati, e panoramiche inclementi su una bocca smantellata archiviate insieme alla sporgenza delle mie ossa preferite, la linea sbagliata del setto nasale irrilevante quanto i miei capelli abbaglianti e morbidi e già consacrati.
La leggerezza mi detiene e mi solleva su un copriletto a fiori di cattivo gusto, esonerata dall’obbligo alla felicità, dal peso stesso della mia esisitenza, dalla mia importanza. Oltre la pace assoluta e irraccontabile di quando gli occhi che mi osservavano non potevano cambiare opinione, assorti nel prodigio della mia grazia, della mia bellezza incontestabile che resisiteva agli anni, agli urti, alla mia depravazione, mi obbligo adesso a riconoscerne una infinitesima versione speculare: la pace sotto gli occhi che non vedono che ciò che sono, che non indagheranno, che non si cureranno.
Sollevata dalla vergogna delle indicibili ripercussioni, dalla necessità sempre inassolta di non ferire, chiudo gli occhi, mi lascio massacrare. E vado a riposare: a gioire spogliata delle armi che non avrei mai dovuto possedere, non con la mia maldestria, non con la vista offuscata, non col miracolo che avrei dovuto custodire. E poi sto zitta, smetto, finalmente, di ribattere, di argomentare, esausta.
In mezzo alle macerie di cui riesco a non parlare.

Ogni tanto ho paura, che vale quanto il sollievo dell’essere così piccola, che non vale niente, quanto la disperazione che mi tiene ferma o il sorriso che ogni tanto azzardo per ricondurre a una qualche forma di coerenza la percezione che ho di me stessa. Per conciliare la mia autorappresentazione con i verbali inequivocabili dell’evidenza.

Sul treno mi sento sola e sfinita, ma non è importante. Conto i giorni necessari a far sparire i segni. Visto dalla provetta il mondo è distorto e in qualche modo sopportabile; i miei esperimenti, comunque, sono solo giochi e non portano a niente, non dimostrano niente.
A insegnarmi l’entità della perdita saranno invece le quattro del mattino alla stazione e la brutta piega che prendono gli eventi quando il ragazzo mi dice che non vuole i soldi –che non sono i soldi quello che vuole– che comunque erano pochi e avrei dovuto dirgli che anch’io sono ormai poca ma queste sono cose a cui si pensa dopo, spirito della scala. Credo di aver pianto, sul momento, e avrei dovuto, ma non temevo niente e non pensavo niente, solo: cosa credi di potermi fare. Le mie paure peggiori hanno infine definito i loro contorni, e ora i bisturi e i trapani e letti vuoti mi avvolgono con una solidità incontestabile. Qualcosa sfarfalla nella sequenza dei ricordi, perché credo di aver riso, e ricordo di aver riso e di non avere detto una parola, cosa credi di potermi fare. Va bene dammi i soldi, certo che ti do i soldi, e sembrava il peggio che potesse capitarmi. Il ragazzo non mi ha fatto niente, e forse non c’è niente che io sia in grado di temere.

Terza parte, qualcosa che mi sporca, qualcosa che mi sfida, qualcosa che mi scuote. E un’altra cosa, infinita, che mi blocca. Il mio background emotivo riassunto in poche frasi di autoironia spigliata: parlo dei disertori, di come del mio esercito non resti più nessuno, dei miei soldati scelti che hanno abbandonato il fronte della guerra che mi impegnavo a perdere;‘immagino si siano uniti alle forze del bene’, dico, ed è quasi divertente. Riguardo a tutto il resto taccio per pudore.

Per tutto il tempo il mio corpo è un oggettino che vorrei si rompesse, una volta per tutte, e invece, ironicamente, resiste a tutto. Per tutto il tempo sto zitta, soffocata dalla distanza che non diventa mai abbastanza grande da eclissare tutte le piccole differenze –poter essere, finalmente, in mezzo al mare e smettere di notare come sia diversa dalla mia casa ogni casa che qui potrei abitare– e quando stremata chiamo il nome sbagliato la distanza non aumenta e non si colma; qualcosa che mi avvolge e il mio corpo che si tende e, ironicamente, non si rompe. Mi asciugo gli occhi per una canzone inopportuna, dall’ossario che mi circonda cuscini a tinta unita maglioni color senape peluches inanimati mi guardano sbalorditi, io mi rifiuto di fornire spiegazioni; mi scuso ancora per la loro morte, per la mia macabra collezione, ma non ho forza e, soprattutto, non ho ragione.
Il mio corpo disposto in linee scomode si ostina in una grazia che si dissipa senza che ve ne sia testimonianza.

Non sono obbligata a sorridere, piangere è perfettamente inutile.
Non posso che essere sincera, qualcosa scricchiola, qualcuno ride, i ricordi gridano la loro impotenza e io non penso niente e ho un motivo per tacere. Conto i giorni necessari a far ricomparire i segni.

Dell’arbitrarietà del dolore so tutto per esperienza, quello che rimane è un amore di sottofondo e poter dire sempre “io sono sincera” e allora posso solo restarmi fedele e tenere gli occhi aperti, nella mia provetta, imparare le leggi che ne governano le conseguenze.

E poi, già qualcosa mi distrae. Ossa che cricchettano come gusci di noce, un filo dell’alta tensione aggrovigliato nella mia testa, un rumore acutissimo una fitta lunghissima e il riflesso ammaliante nella mascherina di plastica: splatter in miniatura e sintesi concettuale di una mossa sbadata, una scelta necessaria e impossibile e conseguenze di vasta portata.

Non smetto di tremare, vorrei perdere conoscenza ma non è la cosa più dolorosa che io abbia mai sentito, e comunque mi è di grande conforto sapere di non essermela cercata.