(un tributo a non so cosa) n.4

dicembre 1, 2011

Prima parte, con i tacchi imposti del primo incontro, guardare per terra e tacere per forza, imparare le regole che mi governano. Con gli stivali alti e gli occhi aperti, nella provetta dei miei esperimenti, a camminare dalla parte giusta, chiedere scusa per le inadempienze –e poi tornare a farlo, l’aria potrebbe sentirmi e capirlo, per cosa mi scuso e in cosa ho mancato– e poi, alla fine, a sbattere i piedi e cedere a tratti alla tentazione del silenzio. Perdo nel gioco dell’eloquenza, i miei piedi ticchettano compìti, un paio di volte sono costretta ad arrendermi. Il cortile del cimitero è un luogo inappropriato per qualsiasi cosa io stia facendo.

Seconda parte, i capelli umidi legati stretti, sono in ritardo e parto appena in tempo verso un posto che non conosco ma che potrebbe essere qualsiasi posto. È con immenso amore che tengo aperti gli occhi e porto il mio corpo a imparare per forza la portata delle decisioni ora che
(seduti al tavolo del nostro grandeamore lui mi spiegava con pazienza instancabile l’arbitrarietà del mio stare male, mi mostrava ogni singolo bivio in cui io avevo operato una scelta, i giorni a letto, le sere a casa, vestita e truccata per l’ennesimo dramma, le cene mancate, la reclusione, le ore, il martirio, il pianto estenuante, i graffi, i balconi, le chiamate isteriche, il suo nome, il suo nome che era una preghiera e veniva fuori come una bestemmia, trasfigurato dalla mia rabbia, una scelta sbagliata e poi lo sfregio del mio corpo e del suo, del mio tempo e del suo, del futuro che, come il mio corpo e il suo tempo, giaceva smembrato e adesso che è arrivato e lui si è ricomposto e viene a portarmi brutte notizie in sogno e io ora gli credo, credo a tutto e)
so tutto dell’arbitrarietà del dolore, vado a imparare fin dove può arrivare.

Fino a una casa vuota di villeggiatura dove dice ‘l’ironia è un’arma potente ma non può salvarti in questa situazione, come non possono salvarti gli occhi dolci’, e non può salvarmi il mio presunto amore, e io penso brutte cose che non dico e non parlo, non piango, non faccio niente. A volte ho paura.
Ma la leggerezza mi rapisce sempre, e finalmente adesso non conta che non io non sia bella, non conterebbe se invece lo fossi e
(non è la stessa cosa di quando non potevo che esserlo, a sfrigolare eppure non crederci nel fascio di luce che dagli occhi, quegli occhi, si allargava ad addolcire i miei tratti e non potevo fare altro, essere un monumento, essere un quadro, essere un uccello, la ragazza più carina di tutti i tempi, ancora più carina di qualsiasi ragazza di qualsiasi film porno, essere compatta e la pelle levigata dal tocco delle mani, quelle mani, e i miei denti irrilevanti, i miei gesti impeccabili a sfrigolare e non crederci mai, ma poi la leggerezza mi rapiva sempre e non potevo essere che bella, così tanto bella da spogliarmi apposta e farlo ridendo e)
l’infinita noncuranza mi possiede e qui fa freddo, i difetti capaci di annientarmi valgono quanto ogni mio battito di ciglia sugli occhi che sfoggiavo come gioielli ereditati, e panoramiche inclementi su una bocca smantellata archiviate insieme alla sporgenza delle mie ossa preferite, la linea sbagliata del setto nasale irrilevante quanto i miei capelli abbaglianti e morbidi e già consacrati.
La leggerezza mi detiene e mi solleva su un copriletto a fiori di cattivo gusto, esonerata dall’obbligo alla felicità, dal peso stesso della mia esisitenza, dalla mia importanza. Oltre la pace assoluta e irraccontabile di quando gli occhi che mi osservavano non potevano cambiare opinione, assorti nel prodigio della mia grazia, della mia bellezza incontestabile che resisiteva agli anni, agli urti, alla mia depravazione, mi obbligo adesso a riconoscerne una infinitesima versione speculare: la pace sotto gli occhi che non vedono che ciò che sono, che non indagheranno, che non si cureranno.
Sollevata dalla vergogna delle indicibili ripercussioni, dalla necessità sempre inassolta di non ferire, chiudo gli occhi, mi lascio massacrare. E vado a riposare: a gioire spogliata delle armi che non avrei mai dovuto possedere, non con la mia maldestria, non con la vista offuscata, non col miracolo che avrei dovuto custodire. E poi sto zitta, smetto, finalmente, di ribattere, di argomentare, esausta.
In mezzo alle macerie di cui riesco a non parlare.

Ogni tanto ho paura, che vale quanto il sollievo dell’essere così piccola, che non vale niente, quanto la disperazione che mi tiene ferma o il sorriso che ogni tanto azzardo per ricondurre a una qualche forma di coerenza la percezione che ho di me stessa. Per conciliare la mia autorappresentazione con i verbali inequivocabili dell’evidenza.

Sul treno mi sento sola e sfinita, ma non è importante. Conto i giorni necessari a far sparire i segni. Visto dalla provetta il mondo è distorto e in qualche modo sopportabile; i miei esperimenti, comunque, sono solo giochi e non portano a niente, non dimostrano niente.
A insegnarmi l’entità della perdita saranno invece le quattro del mattino alla stazione e la brutta piega che prendono gli eventi quando il ragazzo mi dice che non vuole i soldi –che non sono i soldi quello che vuole– che comunque erano pochi e avrei dovuto dirgli che anch’io sono ormai poca ma queste sono cose a cui si pensa dopo, spirito della scala. Credo di aver pianto, sul momento, e avrei dovuto, ma non temevo niente e non pensavo niente, solo: cosa credi di potermi fare. Le mie paure peggiori hanno infine definito i loro contorni, e ora i bisturi e i trapani e letti vuoti mi avvolgono con una solidità incontestabile. Qualcosa sfarfalla nella sequenza dei ricordi, perché credo di aver riso, e ricordo di aver riso e di non avere detto una parola, cosa credi di potermi fare. Va bene dammi i soldi, certo che ti do i soldi, e sembrava il peggio che potesse capitarmi. Il ragazzo non mi ha fatto niente, e forse non c’è niente che io sia in grado di temere.

Terza parte, qualcosa che mi sporca, qualcosa che mi sfida, qualcosa che mi scuote. E un’altra cosa, infinita, che mi blocca. Il mio background emotivo riassunto in poche frasi di autoironia spigliata: parlo dei disertori, di come del mio esercito non resti più nessuno, dei miei soldati scelti che hanno abbandonato il fronte della guerra che mi impegnavo a perdere;‘immagino si siano uniti alle forze del bene’, dico, ed è quasi divertente. Riguardo a tutto il resto taccio per pudore.

Per tutto il tempo il mio corpo è un oggettino che vorrei si rompesse, una volta per tutte, e invece, ironicamente, resiste a tutto. Per tutto il tempo sto zitta, soffocata dalla distanza che non diventa mai abbastanza grande da eclissare tutte le piccole differenze –poter essere, finalmente, in mezzo al mare e smettere di notare come sia diversa dalla mia casa ogni casa che qui potrei abitare– e quando stremata chiamo il nome sbagliato la distanza non aumenta e non si colma; qualcosa che mi avvolge e il mio corpo che si tende e, ironicamente, non si rompe. Mi asciugo gli occhi per una canzone inopportuna, dall’ossario che mi circonda cuscini a tinta unita maglioni color senape peluches inanimati mi guardano sbalorditi, io mi rifiuto di fornire spiegazioni; mi scuso ancora per la loro morte, per la mia macabra collezione, ma non ho forza e, soprattutto, non ho ragione.
Il mio corpo disposto in linee scomode si ostina in una grazia che si dissipa senza che ve ne sia testimonianza.

Non sono obbligata a sorridere, piangere è perfettamente inutile.
Non posso che essere sincera, qualcosa scricchiola, qualcuno ride, i ricordi gridano la loro impotenza e io non penso niente e ho un motivo per tacere. Conto i giorni necessari a far ricomparire i segni.

Dell’arbitrarietà del dolore so tutto per esperienza, quello che rimane è un amore di sottofondo e poter dire sempre “io sono sincera” e allora posso solo restarmi fedele e tenere gli occhi aperti, nella mia provetta, imparare le leggi che ne governano le conseguenze.

E poi, già qualcosa mi distrae. Ossa che cricchettano come gusci di noce, un filo dell’alta tensione aggrovigliato nella mia testa, un rumore acutissimo una fitta lunghissima e il riflesso ammaliante nella mascherina di plastica: splatter in miniatura e sintesi concettuale di una mossa sbadata, una scelta necessaria e impossibile e conseguenze di vasta portata.

Non smetto di tremare, vorrei perdere conoscenza ma non è la cosa più dolorosa che io abbia mai sentito, e comunque mi è di grande conforto sapere di non essermela cercata.

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6 Risposte to “(un tributo a non so cosa) n.4”


  1. ecco perché adoro questo blog


  2. Tu sei Dorothy Gale con le Scarpette Chiodate. 😉


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