(radioshow) n.13

gennaio 30, 2012

Amore, dimenticheremo tutto ma.

 

[Miss Joelle Van Dyne vuole informare i lettori che questo è il genere di poesia che spera, un giorno, di scrivere. Che questa canzone, prevedibilmente oppure no, la fa piangere. Che Joelle è il suo nome e che nessuno, e per nessun motivo, deve chiederle un altro nome, ma ogni nuovo nome che chiunque vorrà assegnarle le risulterà dono gradito e figurerà, in ottima compagnia, nella lista che si va allungando. Che prometteva neve, a Roma, e invece c’è il sole e questo non significa niente. Che tutto l’amore del mondo non ci salverà, ma forse, se siamo fortunati, verremo giudicati in base a quello. Che, come diceva altrove, ha una vita, un corpo e un paio di amici. E che non ha mai chiuso gli occhi, nemmeno una volta.]

(afasia) n.4

gennaio 29, 2012

caninicanini

(pornografia) n.3

gennaio 27, 2012

I
La conquista dell’inutile

Rinuncio al pianto.
Tremava il mio corpo alla sua voce, si spegne
la mia voce al corpo

che mi sconsacra.
Finisce la caduta e nello schianto si spegne anche
la luce dello schermo

e mi abbandona.
Esplodono i miei panni inadeguati, sparsi
all’intervallo di un incrocio

che ci sospende
tra il rosso e il verde la rivelazione: ci sono cose
che non saprò aggiustare.

Dice che dorme
l’uccello che trema di agonia, bagnato nel
bagnato dell’aiuola

è una bugia
dissipo l’odio a stento e affretto il passo; mi chiedo
se lui vuole che ci creda

o se ci crede.

Non ho insistito,
e non insistere era un modo
di mentire.

II
All magic comes with a price

Ero distratta
un treno tanto atteso e quasi perso, la fede d’oro
avuta in dono da uno zingaro

restituita
quando si svelò il prezzo e mi fu chiara la sproporzione
del mio sorriso grato

e dei miei spiccioli:
ho eluso i segni e non ci ho più badato, correndo
a scavalcare il guardrail sporco

sfidando il caso
e il traffico di Via Prenestina, la sparizione
dei tram nella pioggia.

E’ conseguenza
della risoluzione del mio sguardo -degli alibi invocati
ed elargiti

fingendo sconti-
lo stupore per la forza dell’urto, la ferita
aperta da un bel viso

che non ricordo.

Le dita unite.
La traiettoria esatta
di una caduta.

III
L’unico modo esatto

Riporto a Roma
l’involucro sbadato di una sera, peli di cane
bianchi sul cappotto

che mi si addice
che mi ha nascosto gli occhi, per un poco, il nodo stretto
dei miei capelli frivoli

qualsiasi cosa
che gli parlasse d’altro che di quello che avrei voluto
fargli ricordare.

Io mi rassegno
a ricomporre docilmente il fiato, l’ordine
sparso delle sue risate

tempo spicchiato
in dodici feroci parti uguali, la forma d’obbligo
che piega la sostanza

e che costringe
alle omissioni, alla buona creanza, gesti e poesia
cronaca e ricordo:

l’unico modo.

Abbiamo scelto
mancando il modo giusto
quello possibile.

IV
Un terremoto

Rinuncio al pianto.
Sacrifico al respiro le promesse, che un tempo
avrei schermato col mio corpo.

Torno me stessa
a un tavolo approntato di tarocchi, ai segni arresi
ad essere osservati

ed appannata
gli occhi sbarrati sulle imposte chiuse, chiedo notizie
certe e non gli parlo

restiamo in vita
sarò informata, sarò tranquillizzata -come ogni
altro- dai quotidiani on line:

va tutto bene.
Restiamo tutti in vita e al posto giusto, taccio
il suo nome e placo l’apprensione

che non mi spetta.
Specchiandomi da sola nell’eccidio delle parole
che non so più dire

posso tremare

dopo tre giorni
come trema la terra:
senza far danni.

V
Tutto è grazia

Ma tu
tu non osare.

(radioshow) n.12

gennaio 24, 2012

——————————–I

L’alba inutile mi trova all’angolo di una strada
deserta; sono sopravvissuto alla notte.
Le notti sono onde imponenti; sbilanciate onde blu scuro
cariche di tutte le sfumature di rovine profonde, cariche di
cose improbabili e desiderabili.
Le notti hanno l’abitudine di portare doni e rifiuti misteriosi,
di cose per metà date e per metà rifiutate,
di gioie con un emisfero oscuro. Le notti fanno
così, ti dico.
La marea, quella notte, mi ha lasciato i soliti brandelli
e strani relitti: qualche amico che odio per
chiacchierare, musica per i sogni, e il fumo di
cenere amara. Ciò di cui il mio cuore affamato
non sa che farsi.
L’onda alta ha portato te.
Parole, ogni parola, la tua risata; e tu così pigramente
e incessantemente bella. Abbiamo parlato e tu
hai dimenticato le parole.
L’alba devastante mi trova in una strada deserta
della mia città.
Il tuo profilo rivolto altrove, i suoni che ci vogliono a
comporre il tuo nome, la cadenza della tua risata:
questi sono i grandiosi giochi che mi hai lasciato.
Li rigiro nell’alba, li perdo, li
ritrovo; li racconto ai pochi cani che vagano e
alle poche stelle che vagano nell’alba.
La tua oscura, intensa vita…
Devo arrivare a te, in qualche modo; metto via quei
giochi grandiosi che mi hai lasciato, voglio il tuo
sguardo nascosto, il tuo vero sorriso – quel sorriso solitario
e ironico che il tuo specchio freddo conosce.

——————————–II

Con cosa posso trattenerti?
Ti offro strade deserte, tramonti disperati, la
luna di periferie degradate.
Ti offro l’amarezza di un uomo che ha guardato
a lungo la luna solitaria.
Ti offro i miei antenati, i miei morti, i fantasmi
a cui i vivi hanno reso onore nel bronzo:
il padre di mio padre ucciso alla frontiera di
Buenos Aires, due proiettili attraverso i suoi polmoni,
barbuto e morto, avvolto dai suoi soldati nella
pelle di una mucca; il nonno di mia madre
-appena ventiquattrenne- a capo di trecento
uomini in Perù, adesso spettri su
cavalli svaniti.
Ti offro tutto ciò che i miei libri possono contenere,
tutta la virilità e l’ironia della mia vita.
Ti offro la lealtà di un uomo che non è mai
stato leale.
Ti offro quel nocciolo di me stesso che ho preservato,
in qualche modo -il centro del cuore che non ha a che fare
con le parole, che non tratta coi sogni, e che
non è toccato dal tempo, dalla gioia, dalle avversità.
Ti offro il ricordo di una rosa gialla vista
al tramonto, anni prima che tu nascessi.
Ti offro spiegazioni su di te, teorie su
di te, autentiche e sorprendenti notizie su
di te.
Posso darti la mia solitudine, la mia oscurità, la
fame del mio cuore; sto cercando di corromperti
con l’incertezza, col pericolo, con la sconfitta.

Jorge Luis Borges

[thank you]

(arecibo message) n.8

gennaio 22, 2012

Pare che anch’io sia sopravvissuta. A oggi, a te, a me, all’ultimo anno e ai miei *********** anni. Quasi ci avevo sperato di dimostrarmi più figa di te. ; )

 

La prima volta fa sempre male, ma poi va meglio. bacioventidue. (sn)

 

(radioshow) n.11

gennaio 9, 2012

“I’m the hero of this story, I don’t need to be saved.”

(frattali) n.4

gennaio 7, 2012

[Se costituisce pregiudizio per il tuo futuro successo, la faccio sparire.
Però, insomma, è probabile che io stia morendo l’orribile morte di DuPlessis (credo fosse lui), questione che non approfondisco per non affossare definitivamente la mia immagine, e non ho intenzione di affrontare il sabato, e ancor meno di affrontarlo in modalità agguerrita per cercare una farmacista compiacente, e è quindi inutile negare che la mia fine è sancita (oltre che, come ho già detto, orribile) e che tutto quello che ho intenzione di fare a riguardo è accendere nuove sigarette con le braci delle vecchie e guardarmi Erin Brockovich perché di tutti i film che ho è l’unico che finisce bene (se escludiamo i due o tre film che conservo nell’hard disk bianco, in memoria di te, in riferimento ai quali, però, sono costretta a dire che il lieto fine è gestito in maniera piuttosto prevedibile, oltre che ripetitiva); inoltre ho il sospetto che il mostro che sta nella tastiera del tuo portatile troverà il modo di trasformare la minuscola e meravigliosa creatura che sono in qualcosa che mi farà piangere e pianificare la tua evirazione, e siccome sei un fiCo pazzesco la gente crederà a te e non a me. Considerato ciò, vorrei almeno che nella mia biografia qualcuno scrivesse questa cosa:]

E’ così carina, le si perdona tutto“.
Quasi che anche a lui.

[Miss Joelle Van Dyne ti chiede ufficialmente il tuo parere su tutto ciò che avverrà in questo posto da qui in avanti. (sn).]

p.s. Bukowski mi ha detto che Fiesta ha il più bel finale di tutta la letteratura, io gli credo.

(estetica) n.3

gennaio 7, 2012

Dovreste esserci tutti
tutti quanti
e vedere quello che fa il mondo,
quando sono triste
per consolarmi

a vedere il vento che interviene
che piega i pini, che smuove le transenne e
che mi alza
come alza la ghiaia, e confonde
le lettere dei nomi

-altro che il sesso. altro
che le mie parole-

dovreste essere qui, vedere
quanto è grande
più di me
e di tutti voi, di tutte
le vostre vittorie
mutilate, delle mie sconfitte
immaginarie.

Bisogna sbarrare le finestre, rientrare
le piante. Vado a giocare fuori.

-altro che arrendersi. altro
che aprire le gambe.-

Ma se potessi andarmene, una
volta, saltellare oltre gli eterni
contrattempi
i contratti d’amore vincolanti o
l’apparecchio ai denti, se potessi
andarmene. Smetterla
di essermi fedele.
Se potessi andarmene.

-altro che i nomi. altro
che le voci-

Se potessi andarmene e non essere
un dizionario di nomi prestati, la sentinella
dei miei limiti, delle mie denotazioni
scadute. se potessi essere tu qui e invece
no, e invece
per fortuna è il vento: se
alzo un piede mi alza
se sbatto un piede ho vinto.

Sputo una foglia. Rischio di
morire per un ramo
spezzato, e si spaccano
le tegole ai miei piedi
per farmi ridere, per farmi
ravvedere.

E altro che Roma, altro
che le Salt Flats dello Utah
-che al massimo
mi ci sarei sbucciata le ginocchia-

Mi lascio sgridare, mi lavo le mani. E’ giusto e
giusto. E’ giusto. Lei dice “sapessi, sono due anni
che ci rincorriamo”. Brindiamo
a questo. Mi lavo le mani. Il vento
porterà via ogni cosa, un giorno
mi lascerà sfiancata.
Mi farà sparire dai racconti, dai messaggi
di auguri a natale.

Provo a tenere l’orlo della gonna
aggrovigliata, a immaginarmi gli occhi e dopo
ho il vento alle spalle e inciampo
in discesa, verso casa.

Altro che il nome, altro
che la voce.

(radioshow) n.10

gennaio 5, 2012

“Fuori ci sarà aria, Lenore ha una gran voglia di uscire dalla Rumpus Hall, e ne esce, ma solo dopo aver avuto a che  fare con una porta di corridoio, una di scale, una di corridoio, una di ingresso, tutte ben chiuse dall’interno. Fuori, nel croccante prato marzolino, alonata da fasci di luce che spiovono dai lampioni, tra capannelli di ragazzi in blazer blu che risalgono il vialetto rifinendosi l’alito a colpi di mentine, assapora una breve epistassi”

(radioshow) n.9

gennaio 5, 2012

This life’s a soulless excuse for all abuse and parenthesis.