(un tributo a non so cosa) n.5

gennaio 3, 2012

Numero uno: il trauma del risveglio. Sono sempre scontrosa, persino o specialmente nel tepore che mi avvolge, inattendibile, oppure solo inatteso. Nonostante gli incubi, e il soffio dolce che mi sveglia, terrorizzata dal giorno. La mia mente procede per colpe ed espiazioni, e ora non so decidermi a tentare, lasciami dormire.

Che non è importante: come un dettaglio sbagliato mi staglio nel momento in cui mi sveglio da un pessimo sogno, vedo lampeggiare una dolcissima e ingiusta tentazione.
Che non è importante: come il muso di un cane o centinaia di piccole onde è la tenerezza che mi allarma, lucido le mie lame.
Che non è importante: le parole giuste, che sono sbagliate. Il mio piedistallo inaccessibile, il mio publico intoccabile, il limbo di un’occasione che si nega, sbrigarmela da sola.

L’amore è una religione oppure l’esatta sequenza dei gesti necessari per portare a termine una missione, io sono beata e martire, o solo inadempiente, non so decidermi e non credo, in ogni caso che qualcuno mi stia ascoltando. Qualcuno sta pesando la sua esistenza con la misura erronea delle mie belle parole, l’inganno dei miei occhi e la scenografia delle mie moine e non so promettere nulla di ciò che vorrei dare. Se smettessi di battere i piedi a terra e vagliare frasi da ricombinare potrei dire che io non sono abbastanza per pagarmi ogni cosa che potrei desiderare. O abbastanza forte per essere l’ennesimo investimento andato male.

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Numero due: della mia coerenza. : ) Non mancano le buone intenzioni ma non resistono agli urti delle grandi occasioni, e io resto interdetta. L’ironia, sempre dovuta, che mi fa sorridere, e dieci voci che ridono di me nella mia testa. Cosa ne è stato dei miei errori passati?
Alla fine sfoggio sorrisi e buone parole, nel bar che chiamo casa, e dispenso occhiolini che sarebbero diretti altrove: per un Montenegro vi leggo le carte. È già successo, succede di nuovo: poca tecnica ma molta convinzione, lieta che l’ironia possa salvarmi in questa occasione, nonostante tutto non imbroglio: per tutti, perfino per me, ci sono buoni responsi. Ma evito di offrirmi da bere, e mi preservo, in nome di una premura di circostanza, di una stupida raccomandazione; eccoti le mie lame, le mie bugie a fin di bene.

Flashback: pare che i miei sogni si siano infine dissanguati, ora incastro un amico per un traffico di marijuana –per viltà– e ho interludi con prostitute transessuali, e metamorfosi piuttosto inquietanti, ma sono sempre integra e in piena salute: è un passo avanti?

È troppo poco, e da troppo poco, dico dall’alto del mio essere altrove, quando scrivo ho una erre impeccabile e lo smalto migliore. Ma ho le vertigini, e provo a sottovalutarle: quello che riesco fare è una piccola esibizione e un semplice, minuscolo salto mortale per atterrare alla base del mio piedistallo, strizzare l’occhio al pubblico –che è spettacolare– e non sapere più come risalire.
E poi sono in preda al panico, il tuono misterioso che fa tremare il mondo, oppure un animaletto invadente scivolato e poi in trappola nelle segrete di un castello; di certo sono una cosa inaccessibile e appartenente a un regno fisico differente. Sono fottuta.

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Numero tre: della mia superstizione. Sono nell’unico luogo fisico dove voglio stare, a Roma esplosiva e tremante, balbetto offuscata dalle aspettative e gonfia d’amore. Allora smetto di preservarmi, nel capodanno più low cost della storia e il vino paterno a ristabilire le distanze –tra me e le cose che amo– tre euro, quattro castagne, e la smetto di domandare. Medito regali di buon anno. Medito di perdonare. Decido di capire. Mi giro di spalle, lancio la monetina e sorrido pensando che almeno posso smettere di preoccuparmi della mia pelle. Mi accorgo troppo tardi di essere stata troppo specifica nel mio desiderio di mezzanotte e la monetina è già in fase discendente. Ma mi perdono, mi perdono quasi tutto, e resto distratta. Per la terza volta non vado a letto con l’amico d’infanzia: qualcosa non va con le tempistiche, ragazzi miei, pare lo facciate apposta.
Divido il vino e una sera di ricordi con l’omonima della mia storica rivale immaginaria, che non si è mai annoiata di ascoltarmi e la cui bellezza, se non fosse la sua, potrebbe farmi impallidire. Più tardi le chiederò, commossa, di definirmi.

Non sono la ragazza amata da. Non sono la ragazza amata da. Mi fanno notare che è l’approccio sbagliato. Provo a invertirlo e qualcosa in me minaccia di spezzarsi, di certo non è il caso di pensare a questo.

Sono il desderio ardente in una monetina che qualcuno ha scagliato in una traiettoria imprecisa, rimbalzata sulle rocce e poi raccolta per essere rilanciata. Sono un desiderio riconvertito. Oppure, sono la monetina che, scagliata, ti ha esaudito.

(Non resisto alla tentazione: chiedo responsi ai miei oracoli che danno una risposta piuttosto implausibile . Non ho appigli per interpretare, c’è solo da leggere e accettare l’inequivocabile buona novella: da qui in poi non riesco a disperarmi.)

Sono la ragazza che con due chiodi è capace di fare qualsiasi cosa, sono il movimento distratto delle dita che aggiustano gli oggetti, che sbloccano gli sportelli delle lavatrici e creano nuovi congegni (pericolosi e precari, ma funzionanti), che ricostruiscono le barricate attorno ai fili elettrici esposti, che fanno accendere le lampadine, che isolano le prese con la plastica dei cioccolatini, che aprono i rubinetti, che incastrano i pezzi, che liberano le cerniere, che snodano i capelli, che costruiscono le lampade, che aprono le bottiglie con un libro e un accendino, che modellano cuori anatomicamente corretti, che sprigionano il gas dei fornelli, che ricombinano gli anelli di un laccetto d’argento. E dopo si chiude, si incastra. Dopo funziona.

Sono la ragazza con la gonna molto corta e le calze e il telefono rotti che sorride ai turisti in un pessimo inglese e prova ad ammiccare per ripicca alla fessura tra gli incisivi del ragazzo di New Castle. Due minuti dopo gli sta raccontando di quando una bambina bionda –che è sua figlia– è corsa da lei e l’ha abbracciata, sulle scale, e tenendole le mani strette attorno l’ha baciata.

Sono la ragazza con la voce roca delle serate lunghe, dopo quindici sigarette malgestite e la stanchezza vecchia di mesi alla quale pensa di essere abituata, la tristezza a cui recentemente abbiamo dato una rinfrescata. Ma parla, incredibilmente. Tutto quel silenzio è un ricordo e una definizione da raccontare a conoscenti piuttosto scettici: per la maggior parte del tempo dice cose irrilevanti. Trattiene il pianto.

Sono la ragazza i cui pensieri assomigliano a ricordi e che scrive la sua cronaca altisonante, la cui fantasia non è mai stata sufficiente; per scrivere, o per mentire o per svincolarla da se stessa, per inventarsi una via d’uscita creativa dall’angolo arredato del suo labirinto, o anche solo per tenere fuori le contingenze dall’autoerotismo.

Posso camminare per cinque chilometri senza sentire il freddo o soffrire troppo la malinconia, basta questo a definirmi? Gli incroci letterari, le case degli scrittori, la piazza rimasta legata al finto ricordo di quando ho immaginato di incontrare per caso il mio primo, e finto, amore. Il mio presentimento rivelatosi attendibile è diventato col tempo un dettaglio irrilevante nel racconto di una storia futile da cui, incosciente, mi sono lasciata segnare, o rovinare. È normale, mi dicono, ripercorrere ostinatamente il sentiero degli stessi errori, forse è una perversione come le altre, forse è semplicemente così che tu ti innamori. Forse non è il caso di pensare a questo.

Non ho più nulla a cui ancorarmi per fare i miei aruspici, e sono stanca dei miei espermenti, mi limito a godere di ottima salute e cercare indizi di mali inesistenti. Ma devo rassegnarmi a chiamare le cose con il loro nome: che i miei mal di testa sono i postumi di troppe sbornie, che quello nei denti non è più dolore ma indolenzimento, che la mia buffa e repentina bulimia si chiama fame. Ai miei capricci emotivi che nome dovrei dare? Forse non è il caso di indagare.

Non ho ancora trovato ciò che sto cercando. Oggi è quando faccio stridere le lame vere. In fondo a vent’anni mi era preclusa la pornografia e io la rimpiazzai agevolmente con uno scenario da macelleria; anche sporcarsi le mani di sangue vero è un buon esercizio per imparare la distanza, la smetto di dipingermi così trasparente e dopo forse potrò ancora convincermi di avere una buona scusa per ogni cosa.
Rido di gusto quando mio padre mi mostra l’ematoma scoperto sul muso dell’animale, mi tocco il naso. È divertente, anche se è probabile che io e mio padre non stiamo pensando le stesse cose. E i corpi sono tutto ciò che abbiamo, e mi consolo considerando che ormai da tempo, con lui, ho sostituito i gesti alle parole: con le guance arrossate dalla febbre sorrido e riaccendo il fuoco e questo vale di più di ogni bel voto a scuola, ci sorridiamo. Credo che ormai da tempo lui mi abbia perdonato la mia facilità alle lacrime e alle risposte sbagliate, il mio scarso appetito e l’affronto di non aver ma amato il mio nome e i miei capelli, uguali a quelli di sua madre, e di sua moglie.

Il ragazzo mi disse, nel giorno catastrofico dell’addio che mi ha asfissiata, dei fiori fatti di palloncini e cuoricino non piangere che io ti amo, sperma nei capelli e una luce e un mistero nei miei occhi che dissuase mia madre dal chiedere spiegazioni, mi disse “casa è dove devono farti entrare”. Allora ignoro i miei presagi, tralascio i responsi e sfinita la smetto di fare domande. Dal posto dove vivo, se è molto secco e molto freddo e se sono abbastanza in alto, posso vedere entrambe le rive di un golfo con le luci disposte in ordine a frantumare la percezione e riempire il petto di nostalgia, di un tremito irrazionale. Il mare però resta lontano quanto la luna, e un mistero che non posso indagare, non questa notte, non da sola. Sento la vertigine, le mani gelate, la febbre e la voglia insopportabile di scusarmi per i gesti maldestri che faccio in preda a una violenta tachicardia per la quale non ho attenuanti, né spiegazioni. Non mi importa di tremare. Fingo che non ci fosse più nulla che potessi fare. Fingo che non ci fosse nulla che potessi evitare. Fingo di non aver sbagliato niente e che adesso per me sia davvero necessario indagare la forza delle mie gambe, imparare la gioia di stare al mondo, scuotere al mondo i miei capelli privati di ogni appartenenza e infinitamente belli.

Quello che avrei dovuto chiedere, invece del mio desiderio troppo preciso e troppo poco etico, leggermente anacronistico e da qualche ora già inavverato: essere come il mio vestito preferito, trovato sette anni fa sulla bancarella del mercato: una cosa piccola che non ha mai richiesto sacrifici, una cosa né preziosa né delicata, una cosa indistruttibile, e bella. Quello che avrei dovuto chiedere: di essere necessaria e disponibile come la lampadina della camera dove si legge, e mai e poi mai lo spettacolo delle luci arancioni sulla riva di un mare lontano. Quello che avrei dovuto chiedere: di essere amata per il risuultato e non per il processo delle mie sottrazioni, per le cose che sanno fare le mie mani e non per il mio grande talento nel raccontare i miei fallimenti. Ed essere la cosa più dolce da sfoggiare, e che nessuno debba scusarsi di avermi voluta, o di avermi.

Sono abbastanza grande: non riuscendo ad estirparli, dovrei pacificarmi con i miei bizzarri processi di apprendimento, di interpretazione. Col mio pensiero magico personale, con le mie arbitrarie superstizioni, con i miei riti divinatori. Col fatto che sono quasi sempre in grado di fornire una lettura poetica del passato e di intravedere il futuro nei segni del mondo e non sono mai stata capace di capire il presente. Con una mente che ritaglia il mondo in complcati schemi allegorici. Che è capace solo di interpretare e non di capire.
E posso sempre ridere della banalità dell’impianto shakespeariano, posso progettare un viaggio in oriente per cercarmi una fede meno cruenta, posso mettermi sotto stretta custodia e aspettare il primo giorno di primavera, posso ridere dei miei desideri. Posso sempre allungare la mano e rompere l’attesa e vanificare le mie pretese.

La febbre che mi infiamma, guido sulle strade dove sono nata, i posti incantevoli in cui sono già stata, di cui conosco ogni prospettiva, ogni improvviso abbaglio di sole, ogni curva ghiacciata, ogni traliccio, ogni tornante non segnalato, ogni pianta ricamata controluce, ogni chiazza di neve, ogni accumulo di foglie, ogni frana trascurata, ogni crepa tagliente nell’asfalto, e ogni albero secco su cui i falchi si fermano per farsi guardare, e so che non posso indicarli ora che sono io a guidare, ogni pericolo mortale. Conosco ogni cosa e posso distrarmi, accendere una sigaretta e crogiolarmi nelle scintille, nella luce che si riversa, che si sdraia obliqua come un effetto, pensare al freddo e alla trasparenza, alla comicità della mia anima rapita sotto il cielo color vaniglia di gennaio che mi ha inventata. E restare assorta nel ricordo impreciso di un altro continente obliato -la spina nel palmo della mano-, degli scenari che, per poco, hanno baluginato, dello stupore venuto a risvegliarmi -ad operarmi- e a consacrare il quindicidicembre e un gruppo musicale sopravvalutato.

[ho fatto del mio meglio]

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3 Risposte to “(un tributo a non so cosa) n.5”

  1. a song for simeon Says:

    Cristo.
    Sai scrivere.

    è un periodo di grazia, trovo gente che sa scrivere.


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