(pornografia) n.3

gennaio 27, 2012

I
La conquista dell’inutile

Rinuncio al pianto.
Tremava il mio corpo alla sua voce, si spegne
la mia voce al corpo

che mi sconsacra.
Finisce la caduta e nello schianto si spegne anche
la luce dello schermo

e mi abbandona.
Esplodono i miei panni inadeguati, sparsi
all’intervallo di un incrocio

che ci sospende
tra il rosso e il verde la rivelazione: ci sono cose
che non saprò aggiustare.

Dice che dorme
l’uccello che trema di agonia, bagnato nel
bagnato dell’aiuola

è una bugia
dissipo l’odio a stento e affretto il passo; mi chiedo
se lui vuole che ci creda

o se ci crede.

Non ho insistito,
e non insistere era un modo
di mentire.

II
All magic comes with a price

Ero distratta
un treno tanto atteso e quasi perso, la fede d’oro
avuta in dono da uno zingaro

restituita
quando si svelò il prezzo e mi fu chiara la sproporzione
del mio sorriso grato

e dei miei spiccioli:
ho eluso i segni e non ci ho più badato, correndo
a scavalcare il guardrail sporco

sfidando il caso
e il traffico di Via Prenestina, la sparizione
dei tram nella pioggia.

E’ conseguenza
della risoluzione del mio sguardo -degli alibi invocati
ed elargiti

fingendo sconti-
lo stupore per la forza dell’urto, la ferita
aperta da un bel viso

che non ricordo.

Le dita unite.
La traiettoria esatta
di una caduta.

III
L’unico modo esatto

Riporto a Roma
l’involucro sbadato di una sera, peli di cane
bianchi sul cappotto

che mi si addice
che mi ha nascosto gli occhi, per un poco, il nodo stretto
dei miei capelli frivoli

qualsiasi cosa
che gli parlasse d’altro che di quello che avrei voluto
fargli ricordare.

Io mi rassegno
a ricomporre docilmente il fiato, l’ordine
sparso delle sue risate

tempo spicchiato
in dodici feroci parti uguali, la forma d’obbligo
che piega la sostanza

e che costringe
alle omissioni, alla buona creanza, gesti e poesia
cronaca e ricordo:

l’unico modo.

Abbiamo scelto
mancando il modo giusto
quello possibile.

IV
Un terremoto

Rinuncio al pianto.
Sacrifico al respiro le promesse, che un tempo
avrei schermato col mio corpo.

Torno me stessa
a un tavolo approntato di tarocchi, ai segni arresi
ad essere osservati

ed appannata
gli occhi sbarrati sulle imposte chiuse, chiedo notizie
certe e non gli parlo

restiamo in vita
sarò informata, sarò tranquillizzata -come ogni
altro- dai quotidiani on line:

va tutto bene.
Restiamo tutti in vita e al posto giusto, taccio
il suo nome e placo l’apprensione

che non mi spetta.
Specchiandomi da sola nell’eccidio delle parole
che non so più dire

posso tremare

dopo tre giorni
come trema la terra:
senza far danni.

V
Tutto è grazia

Ma tu
tu non osare.

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