(radioshow) n.14

febbraio 29, 2012

He said the right dreams for a man in peril were dreams of peril and all else was the call of languor and of death.

Cormac McCarthy, The road.

(thiopental) n.2

febbraio 25, 2012

Non ci diciamo niente, a volte
a volte ci neghiamo l’essenziale
taciamo
sulla matematica
la tattica
la fine;
ma cosa si può dire della biologia
della logica formale
della catena alimentare?

Dopo una morte presunta o
provvisoria, si può sempre
confidare nello sguardo
di un passante, nella
geometria esatta delle ombre
stupirsi del colore delle arance
nutrite, pare, solo dal monossido – dalla necessità
di essere
ai nostri occhi
così belle.

Possiamo ancora
trattare le ossa come appigli
gli orgasmi come dichiarazioni, i respiri
come dati significanti
staccarci la carne a morsi – trepidare
per gli appuntamenti.

Ma con che prezzo
riconosciamo l’aria che ci invade
e defluisce, il pane
che resta pane che resta
pane e ci fa bene
o la doppia implicazione materiale
della mia vita
per un’altra vita
(mettiti in ginocchio e giungi le mani oppure)
affiliamo i coltelli e custodiamo
l’ordine di grandezza
che ci contiene – la rilevanza
del nostro stare al mondo.

Possiamo ancora illuderci
che sia un ricatto e un’aberrazione
questo smentirci
che sia meno frequente
e più perverso
di una morte accidentale, della
macellazione dei vitelli.

Possiamo sempre
sperare in un profumo che commuove
nel turbamento dei sensi
a primavera, nel lampo del cristallo
che qualcuno ha rotto, mesi fa,
perché oggi mi abbagliasse
nel bracciale che qualcuno ha perso
perché lei lo trovasse.

A quale prezzo, cosa sacrifichiamo
alle nostre richieste di risarcimento
ai danni di chiunque.

Possiamo sempre serrare i denti
e illuderci di tradirci
di non essere noi
nel ringhio che è un ghigno che è
un pianto che è un canto
di gioia
innegabile, il grido
di vittoria lo spasmo di dolore che è
determinismo
che è ricatto
che è legge che
è nostra
libera
scelta.

Chiamarci fuori, tacerci
l’orrore della vita
che ci arma e ci culla e che ci chiama
a sorridere, a fare
del nostro peso al mondo
merce di scambio.

(aruspicina) n.2

febbraio 22, 2012

Smetto di concentrarmi. Ora
che è tardi, e non importa
se io rido e se io piango
e mi distraggo

da quell’onere, ingestibile
dell’essere felice, di quel dolore resta
solo un ricordo, un senso
di vergogna:

io che facevo scempio dei tuoi occhi.

-Amore mio lo so, non me lo scordo
che mi hai aspettata a lungo sulla soglia
del momento in cui io ti avrei detto
va tutto bene

(Della felicità conosco solo
il peso di non saperla avere, come
negli incubi in cui mi offrono
dell’acqua, e io ho le mani unte.)

E quando ti penso voglio correre, ma
vedi, sono molto stanca
e per un poco mi hanno sollevata
dall’obbligo della felicità, che non conosco

-e sì, non me lo scordo, mi vergogno-

Piatta, come un campo
di battaglia, esausta come la cenere
bagnata, chiamo i nuovi nemici che ho
assoldato, dico: allenatevi.

Sul mio corpo, che piano diminuisce, lascio
che cadano le bombe. E quando la violenza
mi alza dalla polvere
io smetto di tossire per urlare

e poi, essendo sola, anche di urlare.

E poi, la tenerezza, le carezze
come a un cane; dico la verità
o quel che ne resta, cadono le bombe
non fanno male.

***

E lo so che da lontano tu sorvegli
la soglia del momento in cui dirò
va tutto bene
ma io, le mie paure, le pistole
-fumanti nel cassetto, lontano, sotto chiave-
e io, le mie gambe, le mie vene
incastrate tra i tuoi ricci luccicanti e
neri, come la dolcezza, come la nostalgia
come quel cane che
ti manca, lo so che ti manca, lo so e neri come
i tradimenti
il sangue
i denti

vado in guerra, coi vestiti che mi hai comprato
cose di pizzo calze francesi e
e un elastico blu rubato a paolo e mi
disegnano un reticolo di graffi in cui vedrò sempre
gli stessi
disonesti
presentimenti
io con le mani tremanti, la bocca allenata
non so decidere il dato rilevante:

io che non mi lamento
tu che non mi senti.

(estetica) n.4

febbraio 19, 2012

Trafitta
nel luogo più romantico di Roma così
romantica -ottobre che la infiamma-
e il terminal degli autobus di lunga
percorrenza, fantasmi in dissolvenza
di una me stessa estiva

e meno stanca, che porta un altro nome
o lo avrà a breve
e che corre a schiantarsi, trafitta
nel più romantico dei luoghi
a lunga percorrenza

lo slancio della fine delle attese segna
il tempo, e il mondo
attonito
indietreggia

per lo schianto, che scuote il luogo
struggente degli arrivi, degli ingressi
nella grazia degli appartamenti
al primo piano:
delle appartenenze.

Il passo indietro del mondo e io
contenuta tutta, tutta racchiusa

nell’impatto che mi sbianca.

Trafitta
nel sole che persiste e mette a fuoco
la mia giacca di pelle (o così sembra)
qualcuno nel mondo sta pensando
adesso
a questo posto
ma lui no, plausibilmente
lui no.

(pornografia) n.4

febbraio 13, 2012

Dici che mi ami
lo ripeti
e non ti credo

-perché la religione
il cui tempo è trascorso
non è certo tutto
o la poesia che i tuoi occhi
aggrediscono, e sbatterci
la testa, la nausea
delle ossa: restare
consacrarsi
non mangiare
dimagrire
e tu da scrutare
e io da vagliare
e la resistenza il martirio le rinunce
taciute, la fede nel mio abbraccio
che adesso ti
strema

andarsene.-

Te ne vai
e le tue gambe forti che ti portano
ovunque e mai qui, questo dice
che non mi ami, dici che non mi ami,
inequivocabilmente da
lontano,
e non ti credo

-perché le inquisizioni
il cui tempo è trascorso
non sono certo tutto
e tu e io e loro
no, invece, nessun altro
l’ingordigia dei cani
la rottura dei fulmini
il turbinio sferzante degli
incanti
sull’asse che adesso ci
distanzia

sussistono.-

E ci è finito il tempo. Solo questo. Solo
questo.

E tu mi giuri amore, dici che
mi ami, lo ripeti
e non ci credo e tu
vai a ridere altrove, che non mi ami, dici
che non mi ami
e non ci credo.

(il tempo ci sfugge) n.5

febbraio 9, 2012

Dovevo ancora

lavare i piatti di ieri
piangere per un minuto
fumare la prima sigaretta
prepararti il secondo caffè
controllare la posta.

Il tuo tremito era in regioni nascoste ai miei occhi
occupati, e distante
dalle mie mani

e dovevo ancora

stendere i panni di ieri
squartarti un minuto
ringhiare al tuo solito inutile sforzo
di ingraziarmi Carmelo Bene.

Dopo, erano le dodici
del sole baluginante ed affamati
trascinando i libri, i costumi
da bagno
fino al supermercato, troppo tardi.

Il tuo terrore era in un posto introvabile
al mio sguardo che cercava altro, e le mie mani
trovavano i tuoi resti,

la strage di te

(e un picnic romantico
un amplesso nostalgico).

Era tempo sprecato:
non siamo rimasti abbastanza a lungo
a guardarci, in cucina
o abbracciati nel sole
quando era ancora presto
a sorriderci
e lamentarci
dei rumori insensati
del sabato mattina.

(frattali) n.5

febbraio 5, 2012

Hey, tu, gente dell’inferno!

tra colleghi:

Ezeldin: Basta che tu credi in un Dio solo. Non due o tre. Basta che è uno solo.
Joelle V.D: Il mio problema non è se sono uno o due, il mio problema è se uno o nessuno.
E.: Sbagli. Tu devi credere.
J.: E perché? Sto così bene, così. Sono leggera, senza inferno, senza paradiso…
E.: No, ma tu vai all’inferno.

Amen.

(thiopental) n.1

febbraio 3, 2012

Se devo essere sincera
-e devo esserlo-
a un certo punto ho avuto molto freddo
e non ho riconosciuto nulla
di ciò che era attorno

ho avuto il tempo di pensare ad altro

le mie mani hanno fatto soltanto
quello che sanno fare
e che fanno sempre: hanno
stretto.

C’erano errori di sintassi
nei gesti
ed errori di grammatica
nei tempi
in una calligrafia che
ricorderemo
molto probabilmente
migliore di com’era.

E ho visto occhi più belli e città
più belle
e anch’io
sono stata più bella.

Ci sono state notti
in cui non ho desiderato nascondermi
abbellirmi
o giustificarmi.
Qualcuno mi ha guardata senza incenerirmi.
Ci sono stati interi giorni
in cui non ho considerato l’eventualità
di non essere dov’ero.

Quando voglio piangere
(ma non piango, davvero)
mi ripeto: tutto quello che sai e sai dire,
senza imbrogliare
.

E non è facile, o gratuito, o indolore.
È: non ero intera.
E: non è stato poi così dolce
e, in certi momenti, non lo è stato per niente.

O un amore sepolto, e poi morto.

[La virgola, superflua, è dettata dall’alcol.
p.s. inessenziale:
a tutti gli uomini di buona volontà: cercatelo su google, virgola e ‘o’ iniziale esclusi, virgolette comprese, e dite alla signorina in questione che non ha capito un cazzo. E che, come disse il mio mai troppo osannato professore di matematica del liceo, ci vuole un minimo di intelligenza anche per copiare. Che cazzo.]