(estetica) n.4

febbraio 19, 2012

Trafitta
nel luogo più romantico di Roma così
romantica -ottobre che la infiamma-
e il terminal degli autobus di lunga
percorrenza, fantasmi in dissolvenza
di una me stessa estiva

e meno stanca, che porta un altro nome
o lo avrà a breve
e che corre a schiantarsi, trafitta
nel più romantico dei luoghi
a lunga percorrenza

lo slancio della fine delle attese segna
il tempo, e il mondo
attonito
indietreggia

per lo schianto, che scuote il luogo
struggente degli arrivi, degli ingressi
nella grazia degli appartamenti
al primo piano:
delle appartenenze.

Il passo indietro del mondo e io
contenuta tutta, tutta racchiusa

nell’impatto che mi sbianca.

Trafitta
nel sole che persiste e mette a fuoco
la mia giacca di pelle (o così sembra)
qualcuno nel mondo sta pensando
adesso
a questo posto
ma lui no, plausibilmente
lui no.

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2 Risposte to “(estetica) n.4”

  1. lucowski Says:

    c’è almeno un luogo in comune, se non sono rimbellicito del tutto, tra la cosa che hai scritto e quella che conservavo nel mio computer senza darla a nessuno da non so quando e che adesso metto qua, perché:

    – Distratto, ti pare di parlare con chi non parla più con te.
    – Per colpa mia.
    – Dipende da te, se sia una colpa…
    – Tutto è una colpa, esistere è colpevole. Sono avvolto nella colpa, respiro colpa, sputo colpa.
    – La notte, le vacche. Nere. Tutte.
    – Non bisogna lasciare che le cose scolorino e svaniscano.
    – Devi liberarti di tutto quello che è passato.
    – Niente è mai passato, niente passa mai.
    – Devi lasciare andare il tempo, lascia che l’aria sia bruciata intorno alla fiamma del presente.
    – Non fare metafore, non chiedere, non si può provare a fare quello che dici.
    – Senza dimenticanza il presente è l’inferno che si allarga.
    – Smettila. Non si può fare.
    – Non si può fare che questo.
    – Sono d’accordo, ma questo non si può fare.
    – Stai filosofeggiando.
    – Non posso lasciarla andare.
    – Non avrai le tue frasi, se non la lasci andare.
    – Non avrò il risveglio, non avrò pace, ma devo tenerla.
    – Chi tieni? Lei non sente la tua voce da mesi, potresti non sapere se muore. Chi tieni? Dove sono andati i tuoi cinque anni?
    – Nella polvere, i cinque anni, non sono. Non sono miei.
    – Sono cinque anni, sono pietra accumulata in stalattite. Fotografia e non luce, fossile in luogo della carne di cane in corsa nel tempo.
    – Non mi aiuti, non mi aiuti, non mi aiuti.
    – Nessuno aiuta, non c’è remissione, non c’è lutto, non c’è risanamento.
    – La ferita sanguina sempre.
    – Tutti i giorni sanguina la ferita.
    – Tu sei la ferita e sei il sangue.
    – Sono la lama e la luce sulla lama.
    – Il riflesso, il filo, baluginante.
    – Cucine rigonfie di voce e profumo ti chiudono il campo visivo. Ti devi riconoscere estraneo a te stesso come nessun altro può esserlo.
    – I fatti, i fatti. Ci sono i fatti.
    – Non avviene nulla, mai.
    – I fatti sono quelli. Li tengo.
    – Nemmeno l’ombra del sogno, il ricordo è artificio che si finge fisiologia.
    – È venuta in segreto di sera, portata da un grosso autobus vermiglio a guardare per terra e a guardarmi gli occhi.
    – È venuta di sera in segreto, a farsi spogliare e sentirsi al sicuro.
    – Di sera è venuta, in silenzio, a farsi mettere le mani sotto i vestiti e chiudere gli occhi nel bacio.
    – Non passerà mai.
    – Stringe i pugni sempre tutti i giorni camminando verso di me, spostando di peso il pianeta col fuoco degli occhi incastrati, avanti.
    – Davanti le stavi tu soltanto, bruciando i contorni della stazione, le linee in precipizio dei palazzi.
    – Niente verticali, niente convergenze, niente più angoli per nessuno. Vedendola cancellai tutto quanto. Per questo lei continua a venirmi incontro per sempre. Non si può arrestare, non si dimentica ciò che succederà ancora domani.
    – Devi andare via, improvvisare un balzo laterale. Non puoi più respirare l’aria che sta tra voi, smarrisci a forza la forma del suo corpo che dorme.
    – Sempre sullo stesso lato, sempre su un fianco dietro la sua schiena. Dolore all’anca per quattro mesi, dopo che ci siamo lasciati andare.
    – Tu l’hai spinta lontano, non vi siete lasciati andare.
    – È qui, guarda. Le ho chiesto di vivere nella mia vita rifatta, reinventata .
    – Quella è la stoffa dei suoi vestiti e il riflesso trattenuto del suo volto. Lei è via, che piano rialza gli occhi e progressivamente ti esclude.
    – Lei può, è concesso. Ma io no. Io la tengo.
    – Non tieni neanche te stesso, non hai braccia.


    • Quando entrambi saremo famosi i critici confronteranno e diranno: come al solito, Lucowski voleva far vedere di avercelo più lungo.

      Miss Joelle Van Dyne fa l’inchino e ringrazia. Un giorno troverà le parole per dire come la sua rappresentazione più bella non risieda né in una sua (di lei) foto, né in una sua (di lei) poesia, bensì nello sguardo di un ragazzo che notò i pugni stretti mentre la vedeva arrivare, e nel suo (di lui) racconto, ripetuto così tante volte, miracolosamente sempre identico, come una fiaba ai bambini, come un nome. Le parole per dire di come lei, volendo guardarsi da una prospettiva capace di far convergere nello stesso sguardo tanto l’idea di se stessa quanto il concetto di bellezza, vede se stessa arrivare.

      (sn)


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