(tell me the truth) n.*1

marzo 31, 2012

You can’t be careful on a skateboard, man.
S. King

(tell me the truth) n.2

marzo 25, 2012

Certo bisogna farne di strada
da una ginnastica d’obbedienza
fino ad un gesto molto più umano
che ti dia il senso della violenza.

E’ curioso notare la quantità di persone che, scrivendo la recensione di un libro, si dilungano sull’insopportabilità/immoralità dei personaggi e trattano le loro antipatie personali e la loro delicatezza di stomaco alla stregua di valide motivazioni per sostenere che un libro non è un buon libro. Desidero moltissimo che a queste persone sia impedito di leggere, definitivamente.

Inoltre, la frequenza di tali scritti in un’epoca e in una regione geografica in cui l’istruzione superiore è una faccenda mainstream mi fa periodicamente formulare la seguente considerazione: quelli che fanno irruzione nelle università armati di mitra e aprono un fuoco indiscriminato avranno le loro buone ragioni; certo, difetta loro un impegno, a mio parere necessario, nel senso di una qualche selettività della punizione. Dubito, in ogni caso, che una accurata selezione apporterebbe differenze rilevanti nella conta dei caduti.

(radioshow) n.18

marzo 22, 2012

[promising you won’t feel a thing at all.]

(estetica) n.5

marzo 13, 2012

Con te fiorivo, come
la primavera
nelle accelerazioni dei documentari
e la tua devozione mi scoppiava
in cinque parti
come i fiori. Con te i miei occhi
compivano il miracolo
di rivolgersi
a se stessi – le mie mani
confuse dal riflesso
del tuo tocco
sulle gambe, sulla pelle
screpolata: mi stiravi
come la seta.

Ma ero troppo bella, e tu dicevi
che ero troppo buona e tu
dicevi che nessuno al mondo
avrebbe mai retto
il confronto
dei miei occhi: che erano troppo
puliti e non vedevano
che macchie
e ferite.

Non resta niente, solo tu
che perdi
il possesso e l’autorevolezza e
io che perdo coscienza e
la conoscenza delle mie
parti e aspetto
di reggere il confronto e qualcuno
che resti e resista e che regga
il confronto.

Perché nessuno al mondo
è troppa gente.

(thiopental) n.3

marzo 11, 2012

Che cosa triste, la libertà.

(Ennet House) n.3

marzo 11, 2012

Uno strappo, un lamento, un ronzio mai abbastanza lontano. La ragazza sullo scaffale.

Tieni a bada gli insetti, tieni a bada le tue mani, rassicura i presenti. Morire è difficile. Morire è molto difficile. Alla fine, respirerai. Una goccia sul muro, lenta come il sudore. Tra un respiro e l’altro ho il tempo di rivivere interi periodi della mia esistenza. Tra questo respiro e quello successivo mi vedrò ridere e poi spezzarmi e impazzire. Tra questo respiro e (prenderò sei volte il treno, tre volte mi lasceranno andare, comprerò un nuovo biglietto per riprovare, mi lasceranno andare, il mare dal finestrino, l’abbraccio rigido dell’architettura fascista, l’ultimo autobus diurno o il primo notturno, il giorno che viene, allora, com’è andata? È una città del cazzo e un’altra città del cazzo e piena di donne e ragazze e di studentesse e puzza di acqua di fogna le zanzare oscurano il sole marcita dalla nebbia e dalle buone maniere la bianca torre piantata nell’erba come uno scherzo o come un pugnale nei locali la penombra ben progettata di un eterno pomeriggio inoltrato, ora viene l’estate, verrà da te d’estate, lo sappiamo tutti che lui verrà da te d’estate, verrà da te d’autunno e se ne andrà d’inverno e poi passerà il tempo verrà la primavera e poi l’estate ma non pensarci non ci devi pensare questo è già il futuro, hai già preso sei volte il treno e tre volte ti hanno lasciata andare e) quello successivo. Tra questo respiro e quello successivo avrò svuotato i suoi occhi e quelli di mia madre. Tra questo respiro (avrò reagito bene a tre presunte gravidanze e perso tutti i denti) e quello successivo. Dopo questo respiro starò precipitando in apnea, una caduta lunga quanto le scuole dell’obbligo, quanto la mia prima notte d’amore, quanto il tempo necessario a morire asfissiata. Qualcuno che mi scuota, ma l’urlo intasa il petto e tutto si blocca e non passa aria, l’aria è finita, morirò adesso senza poter chiedere aiuto. Poi è il respiro successivo. Quando è stata l’ultima volta che ho respirato? I presenti sembrano tranquilli, va tutto bene, sto respirando.

Un suono straniante di campane. Tra le antenne una bandiera nera con teschio e tibie incrociate, posso sentirne gli schiocchi quando il vento la scuote. L’aria nella stanza sta aumentando, è come respirare controvento, non riesco a svuotarmi, non  riesco a soffiare. Le finestre finiranno per esplodere. Ogni singolo oggetto possiede la capacità di farmi qualcosa. Non riesco a. Le cose volgono, irrimediabilmente, al peggio. Rassicura i presenti. L’aria nella stanza sta aumentando. La pressione sulla pelle comincia a diventare dolore.

Cosa c’è di così allarmante nella disposizione degli oggetti? Dove risiede il potenziale catastrofico delle pareti? Gli insetti sono molto lenti, o molto veloci, non c’è niente da temere. La prossima parola potrebbe salvarti. La prossima parola e magari degli occhi, una sigaretta. Qualcosa che rimandi il prossimo segmento di tempo. Il prossimo respiro ti darà conferma di questo respiro. Il ritmo è importante. Tenersi impegnata. Tenere le mani impegnate. La scrittura, la masturbazione, una sigaretta. Rimandare il prossimo istante. Quante volte ho respirato da quando se n’è andato? Quante volte ho respirato da quando me ne sono andata? Andare incontro al prossimo istante con le mani legate o impegnate. Fumare scrivere sciogliere un nodo nei capelli. Che avrebbero dovuto essere perfetti, ma non lo erano. Tenere un ritmo costante nella concretezza dei gesti. Un insetto mi guarda, immobile sul bordo del tavolino. Se non distolgo gli occhi non può avvicinarsi. Ma se ce ne fossero altri e non li stessi sorvegliando?

Ci sono cose, qui dentro, che non ricordavo di aver visto. Riconoscerle è come svegliarsi da un sogno in cui i morti amati sono ancora in vita. Se non distolgo gli occhi nessuna di quelle cose avrà modo di avvicinarsi. Il ragazzo diceva: non possono toccarti, in nessun caso possono toccarti. Cos’altro diceva il ragazzo? C’era qualcosa nei suoi gesti che. Cos’era la cosa che faceva?

Il ritmo, il calore, il nero ricamo delle parole.
Uno strappo un lamento un latrato.

Teatrale, la ragazza sul davanzale mi supplica di non farlo: un soffio un pensiero una spinta, un riflesso. La mia mente la scaraventa a un metro dal muro esterno. Tra l’aria che inalo e quella che espiro la ragazza sta precipitando. I veli della sua gonna in un rallenty di volute, effetto doppler invertito delle sue urla che mi si avvicinano dopo essersi allontanate, una caduta lunga quanto. Un pensiero un riflesso una spinta, un tonfo troppo realistico e distante. Mi ricompongo, una cosa può essere plausibile senza essere vera. La ragazza è sullo scaffale, con i vestiti neri e i capelli castani. Punto di ripristino. Dico, cosa mi hai fatto. Dice, cosa stai per farmi.

Indietro a quando è cominciato. La stanza era così piccola. La libreria, un armadio precario, la scrivania; la stanza era larga quanto era lungo il letto, sulla parete in fondo, sotto la finestra. Mantieni il ritmo. Non riesco a ricordare perché il materasso fosse sul pavimento. Il ragazzo sul materasso. L’afa liquida del pomeriggio. Il suo respiro e il rumore delle mie dita sulla tastiera. Non ricordo i dettagli. La sua voce negli auricolari, oppure non c’erano gli auricolari? La sua voce e il mio primo gesto di cura concreto. Le mie dita così lente e impacciate. La sua voce che diventava consueta. Le parole e la primissima guerra che mi apprestavo a vincere. Il mio corpo uno schermo uno scudo l’arma magica levata a difenderlo. Il mio corpo una tenda di cristallo un fossato un muro di fiamme la preghiera a scongiurare il male. Il mio corpo minuscolo splendente di gloria, la gonna con i fili d’oro arrotolata in vita, il tessuto troppo sottile che il sudore incollava alle gambe, la mia pelle con i fili d’oro, la sua voce gracchiava dolcemente dal registratore, diventava consueta, mi dettava una parte di vita. Una soffitta di Milano, un uomo gentile, la polvere nei fasci di luce è il dettaglio che avevo inventato. Il mio ragazzo nel fascio di luce insieme a un uomo gentile, la mia stanza di polvere d’oro, l’aria bagnata, il suo respiro dal pavimento, la sua voce che addomesticavo, che mi ammansiva. Così è di questo che volevi parlare?

È un altro momento. Sono io che dormo. Il mio corpo stremato dagli incubi sul materasso che, chissà per quale motivo, era sul pavimento. Il lenzuolo sottile attorcigliato e stretto a intrappolarmi le gambe. Le sue dita sulla tastiera ad addomesticare le mie linee scomposte. Un canto d’amore levato a salvarmi, la mia prima, dolcissima, definizione, la riconversione delle mie ossa e della mia carne in congegni a induzione di incanto, le ore che trascorrevano in mia parziale assenza, la mia mente stremata dagli incubi. Avanti, racconta. Ci stiamo arrivando. Cosa è successo dopo? La ragazza sullo scaffale pieno di libri di architettura mi sfida a dirmelo, a ricordarmelo. Io c’ero, dice, so com’è andata. Io dico, c’era, lo sa come è andata. Teatrale, la mia mente lancia verso di lei un pugnale che non può schivare, le si apre il collo e lei tace. Il rumore sveglia la ragazza sul materasso. La stanza è azzurra, si è fatta sera. La ragazza sullo scaffale sfoggia il suo collo rimarginato, accende una sigaretta, aspetta l’epilogo. Io c’ero, dice, lo so com’è andata. Il sorriso del ragazzo, che non ricordo. Bensvegliata amore dolcezza incanto infinito. Bentornata al mondo e al mio amore, scrivevo di te mentre non c’eri. Nei miei occhi, qualcosa di molto sbagliato. Hai riposato, eri bella. Ho avuto gli incubi. Pensavo fossero sogni erotici, eri tenera, non ti ho svegliata. Ma erano incubi. Mi dispiace. Erano incubi e adesso è tardi e non mi hai svegliata. Mi dispiace. È tardi, è troppo tardi, non avresti dovuto lasciarmi dormire. Non avresti dovuto.

La ragazza in nero sorride cattiva. Dice, non esistono baci d’addio.

Lo chiamerò per provare a tenerlo. Lo chiamerò per farmi fermare. Lo chiamerò per provare ad ucciderlo. Lo chiamerò per metterlo in guardia, per dirgli di scappare, per implorarlo di non lasciarmelo fare. A chi sto garantendo la sopravvivenza? La cosa feroce che mangia nel mio piatto ne chiede ancora, non ha intenzione di morire. Ormai sono intera, ormai siamo in due. Persino lui a volte confondeva le nostre voci.
Dolcissime, logiche argomentazioni per svelare i dettagli dei piani per ucciderlo. Le parole giuste per supplicarlo di scappare, un pianto spezzato, la voce piegata, così dolce che lui restava sempre. Mi consolava. Di chi era la voce?
Con un ringhio a trasfigurarla, una parte di me creo l’arma che armò la mano che caricò l’arma che. Chi delle due gli diede lo schiaffo che lo lasciò in vita? Non esistono baci d’addio. La bestia ne chiede ancora, non ha intenzione di morire. Persino lui confondeva, a volte, le nostre voci.

È adesso. S. dal naso perfetto e i capelli corti sotto il cappuccio mi dice: quando sto troppo male penso che il peggio che può succedermi è morire, questo mi tranquillizza. Ha ragione, ma non sono tranquilla. Non riesco a non pensare che qualcosa si stia avvicinando. Bentornati: esseri, fantasmi, nemici armati. Non riesco a non essere certa che qualcosa peggiore della morte si stia avvicinando.
La mia mente ha il potere di sciogliere i muri in colla, di far marcire le porte, di animare le cose. Tra un respiro e quello successivo posso sentire le mie unghie allungarsi. Domani domani domani avrò sanguinato. Qualcosa non va nei miei denti. Oltre a quello che non va. Rassicura i presenti, ma non c’è più nessuno qui, solo io e le mie cose e l’essenza maligna degli oggetti. Ma le parole possono salvarmi. L’oasi in cui non si vive e non si è, il recipiente del salvabile, il ritmo che allontana il languore. Se cammini non puoi congelare, muovi le gambe con metodo nell’acqua alta, disegna in segni che domani significheranno, ci sono creature, nell’acqua, ci sono cose e domani non vorrai ricordarle, piuttosto scrivi di quando, scrivi di quando, scrivi di quando e smettila adesso di invocare i santi di religioni estinte.

L’equilibrio negli stati del mondo. Quello che senti adesso, adesso qualcuno non lo sta sentendo. Ci sarà il paradiso, alla fine di questa notte e di tutti questi giorni. Un suono liquido, un cigolio, un pianto mai sentito. Il rumore di lamiera delle palpebre e del tempo. La mia mente ha il potere di cucinare la pelle, di saturare d’aria la stanza, di far mentire gli specchi. Erano belle le piramidi del Messico, le tartarughe del Madagascar, gli animali buffi della Nuova Zelanda. La ragazza in nero chiude gli occhi sul suo futuro. Quando sa che la guardo finalmente senza ostilità dice, col tono infantile dei suoi vent’anni, che non esistono baci d’addio. Esistono spinte schiaffi silenzi urla feroci. Non dare ascolto alle parole e alle stazioni, se è un bacio non è un addio. Dice, se deve essere un addio, non deve essere un bacio. Non chiedere aiuto, non farti incastrare nel rimpianto che  la nutre. Si uccidono solo di fame le cose affamate.

Ti spezzerebbe comunque un pranzo sbagliato, un’uscita saltata, il vostro riflesso in una vetrina. Ti spezzerebbe la voce di ogni donna, una cena di lavoro, un problema in famiglia. Ti spezzerebbe un momento di noia, un bacio stanco, un ritardo, una festa, un’amica d’infanzia. Come le creature delle profondità oceaniche, la cosa che mangia nel tuo piatto, risplende di colori improbabili se colpita da un fascio di luce improbabile. Riprendi il controllo. Come una creatura del mare profondo, chiedi con occhi insondabili che si spengano le luci.

C’è dell’altro, nessuno spettacolo ha modo o ragione d’essere senza un pubblico.
C’è dell’altro, quello a cui garantisci la sopravvivenza è un’intelligenza malata e cieca e affamata.
C’è dell’altro, non sei mai da sola a chiamare aiuto.
C’è dell’altro, sei feroce e infinitamente più forte di ogni bel cavaliere armato.
C’è dell’altro, come una pianta hai bisogno di essere innaffiata e c’è dell’altro
il ragazzo supplicava, chiedeva aiuto
C’è dell’altro, non esistono baci d’addio se non quelli di preludio alla morte
C’è dell’altro, recupera le armi, apri il fuoco sui corpi baluardi delle tue definizioni, su ogni possibile legittimazione. Chiudi gli occhi e apri il fuoco, confida nell’istinto di conservazione.

Tremo di freddo, la ragazza dello scaffale mi stringe la mano, mi presta un maglione per coprirmi. Apriamo gli occhi sul nostro futuro. Cosa ci hanno fatto, dice. Dico, cosa ci faranno. I rumori del mondo torneranno normali. I muri non sono che muri. Le cose non possono toccarmi. Dice, i crampi della sua fame smetteranno di tormentarti. Nessun bacio d’addio, glielo prometto, nessun grido d’aiuto. Al posto di un ultima cena, un primo digiuno. Tra un respiro e l’altro ormai passano meno di dieci secondi. Morire è difficile, è molto difficile. Io sono capace di essere, di restare a me, di respirare.

C’è qualcosa celato nella massa di molecole che satura la la stanza. Dalle profondità insondabili dell’aria qualcosa troppo vicino al mio orecchio mi chiede per quanto ancora credo di poter scappare.

(radioshow) n.17

marzo 9, 2012

That I would be good even if did nothing.
That I would be good even if I got the thumbs down.
That I would be good if I got and stayed sick.
That I would be good even if I gained ten pounds.
That I would be fine even if I went bankrupt.
That I would be good if I lost my hair and my youth.
That I would be great if I was no longer queen.
That I would be grand if I was not all knowing.
That I would be loved even when I numb myself.
That I would be good even when I am overwhelmed.
That I would be loved even when I was fuming.
That I would be good even if I was clingy.
That I would be good even if I lost sanity.

(Ennet House) n.2

marzo 8, 2012

1. Nei periodi in cui sono stata felice, scrivere non è stato necessario né, a ben vedere, possibile.

2. Nessun momento di infelicità mi è veramente insopportabile, ma è insopportabile la sola idea di raccontare quel momento. Se non fossi intimamente convinta della necessità di scrivere la cronaca della mia esistenza, se riuscissi a convincermi, invece, che della mia esistenza non resterà alcuna testimonianza, la questione della felicità risulterebbe, ai miei occhi, irrilevante.

Eppure, sono qui.

(radioshow) n.16

marzo 8, 2012