(Ennet House) n.1

marzo 7, 2012

(vecchie e nuove evidenze)

Che quando creature orrende scivolano fuori dagli occhi affaticati e dilagano nella stanza si può uscire dalla stanza. Che chi non conosce il tuo nome non può vederle. Che è lecito confidare nella salvezza offerta dagli estranei.

Che se è un giorno buono, se si è fortunati, essere sconosciuti è un buon compromesso tra esserci e non esserci. Che questo compromesso può tenere a bada il desiderio di sparire.

Che è un fatto romantico dare un nome a ciò che si possiede. Che è un fatto etico dare un nome solo a ciò che si possiede.

Che sono poche le cose che si possono effettivamente perdonare, ma che c’è da inchinarsi di fronte alla capacità delle persone di sopportare. Che si può sopportare quasi qualsiasi cosa.

Che c’è sempre, e sempre di più, una ragione se i grandi logici tendono a morire suicidi (cit.). Ma che quasi sicuramente noi non siamo così grandi.

Che crescere può assumere molti significati. Imparare a conciliare gli opposti, e sopravvivere; oppure, imparare l’inconciliabilità, e sopravvivere; imparare a tenere i paradossi come note a margine e a ignorarli per la maggior parte del tempo; a non confidare nei risarcimenti, a non confidare negli incidenti automobilistici (cit.); a chiamare i porcellini d’india ‘conigli’ al fine di mangiarli; a non indulgere in fantasie di predestinazione, o di autoeliminazione; a non cercare conforto nel determinismo, a non cercare conforto nei nessi di causa ed effetto; ad alleggerire il bagaglio del proprio disaccordo (cit.); a valutare il grado di esistenza delle cose sulla base degli effetti che esse producono sul mondo, ad evitare accuratamente di applicare lo stesso parametro per valutare il proprio grado di esistenza; a tenere le spalle dritte; a distogliere lo sguardo dalle armature d’oro, nonostante la seduzione che esercitano; a non distogliere lo sguardo dalle creature che si aggirano nelle stanze vuote, nonostante il raccapriccio che producono; ad andare via da dove si vuole stare.

Che non si può sapere, vedere o ricordare tutto. Che si può essere interi o integri, ma non entrambe le cose. Che per essere integri bisogna sacrificare delle parti, limare le escrescenze, e per essere interi bisogna accettare di non rientrare in una definizione univoca, accettare di compromettersi; ogni tentativo di conciliazione non può che amplificare la portata delle amputazioni necessarie a rendersi accettabili. Che per questo motivo bisogna prendere una decisione in fretta. Che questa cosa vale per tutti, ma a qualcuno è dato di non saperlo. Preservare la propria integrità conduce a una diminuzione progressiva e potenzialmente infinita, preservare la propria interezza conduce alla pazzia. Si è salvi nella misura in cui non si comprende questo ragionamento.

Che alcune sofferenze sono grovigli di rovi da districare mentre altre sono barriere di fiamme da oltrepassare. La sopravvivenza dipende dalla capacità di distinguerle e e reagire in modo adeguato: muoversi in modo frenetico in mezzo ai rovi che richiedono un’analisi accurata è pericoloso quanto indugiare nell’analisi delle fiamme. In entrambi i casi, fate attenzione agli occhi.

Che una cosa in grado di difenderti è necessariamente più forte di ciò da cui deve difenderti. Le implicazioni sono spaventose.

Che qualcuno dovrebbe preoccuparsi di mettere in guardia le giovinette dai rischi comportati da un’eccessiva fiducia nella bellezza dei propri capelli, un’eccessiva cura nella scelta della biancheria intima, un’eccessiva ingenuità nella scelta dei propri criteri di romanticismo.

Che bisogna distinguere gli eventi dalle condizioni. Agli eventi si fa fronte, alle condizioni ci si adatta. E’ legittimo lamentarsi degli eventi.

Che inaccogliente è altro che inabitabile. La precisione linguistica è un una risorsa molto potente contro i paradossi (la logica formale è una cura cruenta, ma efficace) e le falle esistono, ma sono ben nascoste. I grandi logici tendono a morire suicidi. Noi non siamo così grandi. La paura è una condizione, non un evento.

Che le città, come i libri, sono un dono: così piene di estranei e di parole di conforto e di storie che non sono la nostra storia. Grazie al cielo, non sono la nostra storia.

Che sacrificare ogni cosa alla verità è possibile, e a volte richiesto.

Che l’inferno è un fatto ricorsivo, e questa frase può essere letta in entrambi i versi con uno scarto minimo di significato.

Che giocare a carte scoperte è una pratica crudele in cui l’abilità, l’intelligenza, l’ingegno, l’agonismo e la clemenza sono soppressi per lasciare il posto alla pura forza. Che tanto un attacco violento quanto una supplica di pietà, a carte scoperte, sono atti di forza.

Che le parole in eccesso servono a ribadire l’insufficienza delle parole.

Che il dolore causato dalla consapevolezza che non esiste nessuno al mondo che ci conosce è inferiore al dolore causato dall’inaccessibilità di chi ci conosce.

Che io scrivo per raccontarmi a me stessa. Che vorrei smettere.

Che l’interruzione di un esperimento pericoloso è pericolosa, dal punto di vista dell’esperimento.

Che l’esperienza, quando non si traduce in istinto, è solo un’accumulazione di dati, la maggior parte dei quali superflui, inattinenti o fuorvianti, che complicano l’analisi fino a renderla impossibile. Che tali dati, per essere fruibili al fine di ricavarne indicazioni riguardo alle situazioni contingenti, richiederebbero infiniti criteri di archiviazione. Che noi non siamo abbastanza grandi da ideare, creare e gestire una tale mole di criteri. Se lo fossimo, moriremmo suicidi.

Che, di conseguenza, più si conosce più ci si smarrisce. La maggior parte delle certezze sono acquisite nell’adolescenza e nella prima giovinezza. Pertanto, io tendo a fidarmi di quello che pensavo a quindici anni (cit.). Non resta che sperare di essere stati dei ragazzi svegli.

Che esistono persone sinceramente convinte di poter trattenere, al proprio interno, un’altra persona. Che le invidio.

Che l’idea di poter vivere disseminata in vari corpi è raccapricciante. Che l’idea di poter continuare a succedere davanti o dietro agli occhi di una persona fisicamente distante è svilente.

Che è già difficile sopportare l’idea di vedersi succedere dietro ai propri occhi, il passato che riaccade come una proiezione su regioni mentali che reagiscono generando le stesse, identiche sensazioni. Vedersi succedere, fisicamente, davanti ai propri occhi è inaccettabile. Accettarlo implica un paradosso, ma può essere superato se si considera che la seconda situazione è un evento.

Che è possibile, per la mente umana, comprendere tre ragioni ed emozioni tra loro incompatibili. Che non è detto che le proprie ragioni e le proprie emozioni siano le prime, in ordine temporale, ad essere avvertite e comprese. Che è possibile che vengano avvertite per ultime. Che l’empatia assomiglia o conduce alla follia. La paura non è un evento.

Che il termine “insopportabile” possiede delle gradazioni di significato. Che la precisione linguistica ci salva dal paradosso. Che bisogna sperare di non diventare mai abbastanza intelligenti.

Che è possibile innamorarsi per interposta persona.

Che è possibile desiderare con tutte le proprie forza di aver commesso, a un certo punto, un errore che ha rovinato tutto. Che questo è umano e inutile quanto il desiderio di non aver commesso un errore che ha rovinato tutto. Che a quasi tutti gli errori c’è rimedio, e la possibilità di un rimedio è una salvezza, anche nel caso in cui questo rimedio, di fatto, non esiste.

Che l’inferno, prima che meritato, va conquistato.

Che sono facile, facilissima, alla fine. E che non conta.

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6 Risposte to “(Ennet House) n.1”

  1. Vincenzo Says:

    Che tante volte quando vi leggo mademoiselle mi sembra di guardare dentro me…


  2. [arecibo message: con dovuta ironia (e leggerezza infinita).]

  3. vivvyx Says:

    saluti il mio luogo pubblico è me stesso su vincenzogramegna.wordpress…le mie parole sono uno stato d’animo scritto adesso ma provato più volte su di voi iscritta su wp, l’ho pensato molte volte, l’ho scritto ieri.
    Intendetelo come un complimento se è un complimento riuscire a far guardare qcuno allo specchio!


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