(tell me the truth) n.9

luglio 24, 2012

«La sua foto per me ha un sapore amaro. Alzino la mano quelli che sono disposti a credere che io baci la sua foto. Lei non ci crederebbe, oppure la cosa la intristirebbe, anzi la farebbe arrabbiare, e direbbe non mi hai mai baciata nel modo in cui baci la mia foto dell’ultimo anno delle superiori amara di sostanze chimiche, i motivi per cui baci la mia foto dipendono tutti da te, non c’entrano con me»

«Non gli piaceva veramente baciarmi ».

[…]

«E’ Qui. E’ Ora. Le bellezze prossime venture saranno e devono essere nuove. Io l’ho invitata a d assistere a un rinascimento cristallino; freddo e piatto come un chip; fibre di splendore che luccicano in matrici estetiche al distendersi di un’alba di sodio. Quello che ci tocca e così facendo ci indirizza è ciò che ha un’applicazione. Sento incombere l’arrivo di un’ondata di grande pulizia, un’imminente precisione che già schiuma a tutti gli angoli del significato. Sento l’odore del cambiamento, di un sollievo pagato a caro prezzo, come l’odore di muffa che preannuncia la pioggia estiva. Una nuova era e una nuova concezione della bellezza come vasta gamma, non come luogo preciso. Basta con i concetti unioggettivi, le contemplazioni, il caldo respiro di trifoglio., i petti ansimanti, la storia come simbolo, i colossi; basta con l’uomo – pugno alla fronte o palmo sul décolleté –  inteso come palpitante, scalpitante, surriscaldata Natura., essa stessa a sua volta immaginata come colorata, dotata di forma, carica di odore, attributrice di significato grazie alle sue qualità. Basta con le metafore. Numeri di Gödel, grammatica svincolata dal contesto, automi finiti, funzioni e spettri di correlazione. Non si tratterà più di essere sensibilmente qui ma causalmente, efficacemente qui. Qui nella maniera più intima possibile».

«Diceva che avrebbe voluto portarmi con lui. E quando gli chiedevo dove, lui si arrabbiava».

«Ero convinto di poter cantare come un filo metallico allo zero assoluto, acutissimo e pallido, di poter bruciare senza accensione o frizione,  di poter brillare a freddo come una luce color limone, abbracciato a una griglia di puro significato. Trasferimento privo di interferenze. Ma poi un piccolo, silenzioso, educato, profumato, ordinatissimo sistema di nuovi segnali mi ha in qualche modo sparato alla testa. Con le parole e le lacrime lei mi ha amputato qualcosa. Io le avevo donato la mia più intima importanza, il suo autobus è ripartito, lasciando una qualche parte fondamentale di me dentro di lei, come il pungiglione di un’ape. Adesso l’unica cosa che voglio è salire in macchina e andarmene molto lontano, a sanguinare».

[…]

«La situazione peggiora. Adesso i miei capelli hanno assunto una forma la cui ombra mi fa paura. Mi rendo conto che né mia zia né mio zio mi hanno mai chiesto che fine ha fatto quella ragazzina tanto carina che era venuta a trovarli insieme a noi l’ultima volta che eravamo stati lì, e mi domando cosa ha detto mia madre a mia zia. Comincio a provare angoscia per qualcosa che non so localizzare né definire. »

“Ora hai smesso di baciare foto e strappare prove e cominci a intuire che la questione è, ed è sempre stata, più generale e per certi versi più inquietante”.

«Comincio a rendermi conto che lei potrebbe anche non essere mai esistita. Che potrei sentirmi così in questo momento per una ragione diversa – o forse anche per nessuna ragione. La perdita di un ben preciso referente per le mie emozioni mi disorienta terribilmente».

[…]

«Dice che se è qualcosa di serio non c’è nessun problema ad aspettare che torni a casa mio zio, che lui ci sa fare con quel diavolo di cucina e potrebbe darci un’occhiata; e poi se né io né lui riusciamo a farla funzionare possiamo sempre andarci a mangiare un boccone fuori. Io mi tasto i capelli dalla forma spaventosa e le dico che probabilmente ho quasi risolto. Decido di sfilare alcuni fasci dal vecchio rivestimento in plastica rosa per qualche centimetro per vedere se tante volte i singoli cavi fossero distinti per colore. Libero i fasci dal cablaggio e sfilo il rivestimento dai primi due., ma tutti i cavi si rivelano essere dello stesso opaco  grigio pesce, e i conduttori talmente vecchie  e sfilacciati che i cavi  cominciano a disfarsi e diramarsi ovunque, disordinandosi, e ormai non riuscirei a riattaccarli al partitore neanche se sapessi dove vanno, senza contare il rischio ancora maggiore derivante da un eventuale corto circuito fra i cavi nudi. Comincio a sudare. Noto che il rivestimento isolante in tessuto del filo della corrente è anche quello talmente rovinato che un paio di filamenti di rame del cavo a 220 V stanno sbucando fuori. Può darsi che la colpa del guasto fosse proprio quel filo. Mi rendo conto che prima di tutto avrei dovuto tentare di accendere il forno per  vedere se il problema dell’alimentazione era ancora più a monte di eventuali problemi ai cavi dei fornelli o al circuito. Mia zia si muove sulla sedia. Io inizio ad avere difficoltà a respirare. I cavi dei fornelli, sfoderati e sfilacciati, sono sparsi sul partitore come capelli grigi. Bisognerebbe riavvolgerli e raggrupparli di nuovo in fasci prima di poterli reinserire al loro posto e rendere i fornelli anche solo potenzialmente funzionanti, ma mio zio non possiede l’attrezzo adatto. Né io ho ami avvolto personalmente un sistema di cavi. Il lavoro che mi interessa si fa con una matita e un pezzo di carta. Qualche rara volta con una calcolatrice. All’avanguardia dell’ingegneria elettronica, quasi tutte le questioni interessanti si possono risolvere mediante la manipolazione di variabili. Non sono mai stato bocciato a un esame, neanche una volta. Mai. E a quanto pare ho rotto questa povera stronzissima cucina. Non so bene cosa fare. Potrei attaccare il fascio di conduttori del forno a un’uscita del partitore verso i fornelli, ma non ho idea di quanto potrebbe rendere incandescente il fornello la sovracorrennte che ne risulterebbe.  Non c’è modo di saperlo senza avere a disposizione alcun dato sulle proporzioni tra le resistenze specifiche nella composizione del metallo dei fornelli. La corrente usata per riscaldare un grosso forno anche solo fino a MEDIO potrebbe benissimo squagliarlo, un fornello. Non è impossibile. Mi metto quasi a piangere.  Mia zia sta passando ai verbi in –ir/-iss. Je partissais, tu partissais, il partissait, elle partissait”».

“Non sei capace di riparare una cucina?”

«Mia zia mi chiede di nuovo se sono sicuro che non sia un problema, e io non le rispondo perché ho paura del suono che potrebbe avere la mia voce. Disconnetto con grande attenzione l’altra estremità di ogni fascio di cavi dal trasformatore di ciascun fornello e arrotolo tutti i fili accuratamente e li poggio sul fondo della cucina. Faccio ordine. All’improvviso l’interno di questa cucina è l’ultimo posto sulla faccia della terra dove vorrei trovarmi. La cucina comincia a farmi paura. Da dietro uno dei suoi lati vedo i piedi di mia zia, che si sta alzando. Sento la porta del frigo che si apre. Un piatto viene posato sul ripiano sopra di me e ne viene tolto qualcosa di scricchiolante.; in mezzo agli odori di sporcizia di cucina elettrica e antiche connessioni mi arriva un delicato aroma di chili. Sbatacchio un cacciavite contro l’interno della cucina per far credere a mia zia che sto combinando qualcosa. Sono sempre più spaventato».

«Un sacco di volte mi ha detto che mi amava».

“Spaventato di che?”

«Gli ho rotto la cucina. Mi serve uno strumento per attorcigliare i cavi. Ma non ho mai attorcigliato un cavo».

 «E quando me lo diceva ci credeva. E so che ci crede ancora».

“E questo cosa c’entra con tutto il resto?”

«Mi sembra che c’entri moltissimo. Sono così spaventato dietro quella vecchia cucina lurida che non riesco a  respirare. Sbatacchio arnesi».

“E’ perché vuoi bene a questa graziosa signora ormai anziana e hai paura di aver fatto del male a una cucina che possiede da prima di Kennedy?”

«Ma secondo me sentire di amare qualcuno gli faceva paura».

«E’ un apparecchio rudimentale».

“A chi altro hai fatto del male?”

«Mia zia viene dietro la cucina e si mette in piedi alle mie spalle e sbircia dentro al cavità nera e riordinata della cucina e dice che a quanto pare ho fatto un bel po’ di lavoro! Indico con il cacciavite il partitore lercio e non dico nulla. Lo tocco con l’attrezzo».

“Di che cosa hai paura”.

«Ma non credo che lui dovrebbe farsi del male in questo modo. A prescindere da tutto».

«Credo, inginocchiato dietro la cucina, con mia zia che si accovaccia  a posarmi una mano sulla spalla, che mi faccia paura assolutamente tutto ciò che esiste».

“Allora accomodati pure”.

D. Foster Wallace, Da una parte e dall’altra.

(Ennet House) n.6

luglio 10, 2012

E’ tutto così semplice, basta dividere.

Ma adesso vorrei: che non fosse necessario inventare le cose, per dirle, e due righe di parole già scritte, già sapute, la storia di qualcuno che è sopravvissuto. Dire le cose senza trascinare rottami così pesanti per approssimare una rappresenzatione veritiera, aderente, convincente, per questa sorta di buio che, io lo so, deve averla una parola, una sola, da mostrare e poi dire: è tutto, è questa cosa grande e affamata e spaventosa e non c’è altro. Ora l’hai vista, mi porti via da qui?

Oppure sollevarmi per i lacci di un amore folle, folle e perduto, e bastarmi, come le creature che non hanno un nome eppure mangiano, si muovono, persistono.

Oppure, ancora un’ora nella grazia dell’autoevidenza, due occhi che sanno e non chiedono e non dover spiegare o chiedere scusa o rimandare: la solita evasione, la solita consolazione. Dov’è che vuoi andare?

Che non si pizzicasse la pelle nel cardini delle ossa. Che ogni pensiero razionale non fosse in salita. Che io non fossi un immenso estenuante ricatto.- Essere altro.

Le parole giuste, quelle già dette: chiamare incidenti gli incidenti, contrattempi i contrattempi: e solo ‘una sera un triste’ quella in cui.

Invece c’è una spiaggia creata apposta perché la storia sia comprensibile e una ragazza che guarda l’ora e trascina relitti e li ammucchia cercando di restituire la forma di ciò che è stato e di ciò che poi è diventato, e la dinamica dello schianto, e gli animali morti a riva e l’amore negli occhi delle foto, e ti giuro che ho le ossa rotte, ma non sembra, te lo giuro che sono rotte, e ti giuro che voglio dormire, ma tua madre ti aspetta a casa, e giorni non segnati, le ore dimenticate e non sapere la fame e la sete e non mancare di nulla e non sapere il possesso e intorno nel mondo scoppiano le guerre e questa è una nuova stagione ma non qui, un letto grande e immobile come un confino, gli spasmi come i crampi come la febbre come il terrore ed è sempre ‘come’ qualcos’altro e mai un nome, per dire senti, è qui, è questa cosa affamata e spaventosa come il mare al buio, che mangia i nomi e gli occhi, i numeri di telefono, che scava fossati dietro le porte chiuse e fa sentire il rumore della polvere nelle stanze, è questa cosa fredda e grande e gonfia come il mare che tengo a distanza e che dice cose che non voglio sentire e poi la sabbia cede ed è solo un buco quello che mi ingoia fino alle ginocchia, non è tutto il mare, è solo un pezzo di acqua gelida nella quale marciscono cose perdute e che parla di denti e di cose che non hai salvato, che dice cose dolci, dice ti avrei sempre amato, e dice cose orrende e plausibili con la voce di chi ti ha voluta e se ci fosse una parola sola per dire questi buchi sarebbe lo stesso nome per dire nausea, mi dispiace, terrore, amore, paralisi e preghiera, ogni cosa che sia mai morta, ogni cosa che tu abbia mai visto morire.

(Tell me the truth) n.8

luglio 9, 2012

On a long enough time line, the survival rate for everyone drops to zero.