(Ennet House) n.6

luglio 10, 2012

E’ tutto così semplice, basta dividere.

Ma adesso vorrei: che non fosse necessario inventare le cose, per dirle, e due righe di parole già scritte, già sapute, la storia di qualcuno che è sopravvissuto. Dire le cose senza trascinare rottami così pesanti per approssimare una rappresenzatione veritiera, aderente, convincente, per questa sorta di buio che, io lo so, deve averla una parola, una sola, da mostrare e poi dire: è tutto, è questa cosa grande e affamata e spaventosa e non c’è altro. Ora l’hai vista, mi porti via da qui?

Oppure sollevarmi per i lacci di un amore folle, folle e perduto, e bastarmi, come le creature che non hanno un nome eppure mangiano, si muovono, persistono.

Oppure, ancora un’ora nella grazia dell’autoevidenza, due occhi che sanno e non chiedono e non dover spiegare o chiedere scusa o rimandare: la solita evasione, la solita consolazione. Dov’è che vuoi andare?

Che non si pizzicasse la pelle nel cardini delle ossa. Che ogni pensiero razionale non fosse in salita. Che io non fossi un immenso estenuante ricatto.- Essere altro.

Le parole giuste, quelle già dette: chiamare incidenti gli incidenti, contrattempi i contrattempi: e solo ‘una sera un triste’ quella in cui.

Invece c’è una spiaggia creata apposta perché la storia sia comprensibile e una ragazza che guarda l’ora e trascina relitti e li ammucchia cercando di restituire la forma di ciò che è stato e di ciò che poi è diventato, e la dinamica dello schianto, e gli animali morti a riva e l’amore negli occhi delle foto, e ti giuro che ho le ossa rotte, ma non sembra, te lo giuro che sono rotte, e ti giuro che voglio dormire, ma tua madre ti aspetta a casa, e giorni non segnati, le ore dimenticate e non sapere la fame e la sete e non mancare di nulla e non sapere il possesso e intorno nel mondo scoppiano le guerre e questa è una nuova stagione ma non qui, un letto grande e immobile come un confino, gli spasmi come i crampi come la febbre come il terrore ed è sempre ‘come’ qualcos’altro e mai un nome, per dire senti, è qui, è questa cosa affamata e spaventosa come il mare al buio, che mangia i nomi e gli occhi, i numeri di telefono, che scava fossati dietro le porte chiuse e fa sentire il rumore della polvere nelle stanze, è questa cosa fredda e grande e gonfia come il mare che tengo a distanza e che dice cose che non voglio sentire e poi la sabbia cede ed è solo un buco quello che mi ingoia fino alle ginocchia, non è tutto il mare, è solo un pezzo di acqua gelida nella quale marciscono cose perdute e che parla di denti e di cose che non hai salvato, che dice cose dolci, dice ti avrei sempre amato, e dice cose orrende e plausibili con la voce di chi ti ha voluta e se ci fosse una parola sola per dire questi buchi sarebbe lo stesso nome per dire nausea, mi dispiace, terrore, amore, paralisi e preghiera, ogni cosa che sia mai morta, ogni cosa che tu abbia mai visto morire.

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