(ennet house) n.7

agosto 29, 2012

Negli occhi di mia madre e di chiunque mi abbia amata vedo cose che nessuno di voi vorrebbe vedere.

Io però potrei sopportarlo per sempre, potrei continuare a sorridere e lavare i piatti e studiare e scopare, e a volte penso che potrei non considerare mai più nient’altro che la possibilità concreta di essere felice, e che potrei non considerare mai più, nemmeno per un attimo l’idea di una morte tanto consolatoria quanto ricattatoria, nonostante quelle cose, credo davvero con tutta me stessa –nonostante io non abbia prove che questo non sia un altro inganno, un modo di spostare la soluzione in un luogo appena fuori dalla mia portata, per il sollievo di arrendermi e abbandonarmi a una corrente così forte da annullare la rilevanza dei miei sforzi e riposare in un luogo orribile dove i pensieri hanno gli artigli, ma almeno non muovermi più, restare a piangere e a farmi del male ma almeno smettere di oppormi, finalmente, e riposare– credo con tutta me stessa che potrei farlo, accogliere come un dato di fatto l’ineluttabilità e l’esattezza del mio essere al mondo, nonostante quelle cose, se solo non dovessi vederle proprio negli occhi di mia madre e di tutti quelli che mi hanno amata.

Vi assicuro che sono cose che non volete vedere.

Non c’è, per il momento, alcun modo di toccarmi senza che un sistema immunitario deviato cominci a rosicchiarmi da dentro a fuori per arrivare a mordere la pelle che mi tocca, nel punto dolcissimo e incantato in cui mi tocca, e ci arriva sempre. Posso scappare e tenermi la fame e il ricordo di occhi che cadono a pezzi, di occhi sgomenti. Non c’è modo, non c’è mai stato e non ci sarà mai modo di restare quella che sono, e se sembra melodrammatico posso solo dire che il ricordo di quegli sguardi è più di quanto basti a farti decidere che restare quella che sei, restare, semplicemente non è un’opzione.

Non penso che mi manchi effettivamente qualcosa, per essere felice. Non c’è nulla che qualche giorno di silenzio non riesca a svelare, le pieghe del passato spianate dall’assenza, il presente un racconto di cronaca agghiacciante. Se solo si potesse parlare, se si potesse ricordare tutto ad alta voce, sfoggiare ogni cosa come un gioiello regalato, se solo; se solo non fosse un atto di forza di violenza di cattiveria e dispetto, se non fosse altro che quello che è. Dimentico le parole che volevo dire e resto a boccheggiare, l’ordine rigido delle lettere sulla tastiera che non sa dire niente, che non consente ricombinazioni.
Resto distesa a guardarmi e prendere nota, chiudo la bocca per qualche settimana e ciò che è rimasto intatto della mia mente mi fa dono di una visione, sorrido all’obiettivo e all’improvviso ho una foto in cui non sono sola, il mio viso una cosa minuscola in mezzo ad altre cose, la mia essenza persa da qualche parte in mezzo alle bestie a cui concedo asilo, i miei occhi porgono le mie scuse, i miei mostri porgono, come un conto che so di non poter pagare, resoconti dettagliati dei massacri fatti in mio nome, trofei di guerra che non vorrei vedere.
Dopo resta poco da dire e per dirlo ci vorrebbero, evidentemente, troppe parole. Le tende si gonfiano e si sgonfiano come un respiro. Sono lontana da qualunque pericolo, da tutto ciò che potrebbe toccarmi. Quello che sento è come la fame. Ciò che mi terrorizza è già successo e il fatto che sia successo mi spaventa quanto il fatto che sta succedendo di nuovo e ancora. Cerco di non pensare al fatto che se qualcosa provasse a toccarmi finirà lacerato, a meno che non si ritragga. Cerco di non pensare a nessuna delle due ipotesi e le parole si rifiutano di formularne altre plausibili. Cerco di non badare a niente, ma se escludo il resto rimane la fame, e piangere non è una soluzione.

Penso che essere felice sia non avere questo costante, incessante bisogno di chiedere perdono.

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(tell me the truth) n.10

agosto 16, 2012

Quello che sembra pericoloso spesso non lo è: i serpenti neri, per esempio, o i vuoti d’aria. Mentre le cose che stanno lì, immobili, come questa spiaggia, sono dense di pericoli. Una polvere gialla che si alza dalla terra, un caldo che fa maturare i meloni dall’oggi al domani: tempo di terremoto. Sei seduta a intrecciare la frangia dell’asciugamano, e d’un tratto la sabbia viene risucchiata come in una clessidra. C’è un rombo nell’aria. Negli appartamenti a buon mercato davanti alla spiaggia, le vasche da bagno si riempiono da sole, e i giardini si sollevano e si arrotolano come onde verdi. Se non succede niente, la polvere continuerà a disperdersi e il caldo a crescere finché la paura non si muterà in desiderio. Una tensione del genere può venire allentata solo da una catastrofe.

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Non sembravo nemmeno io, quella che ringraziava i pompieri. Ho detto grazie, ma non provavo nessuna riconoscenza. Sono rimasta in disparte a guardare, respirando l’aria catramosa. Mi guardavo perdere tutto quello che stavo perdendo, e compresi perché il signor Winton era rimasto in casa.
Adesso lo so.
So che le case bruciano, e che bisognerebbe sapere cosa salvare prima che succeda. Non perché, nella foga del momento, tutto sembra ugualmente prezioso. Ma perché niente sembra valere lo sforzo, neppure la tua vita.

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Ti stai chiedendo perché una persona già minuta di suo voglia sembrarlo ancora di più? Dovrebbe diventare evidente. Non sempre quello che so coincide con quello che vorrei vedere. Anche se in autostrada, e una volta su una strada di montagna, mi sono sforzata di vedere cose che non volevo vedere. La peggiore che abbia mai visto era un corpo senza testa. Allora ho capito che non mi dispiace vedere tutto, finché mi è dato di vedere tutto.

Amy Hempel, Collected stories

(afasia) n.6

agosto 13, 2012