(un tributo a non so cosa) n.6

febbraio 17, 2013

Le colonne di San Lorenzo parlano la loro lingua bianca, la polvere si posa sui miei anni, non c’è nessuno, mando qualche messaggio inopportuno – sono in cerca di consolazione, ottengo un silenzio dovuto all’ora tarda e un gelido addio perfettamente in tono – la polvere si posa sulle mie spalle, sul mio cappotto nuovo, sull’orlo altissimo dei miei stivali in fintapelle, trentasette, tacco a spillo: sui miei capelli. E «non è niente, solo un pretesto per scrivere due righe di rimpianto, per ricamare un po’ sul mio dolore». Non coglie l’ironia – la sta scordando – e disapprova.
(e non piangere, se vuoi piangi, e non chiedere e chiedi pure ma non insistere, insisti e lascia stare, lascia stare, lascia perdere: ti prego, piangi pure. Ma non ci crede, e non ci crederà nessuno che ero pronta a tutto, questa volta, anche ad andarmene, anche a restare.)

Le immagini che ho sono tutto ciò che avrò: le sto dimenticando già stasera. Non so che dire. Posso parlare dei cappelli delle universitarie trasgressive, delle ragazze che si baciano con la lingua guardando l’obiettivo, dei vestiti di pizzo che avrei un tempo potuto indossare, di come resto zitta, di come sono scomoda – nella mia stessa pelle. Qualcosa è andato storto, qualcosa si è inceppato, qualcosa nel mio corpo ha preso, anni fa, la piega sbagliata e ora sfoggio una timidezza fuori luogo oppure strizzo il mio occhio sinistro e glitterato a chi ritorna a chiedermi certe cose e a dirmi quanto ci sia portata.

Tutto andrà perso.

Avrebbe dovuto esserci la nebbia, e io che non concedo schermi posso leggere le sagome troppo nitide come una specie di rivalsa, gli agenti atmosferici si adeguano alle mie pretese, bambina, ecco come ci si sente. Si alzano gli scudi. Mi viene in mente, senza alcun nesso, quando dissi «a volte ti avvolgono le nuvole, e non ti vedo più». La mia voce, disse, era l’eco di un’altra voce. Questa cosa ci ridusse al silenzio, per un poco. Ma davvero, solo per un poco.

Stordita di tristezza e da un vago, generico amore, comincio a tossire, a soffocare. La polvere si posa sulle mie dita tiepide, sul naso, sulla lingua. Disegno storie false sulla superficie della cenere che nevica sulle minuscole, brutte abitazioni, che mi annega e mi si intona: una casa in rovina il cui prezzo inaffrontabile è giustificato esclusivamente dalla sua posizione.

Sono sporchi, e non gialli, i vetri della galleria della stazione centrale. Prendo un caffè. Posso ancora concentrarmi sui libri, porre fine alla sospensione del mio giudizio critico, com’è stato, l’impatto? Com’è stato l’impatto: un paio di fratture, un terremoto altrove, mi riassemblo con calma, di ritorno nel mio piccolo mondo intatto. Bronzo per il terzo posto, dopo lo shock dell’addio che ha arrestato il mio cuore e la vertigine sul petto del mio grande amore.

Che mi detiene, mi fa battere i piedi e mi fa ridere, dice il mio vero nome. Che mi conosce, e non dimentica né considera la mia appartenenza, non mette in dubbio né tiene in conto il peso del mio sentimento folle. Che si allontana.

Ora aspetterò qualcuno che mi parli all’orecchio, che dica dolcemente: resta ferma, non andare. Che continui a chiamarmi in un nuovo, splendido nome.
Che dica: non ho voglia di leggere, smettila di abbellirti, di legittimarti evocando i morti, vieni a mangiare.
Che dica: non voglio che tu scriva mai più niente, voglio stroncare la tua carriera letteraria, raccontami ogni cosa, prova a parlare.
Che dica: spogliati. Che dica: stenditi. Che dica: non voglio che tu scriva una sola parola, resta ferma qui, non ti vestire.

Mi dispiace molto di aver pianto, quella volta, non era il caso; ma gli incastri metaforici mi aiutano a rimediare: io aggiusto le cose, io trovo le cose, anche se sto piangendo e anche le chiavi per lasciarti uscire. Aironi nella palude, fagiani sui binari, Intercity587 in direzione opposta e non mi illudo che siano una pena commisurata alla colpa lo stillicidio dei nomi, l’ordine inverso delle stazioni, però fa male. Imparo ciò che avevo già imparato. In ogni addio, il dramma di ogni addio, matrioska dei gusci vuoti di ogni cosa che ho perduto.
Ma c’è foschia, finalmente, ad addolcire i tratti di un percorso di ritorno

che mostra i denti. Finalmente posso rassegnarmi. Le eternità schivate, evitate, mancate, sfiorate di striscio e scampate, o abbandonate, vertigine dei futuri intravisti nell’allinearsi di due finestrini che per un attimo si confrontano; nei triangoli feroci tenuti sospesi come i nostri fiati, geometria immobile in una via del centro, due vertici a fronteggiarsi e rimandare il primo passo su strade divergenti; simmetria ironica dei nostri sguardi fissi, entrambi, ostinati e reticenti nella direzione sbagliata. E dell’altro non ho mai saputo niente, stretti in una paralisi poetica e crudele, la congruenza di un addio troppo brutale, fa troppo male, fa troppo male, fa troppo male ma non quanto

———–non quanto il terrore delle fiamme, la fine dell’eternità riproducibile dei gesti, degli affari quotidiani, le rughe di espressione che si inabissano, inarrestabili e sempre più evidenti – ma lentamente, così lente da non poter essere notate – e trovarsi invecchiati. E tutto il tempo, tutto il tempo del mondo, un viaggio banale e interminabile, lunghissimo, e tutto il tempo e tutta la strada del mondo, così tanta strada da annoiarsi, così tanta strada da potersi addormentare senza il terrore perdersi qualcosa che era l’ultima occasione per vedere – tutto il tempo che anch’io credevo di avere.
Tutto il tempo per ridere e discutere, per scopare e cenare fuori e sbagliare il taglio dei capelli e farli ricrescere, lentamente, così lenti da non notarli, e poi un giorno vederli lunghi, e il tempo per ammalarsi e guarire, e tagliarsi e aspettare e dormire insieme sempre, e infliggersi flagelli e poi lenirsi e tutto il tempo, tutto il tempo concesso da un’eternità plausibile, scelta e promessa e preservata; il tempo di tradire ogni cosa sacra e poi, insanguinato, il tempo di perdonare –anche un un nuovo amore, anche la vertigine dell’innamoramento per il bel viso di una sconosciuta intravisto nello scherzo dei finestrini allineati – il riflesso del tuo viso a sovrapporsi al suo e farti vacillare con l’illusione di un riconoscimento, di una somiglianza – di perdonare.
Il tempo, insanguinato, di cambiare, di diventare lentamente, così lentamente da non poterlo notare, incompatibili e dopo, l’attimo crudo della mutilazione, lo spazio angusto che erode, l’acido che corrode fino a mostrare quello che resta dei corpi e degli sguardi –tutti quanti siamo veri di cuore, tutti quanti abbiamo gli occhi aperti– il tempo per essere coraggiosi e costringersi a una forma che ti permette di restare, nell’unico posto in cui si vuole essere, nel luogo della grazia, restare e perdurare nell’eternità concessa e poi il tempo, benedetto, di svegliarsi, ancora una volta e per sempre nel posto giusto, e avere la forma giusta, poter restare. Il tempo di baciarsi di nuovo e per sempre, e sempre
———–come si bacia un nuovo amore.

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