(aruspicina) n.3

aprile 30, 2013

[a mia sorella,  che mentre non c’ero
mi ha riportata a casa]

Ma tra poco
tra poco ci fioriranno addosso
le magnolie – come candele – e allora,
finalmente, apparirà davvero troppo grande
questo tempo senza. Racconterò
di quando sono morta
in Piazza Venezia
e circondata da amore e giovinezza e guardie
armate, avevo in bocca pezzi di ghiaia
e i nomi sbagliati. – Al mattino
non sentii che la febbre e capii dopo,
solo dopo. Ma tra poco
noi non bruceremo che di sole
e i passi per andarcene
li rallenterà solo l’asfalto
morbido di giugno.– Per te
avrei una storia molto triste: vedo
rompersi i nessi dolcissimi e corrompersi
i labirinti d’incanto
nelle vostre menti così esatte e belle
e così bianche.
Di me non esiste più memoria; non esiste più
ciò di cui ho memoria. Eppure
mi hanno amata, eppure
ho amato così tanto.
Ma tra poco, tutte le fiammelle
di nuovo esploderanno, il tempo
aggiungerà un anello
e io dirò a qualcuno dell’incandescenza
della pelle bianca, liscia come la cera
e come i fiori. Di come mi gocciolava addosso
la vita che mi manca.

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(retroscena) n.1

aprile 26, 2013

Quasi improvviso il magnete che da sopra
strappa via qualcosa
delle ossa (colpi come
di un cuore) – la città,
allora, sbianca il cielo e allora
forse puoi chiudere gli occhi – e poi
sempre dal cielo illuminato
giallo, scende insieme con l’acqua la
terra – respirare è un dato ancora
quasi certo:

inspiri cinque volte e poi

finalmente, finalmente
e poi ancora.

Il cielo, allora, diventa questa cosa
bianca dalla fame, scricchiola elettrica
l’aria tra i capelli, strido se si sfiorano
le dita, se si toccano
i denti

mi strazia e aumenta il battere risonante contro
il petto, grido per l’asfalto che si allarga o che si scioglie o
che (non c’è più voce che tenga, non c’è grazia
se c’è un fuoco appiccato dietro agli occhi
e quelle bocche che)

e pensi, fa’ che ci sia dio, fa’ che ci sia
fa’ che sia vero tutto, che sia
vero che ogni mio osso è polvere e che
cado e poi l’ultima cosa
è il bordo
-che si avvicina-
di un gradino (una cosa accidentale
e irreversibile) e poi
dopo questo tempo
dopo questo
e ancora
sempre
questo
per favore

che io sbatta la testa
abbastanza,
e che sia adesso.

(radioshow) n.25

aprile 21, 2013

 

«Le nostre bellissime menti, in fiamme.»

(dettagli tecnici) n.5

aprile 18, 2013

Mi prende la mano, la stringe, qualcosa nei suoi occhi mi somiglia. Dice, più seria e tenera di quanto sarebbe necessario, Posso venire con te a casa tua? Se non devi lavorare tantissimo.

Ha cinque anni e per via di mescolanze etniche azzeccate è bella in maniera disarmante. È alta, ha uno sguardo di sfida costante (sembra che non sappia guardare se non così), i capelli corti e gli le iridi scure, eppure qualcosa nei suoi occhi mi somiglia. Cresce in un quartiere bello e periferico, e di conseguenza dice cose come: Sono contenta che non ti prendono in giro. Ma me sa che nemmeno tu prendi in giro a loro, no? Perché è logico che se tu je meni a uno poi quello pure te mena a te.
È una bambina logica.
Dice anche, Ma te veramente stai a aspettà un bambino? Ma se lo fai lo chiamiamo Mattia? E se fai un bambino ora che sei piccola è tuo o di zia Ada? E poi mi chiede, Perché ti sei sorrisa con quel ragazzo se non lo conosci?
Dice anche, Lo so che magari mò le case ormai sono tutte piene, ma quel barbone non può andare in un posto dove ci sono altri barboni, così magari diventano amici pure suoi e se la cercano insieme? Come te coi tuoi amici. Glielo diciamo?
Per dire che è sveglia, e che qualcosa nella sua svegliezza mi somiglia.

Mi racconta che ha lasciato il suo fidanzato e per lasciarlo ha fatto, nell’ordine, le seguenti cose: non ci ha giocato più, si è messa con n’artro, j’a sputato e poi j’a pure menato. Sputi e menate a parte, le voglio così bene. Le chiedo se ha mai preso il tram e lei rimane in silenzio. Mi dice di no, poi si corregge, Forse me lo dovevi chiedere a casa, così te lo diceva mamma se era vero, io non mi ricordo bene. Prima l’avevo sgridata per la storia di dire bugie e ora non so se è polemica o se semplicemente mi ha presa troppo alla lettera. Ma c’è qualcosa nei suoi occhi e le dico che non importa, non importa. Poi glielo chiedo io a mamma, ora facciamo finta che non ci sei mai stata?
Mi stringe la mano come se fosse importante, qualcosa nei suoi occhi mi somiglia.

Sul tram cerca di spiegarmi che se arrivasse un altro tram dietro al nostro, insieme sarebbero un dinosauro. Non capisco cosa sta vedendo. Se si toccano, mi spiega di nuovo, un po’ in ansia. Sono confusa. Me lo spiega ancora molte volte e alla fine, colpevolmente, le dò ragione anche se non ho capito. Mi guarda e forse si arrende e poi dice, Mi sa che davvero non ci sono mai stata sul tram.

A casa mia, con addosso il mio maglione che le arriva ai polpacci e in sottofondo musica indifendibile, mi costringe a disegnarle dinosauri per tutto il pomeriggio. Mi fai uno cattivo? Mi fai uno che vola? Mi fai un tirannosauro? Mi fai quello con le corna? Per qualche motivo che non afferro le fanno schifo quelli con il collo lungo. Io non so disegnare, ma so ricopiare, cerco dinosauri su internet e divento sempre più brava: alla fine il triceratopo spacca il culo. Mi chiede se può dire a scuola che l’ha disegnato lei.

Ora però sentite: la bambina prende la matita e mi chiede se può farlo lei, un disegno. Una coccinella. Una lumaca. Una tartaruga. Io, prevedibilmente, approvo le sue scelte. Quando arriva alla tartaruga la guardo disegnare una linea curva a cupola, il guscio, e poi da quella iniziarne un’altra più allungata, il collo. Quando chiude la seconda curva, alla base del guscio, di colpo spalanca la bocca, gli occhi le si allargano di stupore e per un momento non riesce a parlare. Mi dice, Guarda! Le dico che è bella. Mi ripete, No, guarda! Io non capisco, la tartaruga è davvero bella e proporzionata, le ripeto che mi piace. E lei dice, sempre più agitata, Guarda il collo! Qualcosa mi sfugge.
E poi lei dice, Sembra veramente una tartaruga!

Guardo la coccinella, che è solo un cerchio con dentro tre cerchietti sbilenchi e troppo grandi, e la lumaca, che è un ovale storto con due fili che escono a significare le antenne, e poi guardo la tartaruga, che è perfetta, e questa volta capisco.
Sì, sembra davvero una tartaruga, amore.
A scuola dicevano che non so disegnare, dice sottovoce, e continua a guardarla ancora un poco, ancora stupita. Io trattengo il pianto.

Appena in tempo, prima che i suoi vengano a riprendersela, capisco anche un’altra cosa: via Prenestina è piena di salite e discese, il nostro tram stava su un piccolo dosso, e formava una gobba. Se ne fosse arrivato un altro, dietro, dove la strada era in piano, e se si fossero toccati, sarebbe stata la coda del dinosauro, posata per terra, orizzontale.

(frammenti) n.1

aprile 15, 2013

Non capisco quello che fa, ma se lo capissi sarei come lui. Se lo capissi io sarei lui, e saremmo in due, e saremmo perduti.

(dettagli tecnici) n.4

aprile 9, 2013

Dopo una notte di brutti sogni e brutti presagi, la concatenazione di contrattempi stupidi che appaiono, tutti, inevitabili. Poi, mentre ancora ti stai muovendo a caso, senza nemmeno darti il tempo di cercare una soluzione, uno sconosciuto bussa alla porta di casa tua per riportarti le cose perdute e dice «abbiamo fatto tutto il possibile».

Hanno fatto tutto il possibile.

(pornografia) n.6

aprile 8, 2013

Però quando sono felice sono felice davvero e
quando cado cado da posti altissimi e
immensi e dura così tanto e voi non sapete quanto
è durato, né le cose che ho visto.

Anche io posso non sapere tante cose: per esempio
non so ancora di essere completa. Non sono capace
né di capirlo, né di impararlo a memoria, e sento il dolore
ad arti che non ho mai avuto.

Oppure: che la paura di morire si fa pesante e diventa
minaccia, fino a che mi piego e diventa desiderio e allora
io mi spezzo, e sopravvivo. L’ho fatto ogni giorno e non so ancora
– ad esempio – che posso farlo ogni giorno.

Non conosco cibo che non sia un precetto o una mattina
che non sia un agguato. Ogni orgasmo è un posto gelido
in cui respirare è imprudente, dove non esiste
la tua voce, e dove non puoi toccarmi.

Quindi, è ovvio, non so niente del sesso.
Fare la spesa è un atto di coraggio
ogni carezza è coazione, immolazione
o giuramento. Non so niente del gioco

della caccia, né del tempo.
L’amore non mi ha mai chiamata a letto
ma solo a passeggiare sui dirupi
voi non sapete quanto orrore c’è nel vuoto

o la solitudine del bordo o il sollievo
di distogliere lo sguardo e che ogni volta
è una morte scampata per poco, non sapete cos’è
tornare: io non so il riposo.

E mi mette in mano coltelli e devo stringerli: da una parte
o dall’altra. Per questo non so niente
dell’amore e voi non sapete il mio amore
e che il coraggio,

– la prima volta lo sapevo bene
e la seconda lo sapevo meglio – tutto il coraggio

è questo: ci separa la linea delle fiamme, ma se faccio
un passo posso toccarti e allora dico: ti prego,
chiamami. E chiudo gli occhi e il resto è una consegna
della pelle al fuoco; il resto è conseguenza.

Per questo io non conosco la danza, la libertà
o la rinuncia. Non è colpa di nessuno, eppure
bisognerà vederlo: l’aria mi strappa la pelle
come se ne avessi altra e io non avrò mai il vostro

amore, e voi non avrete mai il mio stupore.

(tell me the truth) n.14

aprile 2, 2013

Aggrappato alla ringhiera, cerco la sua vita dietro la finestra, la forma, sentendo l’orgoglio e il dolore per il suo corpo, per questo corpo che oggi è silenzio tumulto e gloria ma nel tempo cambierà, le cellule diventeranno inospitali, i tessuti impietosi; io allora saprò ancora immaginarlo, non lo abbandonerò, e saprò ancora amarlo: perché è bellissimo, di un corpo, amare il lento scorporare.

Quando è il nostro turno, ognuno affronta il colloquio con serenità. Siamo stati noi, la verità storica direbbe questo, ma la verità storica si inchina al mito.

Quelle che ti piacciono di più, dice. Dovrebbe bastare.
E sicuramente, mi dico, basterà. Perché dell’infondatezza dettagliata abbiamo fatto una forma di vita.

Il tempo materiale, Giorgio Vasta.

[Come dicevo da piccola, non c’è consolazione. Una cosa per cui ringraziare, una cosa infinita, infinita. ]