(dettagli tecnici) n.5

aprile 18, 2013

Mi prende la mano, la stringe, qualcosa nei suoi occhi mi somiglia. Dice, più seria e tenera di quanto sarebbe necessario, Posso venire con te a casa tua? Se non devi lavorare tantissimo.

Ha cinque anni e per via di mescolanze etniche azzeccate è bella in maniera disarmante. È alta, ha uno sguardo di sfida costante (sembra che non sappia guardare se non così), i capelli corti e gli le iridi scure, eppure qualcosa nei suoi occhi mi somiglia. Cresce in un quartiere bello e periferico, e di conseguenza dice cose come: Sono contenta che non ti prendono in giro. Ma me sa che nemmeno tu prendi in giro a loro, no? Perché è logico che se tu je meni a uno poi quello pure te mena a te.
È una bambina logica.
Dice anche, Ma te veramente stai a aspettà un bambino? Ma se lo fai lo chiamiamo Mattia? E se fai un bambino ora che sei piccola è tuo o di zia Ada? E poi mi chiede, Perché ti sei sorrisa con quel ragazzo se non lo conosci?
Dice anche, Lo so che magari mò le case ormai sono tutte piene, ma quel barbone non può andare in un posto dove ci sono altri barboni, così magari diventano amici pure suoi e se la cercano insieme? Come te coi tuoi amici. Glielo diciamo?
Per dire che è sveglia, e che qualcosa nella sua svegliezza mi somiglia.

Mi racconta che ha lasciato il suo fidanzato e per lasciarlo ha fatto, nell’ordine, le seguenti cose: non ci ha giocato più, si è messa con n’artro, j’a sputato e poi j’a pure menato. Sputi e menate a parte, le voglio così bene. Le chiedo se ha mai preso il tram e lei rimane in silenzio. Mi dice di no, poi si corregge, Forse me lo dovevi chiedere a casa, così te lo diceva mamma se era vero, io non mi ricordo bene. Prima l’avevo sgridata per la storia di dire bugie e ora non so se è polemica o se semplicemente mi ha presa troppo alla lettera. Ma c’è qualcosa nei suoi occhi e le dico che non importa, non importa. Poi glielo chiedo io a mamma, ora facciamo finta che non ci sei mai stata?
Mi stringe la mano come se fosse importante, qualcosa nei suoi occhi mi somiglia.

Sul tram cerca di spiegarmi che se arrivasse un altro tram dietro al nostro, insieme sarebbero un dinosauro. Non capisco cosa sta vedendo. Se si toccano, mi spiega di nuovo, un po’ in ansia. Sono confusa. Me lo spiega ancora molte volte e alla fine, colpevolmente, le dò ragione anche se non ho capito. Mi guarda e forse si arrende e poi dice, Mi sa che davvero non ci sono mai stata sul tram.

A casa mia, con addosso il mio maglione che le arriva ai polpacci e in sottofondo musica indifendibile, mi costringe a disegnarle dinosauri per tutto il pomeriggio. Mi fai uno cattivo? Mi fai uno che vola? Mi fai un tirannosauro? Mi fai quello con le corna? Per qualche motivo che non afferro le fanno schifo quelli con il collo lungo. Io non so disegnare, ma so ricopiare, cerco dinosauri su internet e divento sempre più brava: alla fine il triceratopo spacca il culo. Mi chiede se può dire a scuola che l’ha disegnato lei.

Ora però sentite: la bambina prende la matita e mi chiede se può farlo lei, un disegno. Una coccinella. Una lumaca. Una tartaruga. Io, prevedibilmente, approvo le sue scelte. Quando arriva alla tartaruga la guardo disegnare una linea curva a cupola, il guscio, e poi da quella iniziarne un’altra più allungata, il collo. Quando chiude la seconda curva, alla base del guscio, di colpo spalanca la bocca, gli occhi le si allargano di stupore e per un momento non riesce a parlare. Mi dice, Guarda! Le dico che è bella. Mi ripete, No, guarda! Io non capisco, la tartaruga è davvero bella e proporzionata, le ripeto che mi piace. E lei dice, sempre più agitata, Guarda il collo! Qualcosa mi sfugge.
E poi lei dice, Sembra veramente una tartaruga!

Guardo la coccinella, che è solo un cerchio con dentro tre cerchietti sbilenchi e troppo grandi, e la lumaca, che è un ovale storto con due fili che escono a significare le antenne, e poi guardo la tartaruga, che è perfetta, e questa volta capisco.
Sì, sembra davvero una tartaruga, amore.
A scuola dicevano che non so disegnare, dice sottovoce, e continua a guardarla ancora un poco, ancora stupita. Io trattengo il pianto.

Appena in tempo, prima che i suoi vengano a riprendersela, capisco anche un’altra cosa: via Prenestina è piena di salite e discese, il nostro tram stava su un piccolo dosso, e formava una gobba. Se ne fosse arrivato un altro, dietro, dove la strada era in piano, e se si fossero toccati, sarebbe stata la coda del dinosauro, posata per terra, orizzontale.

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