(retroscena) n.1

aprile 26, 2013

Quasi improvviso il magnete che da sopra
strappa via qualcosa
delle ossa (colpi come
di un cuore) – la città,
allora, sbianca il cielo e allora
forse puoi chiudere gli occhi – e poi
sempre dal cielo illuminato
giallo, scende insieme con l’acqua la
terra – respirare è un dato ancora
quasi certo:

inspiri cinque volte e poi

finalmente, finalmente
e poi ancora.

Il cielo, allora, diventa questa cosa
bianca dalla fame, scricchiola elettrica
l’aria tra i capelli, strido se si sfiorano
le dita, se si toccano
i denti

mi strazia e aumenta il battere risonante contro
il petto, grido per l’asfalto che si allarga o che si scioglie o
che (non c’è più voce che tenga, non c’è grazia
se c’è un fuoco appiccato dietro agli occhi
e quelle bocche che)

e pensi, fa’ che ci sia dio, fa’ che ci sia
fa’ che sia vero tutto, che sia
vero che ogni mio osso è polvere e che
cado e poi l’ultima cosa
è il bordo
-che si avvicina-
di un gradino (una cosa accidentale
e irreversibile) e poi
dopo questo tempo
dopo questo
e ancora
sempre
questo
per favore

che io sbatta la testa
abbastanza,
e che sia adesso.

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