(Tell me the truth) n. 16

maggio 22, 2013

«L’amore mi ha infettato i muscoli con la superstizione che un corpo possa fare il lavoro di un altro.»

Karen Russell, Vampires in the lemon grove.

(Tell me the truth) n. 15

maggio 21, 2013

COSE SMARRITE

Sono smarrite, ma allo stesso tempo non sono smarrite ma sono da qualche parte nel mondo. Per lo più sono piccole, sebbene due siano più grandi, una giacca e un cane. Di quelle piccole, una è un anello prezioso e una è un bottone prezioso. Sono smarrite rispetto a me e a dove io mi trovo, ma allo stesso tempo non sono scomparse. Sono da qualche altra parte, per qualcun altro, forse. Ma anche se non sono lì per nessun altro, comunque l’anello rispetto a se stesso non è smarrito ma è lì, soltanto non è dove sono io, e il bottone, anche quello, è lì, soltanto non dove sono io.

Lydia Davis, Inventario dei desideri

(Ennet House) n.8

maggio 14, 2013

Per omissione di certi occhi dolcissimi, il mondo tornò ad esistere. L’equazione ostinatamente sbagliata si risolse cancellando l’unico elemento invariabile. Da quel momento in poi, il paradosso fu scongiurato teorizzando l’assenza di un elemento fondante (mettiamo, la gravità), e la giovane donna evitò il collasso dell’universo ripudiando la scienza: si fecero fede il fluttuare delle cose, e l’assenza.

La giovane donna pagò il suo pegno alla sopravvivenza: e per l’omissione di certi occhi dolcissimi, di un amore che non è un evento, che non ha niente a che fare con il tempo, cancellò il suo nome e dimenticò il futuro e si rese disposta a restare al mondo.

La ragazza, stretta nel pugno di un inverno interminabile (la grande città ha dimenticato la sua clemenza, la primavera non si è presentata a un appuntamento tutto sommato pericoloso), le mani che hanno tremato, incessantemente, tutti i giorni di tutti i mesi dal giorno in cui qualcosa, per l’ennesima volta, ha ceduto, diluisce in un bicchiere due bustine di ketoprofene e aspetta che il ginocchio destro smetta le sue fitte. Quando è abbastanza a posto da piegarsi, indossa i tacchi insieme al resto e chiama un taxi. Sotto una pioggia che non smette e non smette ancora, lascia un documento all’indiano della reception, bussa alla porta ed è dove la aspettano.

Le nocche di una mano la colpiscono due volte e lei dice “così è troppo” e la scena si ripete e lei ripete, “così è troppo”, e non è mai stata così triste e così seria, non è mai stata così presente al mondo. La scena si ripete, e i gancetti di ferro che ha sui denti entrano nella mucosa della guancia, quattro fori allineati, slabbrati come stelle, il labbro superiore le si spacca e così è troppo. Potrebbe avere un ferro da calza conficcato sotto la rotula, a giudicare dal dolore che sente. Tirarsi su richiede uno sforzo che compie solo perché la stanno guardando.

Nel bagno minuscolo, shampoo e saponette monodose, tovagliette di carta. Sputa il sangue, prende il telefono, si scatta una foto in cui non nasconde niente. Pensa: se posso essere questa cosa irrilevante, piangere per me non ha alcun senso. C’è qualcosa di sbagliato nell’uomo che l’aspetta per darle un bacio sulla guancia e uscire dalla stanza prima di lei. Recupera i documenti dall’indiano che a stento la guarda, esce nella pioggia.

Pensa, propabilmente posso consumarmi, fare di me l’oggetto della mia ostensione. Posso raccontarmi una bugia al giorno e ogni giorno piangerne fino a imparare, posso spingere il mio simulacro ai confini del mio campo visivo e contare le volte che si ostina a tornare, negarle cento volte l’amore che lei sa innato, della nostra consustanzialità fare il mio alibi, della sua carne brandelli, della mia orpelli superficiali, conquistarmi un nome da martire con le botte che lei ha preso, sfoggiare i suoi lividi con ironia e grazia, raccontarla a tutti. Posso diminuirla, trovare una definizione di me nella portata della sua devozione. E cercare la sua sostanza nella perfezione delle ossa esposte, costringerla a cento rese e inchiodarla alla sua dipendenza, alle sue suppliche per la sopravvivenza. E che sia la sua resistenza a diminuirne il valore, la sua ostinazione a umiliarla, il suo attaccamento a ridurla a poca cosa. Posso farmi quello che mi hanno fatto, amarmi come mi hanno amata, e annullarmi nel desiderio di essere tenuta, essere così piccola da potermi abbandonare senza rimpianti, senza chiedermi cosa ne è stato.
Pensa, forse la mia sorte può divertarmi indifferente.

Per esempio, ancora oggi pensa: i loro schiaffi sono più onesti e meno dolorosi del suo amore.

Heart_attack_by_TrevorBrown

(retroscena) n.2

maggio 9, 2013

Toglimi le vette e toglimi gli abissi. Fai
della mia mente una distesa bianca
su cui segnare strade
fissare gli incontri.

La mia mente che tiene traccia, piatta
come un foglio: rappresentabile. Oppure
un mondo dove le cose sono:
vicine o distanti.

La mia mente senza buchi e senza
frane, sotto a un cielo inaccessibile
sopra un inferno inespugnabile
proprio in mezzo. Un posto

con poche cose e normalissime
fughe, semplici rincorse: meraviglia
delle velocità scelte e costrette
al suolo, orizzontali. Nient’altro.

E dopo, poter cadere solo dalla mia altezza.

Non sapere, non dover più vedere
i confini, e dimenticarli

insieme al nome
per gli squarci di
luce, per il fuoco
degli occhi, insieme
alla conoscenza dei fatti.

Perdere il tremito l’attesa e la morte
quotidiana, e insieme

la vertigine struggente
e luminosa

che mi dà voce
e che mi benedice
e che mi strema.

(afasia) n.10

maggio 9, 2013

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[Trevor Brown]