(small talk) n.g

giugno 30, 2013

Ho scoperto che mentre io temporeggiavo su wordpress la gioventù virtuale se la faceva altrove, e che altrove si trovano cose belle ma belle sul serio.

; )

 

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(tell me the truth) n.19

giugno 27, 2013

Non esiste il verso del perdono se non nel lamento, la cessazione del battito è un’ipotesi sospesa nella cura.

Giovanni Duminuco, Dinamiche del disaccordo

(afasia) n.11

giugno 26, 2013

(afasia) n.11

Per alcune cose, semplicemente, non sono abbastanza brava, persino con le parole.

Per esempio, vorrei essere capace di scrivere, un giorno, qualcosa in cui racconto ogni stazione che ho visto, ogni treno che ho guardato allontanarsi. Dire che ricordo ogni secondo e ogni dettaglio cromatico, che quel piazzale buio ed estraneo era il mondo, il mio universo passato e futuro, e che ricordo il salto, lo slancio sconsiderato che mi scaraventò fuori dalla mia coscienza, persa in una caduta interminabile -che, precisamente, non è mai terminata, in qualche luogo metafisico o neuronale sto ancora precipitando, se decidessi di pensarci potrei cadere ancora, e ancora, e ancora, nel patimento dell’apnea di un infinito ralenty- nel mio primissimo atto di fede, luminosa e vergine, a sperimentare l’unico appel du vide, tra tutti quelli che sussurrano il mio nome, che presuppone un lieto fine; fuori da ogni tempo e dal pensiero consequenziale, il mio corpo e tutto il suo peso lanciati nel vuoto, verso le braccia aperte di un corpo ancora estraneo, e la fiducia che non comprendeva argomentazione, e oltre le spalle il piazzale che era tutto il tempo tranne questo momento, e oltre le braccia l’asfalto che non avrei toccato.
Dire della ragazzina richiamata al mondo, della sua pelle infine testimoniata e del suo corpo consegnato alla storia e alla prima, cruenta, rinuncia, lo sfavillare dei segni addosso, l’odore di un maglione grigio e il ricordo recente dello scricchiolio doloroso e dolcissimo, quando da dentro le spostarono tutte le ossa, e le lacrime inconsolabili e nessuna preghiera espressa mentre il suo corpo minuscolo gridava di gioia e un addio predetto lo strappava al suo posto.

Oppure dire che quella volta mentre lo guardavo partire il mio riflesso nel vetro offuscava il suo volto e quando finalmente si sono affiancati la mia mente ha sorriso all’inquadratura, alla foto insieme che non avevamo scattato.
E dire lo strappo che ha un rumore e un dolore itraducibili, il mondo che perde qualcosa di essenziale, invevitabilmente, e il gelo della premonizione e d’ora in avanti si sovrappone a ogni rappresentazione l’immagine obliqua e muta di una sagoma che si allontana.

E anche di quando, invece, sei tu ad andare, testimone di un racconto che non necessita omissioni, l’incanto di una giustizia che non consente sbavature e la cui cronaca mira alla perfezione, e nulla da omettere o da nascondere, in generale, nulla da dire, il corpo che regge i colpi e non si accascia, un senso letterale del dovere e una postura nobile, che sei protagonista e testimone, il conto alla rovescia che rallenta e poi si ferma per lasciarti guardare, e gli occhi aperti, non hai mai chiuso gli occhi e non li chiudi adesso che il tempo ricomincia a scorrere ed è troppo tardi per un altro gesto o un’altra parola, se anche fossero perfetti e giusti non c’è tempo, e poi finisce sul serio e per fortuna questa volta è tutto giusto e non c’è violenza, non ci sono ricatti e non ci sono spade, la tua mente è in grado di contenere i dati e processarli secondo i criteri giudicati normali, non c’è la febbre, non ci sono insetti e tu non sei un mostro ed è tutto ancora indiscutibilmente giusto diresti che fa meno male, così, diresti che in virtù di questo debba fare meno male, e invece dura ancora.

(elegia) n.3

giugno 24, 2013

Volevo registrare la sua voce. Volevo domandargli se gli dispiacesse ripetere qualcosa che aveva detto, questa volta, questa volta nel microfono di un registratore. Il modo in cui diceva “Cara”, per esempio, in tutta serietà. Volevo sentirglielo ripetere ancora e ancora, come quando guardava le foto che ci scattava a letto, per conservare il meglio di noi diceva, per i momenti in cui saremo alienati e non ci sarà nessuno che scruti nella nostra anima e ci scelga tra gli altri.

Amy Hempel, Ragioni per vivere.

(elegia) n.2

giugno 21, 2013

Mi chiedi perché
perché andare avanti
amica dagli occhi tristi.
Ma tu sai cosa abbiamo fatto
e in cosa abbiamo sperato.
L’estate è ancora giovane
Ci aspettano notti calde
di canto e d’amore.
Il tempo ci dirà
amica mia
in cosa abbiamo sperato.

 

Alan Warner, Le Soprano

(elegia) n.1

giugno 19, 2013

Non fare pompini ai soldati
possono esplodere
non ti truccare la bocca
è un bersaglio di notte
non adescare in piazza
i carabani in divisa
e baciami alle spalle
che muoia all’improvviso

e poi non fare mai l’amore
sotto una coperta peruviana
del tuo vecchio vibratore
non essere così gelosa
e non credergli mai
se dice che ti sposa

Non portare gli slip
prima o poi si ribellano
non dare via il culo
a chi non sa capirlo
non mordere sul collo
chi soffre d’artrosi
non frustare troppo forte
i masochisti ipertesi

e poi non fare mai l’amore
con un barboncino violento
o in una sezione piccì
durante il tesseramento
e sii sempre dolce
e stupita, come sei
quando passano gli aeroplani
tra le gambe
e piovono bombe
e stiamo così bene
che abbiamo paura
di trovarci in un sogno
o in un film porno.

Stefano Benni

(arecibo message) n. 10

giugno 19, 2013

(small talk) n. p

giugno 17, 2013

Trovo la visita ricevuta oggi da Casarsa quanto mai appropriata, e faccio l’inchino. In un posto con un nome del genere ci verrei a vivere. Pavullo nel Frignano, mi dispiace, ubi maior. In qualsiasi altro giorno avresti vinto.

Rimpiango la lista di referrers dettagliatissima di Splinder, che mi diceva con deliziosa precisione chi era arrivato sul blog cercando un mio verso preciso con anche le virgole giuste e i refusi originali e chi invece trovava la Madonna, nelle mie sembianze, cercando cosce+larghe+fica+spellata+cazzo+in+culo su Google. Per questi ultimi sentivo molto dispiacere, e ancora oggi vorrei chiedere loro scusa per l’ingiusta speranza: aver scritto una volta “cosce larghe” ha causato molto più dolore di quanto potessi aspettarmi. Ai primi dovrei invece dire grazie, sebbene sarei disonesta ad affermare che la mia vanità artistica fosse più grande di quella in senso stretto: mai ebbi lusinga più grande di quando Heracleum mi spifferò che qualcuno aveva cercato su Google culo+nickname della sottoscritta.

Invece, al coglione di Pescara che da tre giorni cerca di forzarmi la mail voglio dire questo: ti ringrazio di alzarmi il contatore delle visite al blog con le settecento capatine al giorno, tu ringrazia che in questo periodo non ho tempo da investire per dedicarmi a te. La mia zoccolaggine a chiacchiere è notoria, ma non abbastanza grande da dimenticarmi di aver parlato un giorno con uno che veniva da. Ora, se sei sveglio, finiscila. Ma ovviamente se fossi sveglio sapresti che qualsiasi particolare piccante sulla mia vita è disponibile online e liberamente scaricabile e che qualsiasi cosa ci fosse in quelle mail, dopo tre giorni che rompi il cazzo è piuttosto improbabile che sia ancora lì. In ogni caso, quello che stai facendo è illegale e sgamabile, due caratteristiche che, combinate, tendono a procurare guai. Nel frattempo, come si dice qui: devi morire male.

(tell me the truth) n.18

giugno 16, 2013

We are unusual and tragic and alive. (A Heartbreaking Work of Staggering Genius – Dave Eggers) Sopra il deserto avvengono le aurore. / Qualcuno lo sa. (Jorge Luis Borges) E con un ampio gesto delle sue mani e delle sue belle, morbide e bianchissime braccia mi ha mostrato l’anfiteatro della costa in fiamme. Tutt’intorno il fuoco, e noi due, lì, uno vicino all’altra, nel cuore della fiamma, dove la fiamma non brucia. (Antonio Moresco) Per essere un borderline / ho fatto miracoli / di eleganza e di ironia / ma ugualmente / è venuto il giorno / in cui per la tua vita / son diventato un mostro. (Michele Mari) This life’s a soulless excuse for all abuse and parenthesis. (dEUS) Sono stanco, non so nulla e non vorrei che posare il viso nel tuo grembo, sentire la tua mano sul mio capo e rimanere così per tutte le eternità. (Franz Kafka, Lettere a Milena)

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