(antefatto) n.1/2008

giugno 2, 2013

La linea sporca ti precede, pretendendo di esserti guida, e ostentando un candore fasullo sotto le luci violente ti precede come un tracciato e come un destino (mi si perdoni la metafora). È dolce abbandonarsi, vero? Pensa a questo, ora, e a nient’altro: abbandonarsi era dolce e procedevi con prudenza e attenzione. E, soprattutto, lentamente. Non dimenticarlo.
Così ecco l’animaletto che ti si para davanti, materializzato nel riquadro del parabrezza come un’allucinazione, come una tua proiezione. È bellissimo, vero? Ora vorresti conoscerne la razza, la taglia, il colore, ma è ancora lontano. È ancora ragionevolmente lontano (a questo punto, bada bene, ogni cosa si può ancora evitare. Il tuo amore, la sua distruzione. Viceversa. Ogni cosa). Dovresti fermarti, chiaro. Inchiodare di colpo. Spegnere le luci che lo ipnotizzano. Lasciarlo scappare. Una via di fuga nel buio, la possibilità di una sparizione, un attimo di distrazione, lascialo andare.
Ma ecco, a quel punto, l’animaletto solleva gli occhi e li fissa nei tuoi. Può capitare. Un incanto improvviso e una specie di terrore. (Una specie di amore, diremo, abbandonando per un attimo l’essenza metaforica del nostro racconto). Adesso ascoltami bene: in questo momento, da questo momento, l’animaletto non è più troppo lontano. Nel tempo intercorso dall’attimo della sua apparizione all’attimo in cui i suoi occhi si sono sollevati e in un precipizio di panico si è accorto di essere comodamente seduto a riposare sulla linea bianca (a cui precedentemente avevamo sovrapposto la banale essenza di ‘destino’) che ti precede come una direzione. In questo momento l’animaletto non è più troppo lontano, ma tu non aver paura, e mentre questo pensiero ti balugina nella mente, come descritto da un immaginario narratore, l’animaletto si ritrova a non essere abbastanza lontano. E’ la fine, sia chiaro. Ma tu non aver paura.

Quello che ti gira nella mente, febbrilmente, adesso, è una catenella di suoni immaginati che alla lunga non avranno più alcun senso (si può evitare, si può evitare, si può evitare): stronzate. Non voglio dire, con questo, che non esista la possibilità che il macello venga schivato, no di certo, solo che non succederà. Non è abbastanza lontano, hai lasciato correre troppo tempo, entrambi avete lasciato correre troppo tempo, eppure il tempo non è mai abbastanza, né quello trascorso, né quello che rimane. Non vi conoscete abbastanza, non conoscete un bel niente, troppo poco tempo (e poi, la linea bianca) la creatura indugia un attimo di troppo nelle luci e non conosce nulla dei tuoi meccanismi neurali, della prontezza dei tuoi riflessi, delle leggi che regolano l’atto di guidare su una strada, seppure deserta, della possibilità di uno scontro frontale. Vede i tuoi occhi e non conosce altro, e la linea bianca assume un bagliore sempre più definitivo sotto il suo peso. E vede i tuoi occhi. Puro terrore, una specie di amore, potremmo dire. Non ne sa nulla. E tu, cosa ne sai tu?

Ora, la morte è sancita, vediamola in quest’ottica per non dover poi trovarci a sbattere la fronte contro un muro tagliente imprecando contro le coincidenze. La sua morte è sancita. Fai la tua scelta, ma ti dico già in partenza che sarà quella sbagliata.

Adesso il tempo è davvero poco, urge una decisione, non puoi più frenare. Distogli lo sguardo, e rompi l’incanto, non che tu sia in tempo, sia chiaro, ma comunque fallo. Sai com’è, le consolazioni future. Le attenuanti. Le indulgenze. Il perdono.

Non vi conoscete abbastanza. Non ne conosci la razza e il colore, ma sai che un ipotetico veicolo potrebbe comparire da un momento all’altro sulla corsia opposta, conosci il pericolo di uno scontro frontale. La tana è sul lato destro della strada, vista dalla prospettiva del guidatore, che però non può saperlo. La tana è sul lato sinistro della strada, vista dalla prospettiva del condannato (che sospetta la condanna, ma non ne afferra a pieno l’ineluttabilità). Mantieni la destra, ti diceva tuo padre. Ritorna a casa e ti potrai salvare. La remota possibilità di uno scontro frontale. A destra non ci sono alberi, animaletto, non ci andare. Si può evitare, si può evitare, si può evitare, ma il tempo non è stato abbastanza, né per incontrarsi né per lasciarsi senza versamenti di sangue. Bastava che uno dei due restasse immobile nella sua posizione. Il braccio si muove senza che tu abbia realmente comandato il movimento (scongiuriamo la possibilità di un ipotetico scontro frontale e) si può evitare, ogni morte e ogni cosa, l’animaletto rientra in sé, come una scarica elettrica, e, inaspettatamente, balza nella stessa direzione. Che ne sai tu della tana, che ne sa lui degli scontri frontali, salta nella tua stessa direzione (che dal suo punto di vista è, ovviamente, quella opposta) e un attimo dopo sarà impossibile ormai appurarne il colore, o le dimensioni.

Ma voi, che ne sapevate.

[Mi consola pensare che all’epoca non facevo sesso e avevo questo imbarazzante problema con la punteggiatura. Altrimenti, come una femmina qualsiasi passerei il tempo a rimpiangere i vent’anni e l’intelligenza che, è palese, ho perduto invecchiando.]

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