(ennet house) n.10

giugno 10, 2013

Ora o mai più, potrebbe sembrare, descrivilo ora e poi che sia mai più (ma è una preghiera e basta) e allora: continua, fai piangere tua madre, la voce rotta mentre invecchia e dolce dice, va bene, non ti chiamo più, se vuoi fatti sentire, dicci come stai, ti vogliamo bene; eppure avevo storie così belle da raccontare, interi pomeriggi di grazia, e sono stata pulita per un giorno.

Descrivilo ora e poi che sia mai più, anche se è ancora e solo una preghiera, nel tuo letto pieno di cocci di porcellana, di ogni oggetto preferito che hai spaccato e poi al mattino devi alzare gli occhi negli occhi dei testimoni oculari, che è camminare con gli intestini esposti, c’è solo da vergognarsi, a parte il dolore.

Eppure avevo una storia buffissima da raccontare, parlava di una cotta, di una distrazione finita male, sotto quella pioggia cominciata per non finire, e ora invece è estate e la febbre allenta il tempo, brucia la tenerezza e anche il finale grottesco, ogni mia confessione è una menzogna e ciò che è vero è solo questo, descrivil adesso e poi che sia mai più, ma è solo una preghiera.

E ancora: una telefonata rimandata fino a quando (il fuoco) e poi è quando , ma è troppo lontano, e io sono ormai da un’altra parte, un passo fuori dalla portata di chiunque e chiunque è difficile da dire, è come dire estinzione, è come dire fine, è come chiamare la salvezza in una lingua che non sai parlare: qualcuno venga qui, adesso e poi mai più, ma è solo una preghiera, in una lingua che non sai parlare.

Continua, fai piangere tua madre. Oppure è ora e poi mai più, i nervi che stridono e i crampi, i nervi che stridono e i crampi e qualcosa che ti fa piegare, se solo avesse un nome (ma è una lingua che non sai parlare e che ti racconta le tue torture in una lingua che non puoi capire e che ti mostra cose brutte che non hanno nome, figure senza forma e cose senza contorni e che ti dice cose che non vuoi sapere in una lingua che non vuoi sentire e ancora qualcosa che non puoi raccontare ti piega le braccia sul petto, le ginocchia sul mento a difenderti da una cosa che è dentro. In un posto senza ragione, la tua voce più logica ti dice: deve finire.

Ora o mai più, potrebbe sembrare, ma è solo una preghiera, scivolata altrove, ho inventato ogni cosa, sono morta il giorno che dovevo morire, tanto tempo fa, prima di tutto e prima di ogni nome e pima di ogni salvezza e prima di ogni pomeriggio di grazia e invece sono qui è successa ogni cosa che non so chiamare o tenere o ricordare e sono qui e la saliva ha un sapore così amaro e descrivilo adesso e poi mai più, ma è solo una preghiera in una lingua che nessuno sa dire, il domani una luce bianca che ferisce gli occhi, una rete elettrica che non voglio toccare.

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