(un tributo a non so cosa) n.8

giugno 24, 2013

Per alcune cose, semplicemente, non sono abbastanza brava, persino con le parole.

Per esempio, vorrei essere capace di scrivere, un giorno, qualcosa in cui racconto ogni stazione che ho visto, ogni treno che ho guardato allontanarsi. Dire che ricordo ogni secondo e ogni dettaglio cromatico, che quel piazzale buio ed estraneo era il mondo, il mio universo passato e futuro, e che ricordo il salto, lo slancio sconsiderato che mi scaraventò fuori dalla mia coscienza, persa in una caduta interminabile -che, precisamente, non è mai terminata, in qualche luogo metafisico o neuronale sto ancora precipitando, se decidessi di pensarci potrei cadere ancora, e ancora, e ancora, nel patimento dell’apnea di un infinito ralenty- nel mio primissimo atto di fede, luminosa e vergine, a sperimentare l’unico appel du vide, tra tutti quelli che sussurrano il mio nome, che presuppone un lieto fine; fuori da ogni tempo e dal pensiero consequenziale, il mio corpo e tutto il suo peso lanciati nel vuoto, verso le braccia aperte di un corpo ancora estraneo, e la fiducia che non comprendeva argomentazione, e oltre le spalle il piazzale che era tutto il tempo tranne questo momento, e oltre le braccia l’asfalto che non avrei toccato.
Dire della ragazzina richiamata al mondo, della sua pelle infine testimoniata e del suo corpo consegnato alla storia e alla prima, cruenta, rinuncia, lo sfavillare dei segni addosso, l’odore di un maglione grigio e il ricordo recente dello scricchiolio doloroso e dolcissimo, quando da dentro le spostarono tutte le ossa, e le lacrime inconsolabili e nessuna preghiera espressa mentre il suo corpo minuscolo gridava di gioia e un addio predetto lo strappava al suo posto.

Oppure dire che quella volta mentre lo guardavo partire il mio riflesso nel vetro offuscava il suo volto e quando finalmente si sono affiancati la mia mente ha sorriso all’inquadratura, alla foto insieme che non avevamo scattato.
E dire lo strappo che ha un rumore e un dolore itraducibili, il mondo che perde qualcosa di essenziale, invevitabilmente, e il gelo della premonizione e d’ora in avanti si sovrappone a ogni rappresentazione l’immagine obliqua e muta di una sagoma che si allontana.

E anche di quando, invece, sei tu ad andare, testimone di un racconto che non necessita omissioni, l’incanto di una giustizia che non consente sbavature e la cui cronaca mira alla perfezione, e nulla da omettere o da nascondere, in generale, nulla da dire, il corpo che regge i colpi e non si accascia, un senso letterale del dovere e una postura nobile, che sei protagonista e testimone, il conto alla rovescia che rallenta e poi si ferma per lasciarti guardare, e gli occhi aperti, non hai mai chiuso gli occhi e non li chiudi adesso che il tempo ricomincia a scorrere ed è troppo tardi per un altro gesto o un’altra parola, se anche fossero perfetti e giusti non c’è tempo, e poi finisce sul serio e per fortuna questa volta è tutto giusto e non c’è violenza, non ci sono ricatti e non ci sono spade, la tua mente è in grado di contenere i dati e processarli secondo i criteri giudicati normali, non c’è la febbre, non ci sono insetti e tu non sei un mostro ed è tutto ancora indiscutibilmente giusto diresti che fa meno male, così, diresti che in virtù di questo debba fare meno male, e invece dura ancora.

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