(small talks)

luglio 25, 2013

Ma purtroppo, anche se esiste al mondo qualcuno che sa (o saprebbe) e capisce (o capirebbe) quello che sto facendo e quello che sta succedendo e la strada accidentata, e sa e capisce (o sabrebbe e capirebbe) in che luoghi si sono svolti i passi che ho fatto in questa direzione, e tutte le cose (che qualcuno sa o saprebbe e capisce o capirebbe) e che adesso non voglio elencare perché non voglio evocarle perché l’ora delle streghe è troppo vicina (e l’ora dele streghe, nella mia vita, è in realtà più simile a una settimana o a un mese) e brutte cose rischiano sempre, incessantemente, di accadere, anche se esiste qualcuno, qualcuno non sarà qui domani: cosa che terrà  lontani i pianti isterici così come i sorrisi complici, così come la paralisi e il gesto, minuscolo, che sognavo di fare.

La verità è che con me ci sarà molta gente, persone distanti, e non solo non ho idea di cosa queste persone vedano quando mi guardano, di come loro interpretino i miei gesti, la mia assoluta mancanza di interesse, i miei capricci,  ma sono persone così distanti che io non mi sono mai chiesta cosa vedano quando mi guardano e non mi resta che sfoggiare questa auto presentazione, questa rappresentazione che può essere compresa oppure no, bene o male interpretata e in realtà sono così distante che non mi importa, non ho mai chiesto, non me lo sono mai chiesto e tutto quello che faccio sembra un biglietto scritto con la mano sinistra.

Per esempio (della distanza, non del biglietto), oggi mi hanno detto: il nero ti dona, dovresti portarlo più spesso.

Probabilmente sapere che esiste, qualcuno, dovrebbe essere di conforto, ma è solo un puro, lancinante, desiderio, il mio gesto si è perduto con l’angoscia e due baci sulla guancia che mi erano dovuti, probabilmente, ma sta per essere domani e non ho più nulla da raccontare se non questo: che mi dispiace che esista, qualcuno, che sa o potrebbe sapere e invece non lo sa nessuno e non c’è nessuno e questo è tutto. E che se ci fosse, qualcuno, io non sembrerei così annoiata e potrei trionfare, dolcemente, e godermi il giorno insensato che ho pagato così tanto.

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Per la maggior parte i miei sogni sono sogni di pericolo. Se sto molto bene, sono sogni di avventure. Se sono disperata sogno rappresentazioni allegoriche della mia disperazione, e le metafore sono sempre elementari e perfettamente decifrabili. Se sono molto triste, sogno di fare cose che mi sono precluse, e per tutta la durata del sogno, che è intenso e dolcissimo e più reale della maggior parte delle cose che sento da sveglia, so benissimo che è solo un sogno, che finirà a un certo punto indipendentemente dai miei desideri e dalle mie azioni. So anche che quello che sto facendo, anche se lo faccio in sogno, è una cosa indebita. Quando sono molto triste faccio sogni realistici.

Però venerdì notte anche se ero triste ho sognato di avere un figlio, minuscolo, più piccolo di qualsiasi neonato io abbia mai visto, e che era fragile perché ammalato. Io non sapevo prendermi cura di lui, gli facevo battere la testa. Più avanti diventava un gattino, ma anche quello era troppo ammalato, le zampe erano strane e facevano male al cuore e io ero impotente. Ma poi diventava un uccellino, troppo piccolo per volare, fragile e ammalato e tutto il resto, ma io sapevo cosa fare e sentivo questa cosa immensa che era una sorta di amore più grande di me e dell’uccellino, e una responsabilità antecedente al mio amore ed ero infinitamente felice di sapere cosa fare, e di saperlo fare. Pensavo fosse un sogno di consolazione.

Poi, ieri mattina, passeggiando sotto casa ho visto questa cosa piccolissima saltellare tra le macchine, spaventata da ogni cosa, terrorizzata e irrimediabilmente nel posto sbagliato. Ho sempre conosciuto il dolore particolare dato dalla tenerezza, dalle cose troppo piccole e troppo fragili; le cose che rischi di rompere per disattenzione o per un moto crudele e irrazionale, o perché, semplicemente, non ce la fai più a sopportare quella cosa che brucia nel petto, e hai la tentazione di mettere fine alla paura e alla vertigine, farla finire. Ho cercato di spiegarla molte volte, questa cosa, il tormento della tenerezza, quello struggimento allarmato e dolce. Qualcuno l’ha capito.

Mi stava nel pugno socchiuso, mi stava nel palmo, beveva da un dito e ho pensato: per fortuna, per fortuna ho le mani abbastanza piccole.

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tiny little gifts

(c’è il lieto fine, fate un sorriso).

Un tramonto lunghissimo e dorato, così lento, così lento da colmare il petto, e dorato, la luce che si srotola sull’erba, tra i rami ancora spogli, minuscole particelle di olio sospese nell’aria a moltiplicare i raggi, e tutto immobile. Un tramonto caldo e lunghissimo, arancio e giallo e rosso e denso, dolce come un buon sentimento: si lascia guardare e come per il prodigio negli occhi di un amante la pelle di tutti diventa più bella.

Bisognerebbe che qualcuno venisse qui a dirmi di piantarla, con un coltello alla gola, con un’arma, con qualcosa, che fosse convincente. E smetterla di ricordare ogni cosa, di invecchiare così in fretta: passa il tempo, i mesi si affollano di ricorrenze. E ventiduequalcosa, buoncompleanno bimba, che altro sarà mai quel giorno, se non questo, la somma ed il ricordo di ciò che è già stato, febbraio dei tradimenti, marzo degli abbandoni, aprile dell’apnea, maggio degli spari, giugno delle risoluzioni. Sto esagerando. Ma continuo a smarrirmi nelle rivisitazioni.

Raccolgo fiori, raccolgo foglie e piume, cose belle come decorazioni. Riconsidero ancora una volta la giustizia di ciò che è necessario, disponibile e infinitamente riproducibile. Le piume per volare e conquistarle, i fiori per riprodursi, le foglie per respirare; cose così delicate e perfette e così numerose da poter essere lasciate cadere, da poter essere perdute, impigliate in reti appuntite e calpestate e schiacciate tra le pagine di libri infinitamente belli e disponibili, protette dalla luce che ne attenua il colore, sottratte alla loro natura immensa di volo e sesso e respirazione, riadibite e fermate a fare da baluardo alla memoria vana di un’istante di grazia, l’interruzione del passo ritmato per compiere un gesto disperato e romantico.

Mi taglio con un coltello che sembrava meno affilato, qualcuno mi prende in giro e per un momento le cose si annebbiano, per la breve vista del bianco della carne: mentre mi riprendo dal leggero shock e mi succhio il dito, mi fa trasalire il verso straziante dei pavoni, che è un urlo di ragazza.

Si alza il frastuono, qualcuno dice: datele da bere; e possiamo strillare ancora un poco, essere ragazzi per un anno ancora, goderci la neve a primavera, dico, ragazzo suonami qualcosa, posso concederti questo ballo? Posso farti l’onore? Si fa sera, la mia testa sulla spalla di chiunque  diventa il dettaglio tenero nelle fotografie. Per il fumo di legno di ulivo tutti quanti, occasionalmente, ci asciughiamo gli occhi. Dico, non credo di essere mai stata fedele a nessuno in vita mia. Tutti sorridono, nessuno si sorprende.

Qualche anno fa, inaugurando una tradizione, lasciai che un mio amico mi accarezzasse, tornando a casa al buio, senza parlare. Sorrido della ricorsività, non faccio domande,  scusi, ragazzo, le concedo questo ballo? E un naso contro al collo come un premio di consolazione, la solita tempesta, la neve ad aprile, vorrei qualcosa in grado di compensare. Un giovane consanguineo mi solleva senza sforzo, sorrido e poso la testa sul suo petto, che succede, hai perso il cavaliere? Ho perso il cavaliere, sorrido senza sforzo. Dicono, vi volete bene, e lui mi stringe e risponde: lei vuole bene a tutti, in questo momento. Parliamone domani.

(raccolti da terra) n.2

luglio 6, 2013

«Il cuore ha le sue ragioni che la ragione ancora se la ride.»
(che vorrei tanto averlo detto io, ma la fonte è: comeneveperipesci.com)

Poi, io dico sempre di non poter scrivere se non di me stessa peché sono nata senza fantasia, non so inventare le cose, non so come sia umanamente possibile dire qualcosa che non è mai stato, eppure basterebbe una passeggiata a roma est per rendere chiunque in grado di scrivere un racconto. Per esempio: una donna con la gonna lunga, il viso avvolto nelle bende come un ninja, che di notte fruga nel cassonetto alla ricerca di vestiti. Poi parla e si scopre che non è una donna, ma un uomo. Che è laureato in ingegneria, che ha un lavoro. Che le bende sono perché sai, il vicinato, mi vergogno. Che a casa sua c’è una fdanzata che dorme e lo aspetta. Che lui ha questa forma di feticismo: trovare vestiti da donna nella spazzatura. Che per la sua ragazza va bene, va bene che lui stia fuori la notte a cercare vestiti per lei, va bene che lui li porti a casa perché lei li indossi, vanno bene le bende, va tutto bene, per lei, che dorme, e lo aspetta.

E io sono così ubriaca e così innamorata, succedono cose bellissime, da qualche parte l’amore è un posto accogliente, da qualche parte, e io ho vinto una gara che non volevo combattere. È così inutile sentire questa cosa – voi lo direste che può essere inutile? – una cosa grandissima che non serve a niente, non serve a nessuno e fa così male, così innamorata, consumata da un desiderio violento che sta in ogni parte, come il caldo così bello di luglio, come la stanchezza, è in ogni parte, ma non può importare e quindi non importa. Da qualche parte ho fatto un nodo, quel giorno, per tacere, e il nodo tiene. Sono in un posto incredibile.

Se mai domani. Solo, non adesso.

(tell me the truth) n.19

luglio 5, 2013

Come in un film da ridere
mi stai facendo la fotografia
e mi dici di fare un passo indietro
ancora uno ancora uno uno
mentre mi spingi verso il precipizio
ti sorrido fiduciosamente
(forse hai agito innocentemente).

Vivian Lamarque

(dettagli tecnici) n.9

luglio 5, 2013

La verità è quasi sempre una forma di mutilazione, principalmente rivolta a se stessi, ma taglia da entrambi i lati e in generale è una faccenda di forza più che di coraggio.
Vorrei tanto che fosse ricordato questo: le cose che ho taciuto, anche io avevo la forza di dirle.
Io invece, vorrei ricordare questo: da qualche parte ci sono persone che raccontano una storia in cui ci sono io, e probabilmente a questo punto non c’è più niente in quel racconto che corrisponda neppure vagamente a quello che sono io.
Nulla mi risulta più offensivo del revisionismo e credo sia in effetti l’unica cosa che mai, mai nella vita, io ho perdonato, e le cose che ho taciuto, io avevo la forza di dirle.

(Ennet House) n. 12

luglio 4, 2013

Anni fa, ero molto innamorata e c’erano motivazioni piuttosto serie perché io non parlassi con la persona di cui ero così innamorata. Non è stata una mia scelta, all’inizio, ma poi lo è diventata, ed è durato molto più a lungo di quanto temessi (ma non per sempre). All’inizio è stata anche la cosa più difficile che io abbia mai fatto, ed è vero che io ho avuto una vita semplice e che non sono mai stata costretta a fare cose difficili, a parte certe volte, e questa era una volta, ed è stata la peggiore. Avrei fatto qualsiasi altra cosa pur di non farla.
Però c’era questa decisione, e prima ancora c’erano i motivi seri, e prima ancora, credo, una necessità situata al di fuori della sfera delle decisioni e delle motivazioni, una cosa tipo la malattia o il maltempo che dura troppo a lungo. C’era questa necessità che era come la fame di una cosa feroce, o anche solo la fame di un animale che ha fame, una cosa che dopo diventa motivo e dopo diventa decisione e dopo ancora c’ero io in questa stanza, esausta e indebolita dalla sete.

Con gli anni (ma forse invece è stato da subito, sono anzi quasi sicura che sia stato da subito) ero arrivata a pensare che questa persona fosse la mia ragione d’essere, ma il possessivo non rende l’idea, dovrei spiegare meglio e dire che pensavo che questa persona fosse la ragione d’essere di me, o la ragione d’essere del filo causale che legava il mio corpo ai miei pensieri e alla mia storia e in generale tutti quegli elementi che senza questa persona esistevano slegati, generici e vaghi come parole prese in astratto, scollegate. Dirlo meglio è difficile: in lui mi vedevo compiuta come una frase. Anche così, vedete il pericolo. Ma questo è adesso, questo è quello che so dire adesso.

Purtroppo, persino questo genere di astrazione spicciola mi era allora preclusa: allora non pensavo di sentirmi (o riflettermi, o sentirmi raccontare a me stessa) come una frase, pensavo, molto semplicemente, di essere una frase e che l’unica mente incaricata di sapermi e l’unica voce incaricata di dirmi fossero al di fuori della mia portata, a sapermi e dirmi dove io non potevo saperlo, o sentirlo. È quanto di più vicino alla non esistenza io abbia mai provato, così che tutto quel pianto e quello strazio (che allora, posso dirlo con certezza, mi sembravano autenticamente la reazione fisica a una inaccettabile perdita affettiva) erano in buona parte la risposta istintiva di un organismo messo di fronte al paradosso del suo non essere più, e un grido (o, più frequentemente, una supplica) per continuare ad esistere. Anche questo non posso dirlo meglio e già così mi sembra troppo.
A mia discolpa, devo dire che se anche all’epoca io avessi potuto pensare di poter esistere non in quanto discorso ma sotto forma di parole slegate, ogni singolo frammento -corpo, pensiero, storia- in quel momento era una cosa logora e inutilizzabile e una tale concettualizzazione non mi avrebbe procurato alcun conforto. In ogni caso, non ci arrivavo.

(Dopo, molto tempo dopo ma non quanto avrei potuto temere, ho avuto il modo di sentire la perdita, la privazione e l’autentica mancanza di quella persona, che era anche lui una frase che io pronunciavo e molte altre frasi che altri pronunciavano e molto altro ancora e che esisteva, da qualche parte, separato da me, e mi mancava.)

Ora, va da sé, una volta giunti alla conclusione di esistere per mezzo di un’altra persona, ogni fatto del mondo inteso come esperienza, qualsiasi evento percepito con i sensi, soggiaceva allo stesso principio di esistenza: le cose succedevano nella misura in cui questa persona (e non io) le sentiva. Praticamente, di qualsiasi cosa successa nel mondo, davanti ai miei occhi, non potevo davvero affermare che fosse successa nel caso in cui io fossi stata l’unica a vederla. Io avrei potuto tradire questa persona e non dire nulla, ma secondo le regole dell’universo in cui mi muovevo quella cosa non sarebbe davvero successa fino a quando io non l’avessi raccontata, e di conseguenza farlo (e non dirlo) oppure non farlo sarebbero state esattamente la stessa cosa.
Quando io affermo di non aver mai mentito le persone tendono a pensare che io esageri o che, semplicemente, io menta. Probabilmente le cose sarebbero più comprensibili se si considerasse che per me omettere di raccontare qualcosa  significava rinunciare irrevocabilmente a qualcosa, e io sfido chiunque a cancellare un giorno o un’ora della propria vita, a sottrarlo dal calcolo dei giorni e non so dirlo meglio.
Per esempio, una notte successe una cosa minuscola (ma non abbastanza minuscola) che può rendere chiara la portata, e le conseguenze, delle leggi fisiche stravolte. Ero da sola, al paese dei miei genitori, e avevo fatto molto tardi con un ragazzo che mi era sempre piaciuto e non avevo mai avuto e più passava il tempo più avevo voglia di averlo, fino a quando non è diventato insostenibile e io sono andata a casa, di corsa, per evitare che. Una cosa minuscola. Però arrivata a casa ho telefonato al mio fidanzato, svegliandolo, alle quattro del mattino, per una confessione sproporzionata che lo fece sorridere. Ora, logicamente, il mio senso di colpa era immotivato. Però, meno logicamente, io non potevo non raccontare ciò che era successo a meno che non volessi cancellare ciò che era successo (che, in realtà, essendo successo solo a me non era ancora successo) e io non volevo in nessun modo e per nessun motivo rinunciare a cinque ore di desiderio, e quindi, per questa nuova logica, se il pensiero di non dirlo mi risultava ingestibile, il mio senso di colpa era del tutto adeguato, la mia confessione anche, e il sorriso del mio fidanzato era parte di un’immensa benedizione, la motivazione del mio sentimento e la ragione di ogni mio desiderio, il presupposto del mio succedere nel mondo. Vedete il pericolo, lo vedo anche io, ma io c’ero, ed era essere felici di avere la cosa che rende possibile l’essere felici, un cortocircuito di incanto, e non so dirlo meglio.

Quindi, a un certo punto della mia vita ero in questa stanza, stremata e indebolita dal caldo e con nessuna possibilità al mondo di raccontare niente, e guardavo le cose non-succedere davanti ai miei occhi, gli eventi taciuti accadevano come su un pianeta lontano, era tutto un albero che cadeva nel mezzo della foresta amazzonica, cose che non esistevano perché io non le dicevo e io che non le dicevo perché non esistevo e il mio corpo e la mia mente colpiti da percezioni estremamente dolorose che si dileguavano al contatto, un intero universo senza memoria e a un certo punto mi sono trovata a guardare i corvi e i gabbiani lottare contro un sacchetto di plastica nero che l’afa teneva sospeso a mezz’aria, davanti al mio balcone, a quindici metri di altezza. Doveva assomigliare a una minaccia, perché un corvo ha gracchiato e altri corvi sono arrivati a volare attorno al sacchetto, a distanza, in cerchio, e poi è arrivato qualche gabbiano, e c’era questo sfondo di antenne e un mondo sbiancato dal riverbero dell’aria nel pomeriggio in fiamme e gli uccelli erano grandi e sempre più numerosi, si accumulavano centinaia di uccelli enormi a cinque metri dal mio davanzale, una sfera sempre più compatta, un rumore che faceva affacciare la gente.
Un rumore che fermava il sangue, una cosa da non crederci per quanto era grande, il terrore di quella sfera che si muoveva piano, e che piano si allontanava per seguire il sacchetto verso l’orizzonte, sempre più lontano mentre il rumore diminuiva ma era ancora perfettamente distinguibile, fino a quando, finalmente, un corvo ha trovato il coraggio di aggredire il sacchetto, che si è sgonfiato e lentamente è caduto tra i palazzi, mentre gli uccelli si disperdevano immediatamente, in perfetto silenzio, di nuovo estranei.

Una cosa del genere, una cosa così incredibile, semplicemente non poteva non essere successa. Così la mia mente, per quanto stremata e indebolita e intimamente convinta della sua non esistenza, trovò il modo di aggirare il paradosso, e più che un modo era un trucchetto, un minuscolo atto di ribellione, un inganno dialettico.
Pensai: non posso parlargli adesso, non posso far succedere questa cosa adesso. Pensai, non posso esistere adesso, ma forse domani sì, forse un giorno questo può essere successo, e forse un giorno io posso essere esistita oggi.

Quindi, semplicemente, creai un account di posta, e ogni giorno spedii decine di lettere a quell’indirizzo, ogni giorno per un sacco di giorni, il resoconto degli eventi in centinaia di lettere spedite a un indirizzo che nessuno apriva, che però, un giorno, qualcuno avrebbe aperto, quando sarebbe stato possibile, finalmente, parlare con lui, oppure quando non avrei più retto il peso della mia decisione e avrei negato la legittimità delle motivazioni, e l’esistenza della necessità. Solo, non adesso.
Come aggravante, io credevo sinceramente che un giorno avrei potuto dire: questo è l’indirizzo, questa è la password, questo è quello che è stato mentre eri via, anche le cose che ho dimenticato, perché non è giusto che non esistano.
Però quando sbattevo contro il pensiero che forse non sarebbe mai stato possibile, forse non sarebbe mai stato giusto, mi dicevo: va bene, allora fallo domani. Solo, non adesso.

Naturalmente, poi passò il tempo (molto, ma non quanto avrei temuto) e io scrissi sempre di meno e poi non scrissi più niente per settimane e poi per mesi e poi più niente, e nel frattempo mi disposi ad esistere come parole e non come discorso, mentre il mondo riacquistava consistenza e io trascuravo la coazione al racconto e imparavo i nomi che le cose avevano avuto un tempo. E poi ci furono nuovi, grandiosi, discorsi sul mio conto e io ero disposta ad esistere e a sentire la perdita, la privazione e l’assenza di una cosa che esiste, separata da me, e che mi manca, e intanto guarivo. Passò altro tempo e la mancanza smise di essere un evento per diventare una condizione e io smisi di piangere e ascoltai altri racconti e pronunciai nuove parole che diventarono nuove, splendide, frasi (che non dico mai e ricordo ancora) che erano parte di nuove necessità e nuovi sfasamenti nell’autopercezione, che causarono altri buoni motivi e altre decisioni feroci, che non sono state mie, all’inizio, ma lo sono diventate.

Così oggi sono di nuovo in una stanza a rimandare il momento fino a quando smetterà di essere indispensabile, a constatare l’esisitenza astratta del mondo, il succedere incerto degli eventi, i miei frammenti dislocati sulle bocche dei conoscenti. E oggi mi sono accorta che la password di quell’account di posta io l’ho perduta, che non ho più modo di averla e per quello che posso ricordare c’erano un sacco di maiuscole e un sacco di numeri disposti in modo da non significare assolutamente niente, creati apposta per essere dimenticati. Quindi, tutto quello che ho detto è solo quello che ricordo, nel modo in cui la mia mente l’ha cambiato per contenerlo e ammetterlo, e il solo dato certo è che anche senza quelle lettere allora io esistevo, per tutto il tempo, come esisto adesso. Il dato certo è che oggi posso almeno saltare un passaggio.

Se mai domani. Solo, non adesso.