(un tributo a non so cosa) n.9, ma la cronologia è sbagliata.

luglio 8, 2013

Un tramonto lunghissimo e dorato, così lento, così lento da colmare il petto, e dorato, la luce che si srotola sull’erba, tra i rami ancora spogli, minuscole particelle di olio sospese nell’aria a moltiplicare i raggi, e tutto immobile. Un tramonto caldo e lunghissimo, arancio e giallo e rosso e denso, dolce come un buon sentimento: si lascia guardare e come per il prodigio negli occhi di un amante la pelle di tutti diventa più bella.

Bisognerebbe che qualcuno venisse qui a dirmi di piantarla, con un coltello alla gola, con un’arma, con qualcosa, che fosse convincente. E smetterla di ricordare ogni cosa, di invecchiare così in fretta: passa il tempo, i mesi si affollano di ricorrenze. E ventiduequalcosa, buoncompleanno bimba, che altro sarà mai quel giorno, se non questo, la somma ed il ricordo di ciò che è già stato, febbraio dei tradimenti, marzo degli abbandoni, aprile dell’apnea, maggio degli spari, giugno delle risoluzioni. Sto esagerando. Ma continuo a smarrirmi nelle rivisitazioni.

Raccolgo fiori, raccolgo foglie e piume, cose belle come decorazioni. Riconsidero ancora una volta la giustizia di ciò che è necessario, disponibile e infinitamente riproducibile. Le piume per volare e conquistarle, i fiori per riprodursi, le foglie per respirare; cose così delicate e perfette e così numerose da poter essere lasciate cadere, da poter essere perdute, impigliate in reti appuntite e calpestate e schiacciate tra le pagine di libri infinitamente belli e disponibili, protette dalla luce che ne attenua il colore, sottratte alla loro natura immensa di volo e sesso e respirazione, riadibite e fermate a fare da baluardo alla memoria vana di un’istante di grazia, l’interruzione del passo ritmato per compiere un gesto disperato e romantico.

Mi taglio con un coltello che sembrava meno affilato, qualcuno mi prende in giro e per un momento le cose si annebbiano, per la breve vista del bianco della carne: mentre mi riprendo dal leggero shock e mi succhio il dito, mi fa trasalire il verso straziante dei pavoni, che è un urlo di ragazza.

Si alza il frastuono, qualcuno dice: datele da bere; e possiamo strillare ancora un poco, essere ragazzi per un anno ancora, goderci la neve a primavera, dico, ragazzo suonami qualcosa, posso concederti questo ballo? Posso farti l’onore? Si fa sera, la mia testa sulla spalla di chiunque  diventa il dettaglio tenero nelle fotografie. Per il fumo di legno di ulivo tutti quanti, occasionalmente, ci asciughiamo gli occhi. Dico, non credo di essere mai stata fedele a nessuno in vita mia. Tutti sorridono, nessuno si sorprende.

Qualche anno fa, inaugurando una tradizione, lasciai che un mio amico mi accarezzasse, tornando a casa al buio, senza parlare. Sorrido della ricorsività, non faccio domande,  scusi, ragazzo, le concedo questo ballo? E un naso contro al collo come un premio di consolazione, la solita tempesta, la neve ad aprile, vorrei qualcosa in grado di compensare. Un giovane consanguineo mi solleva senza sforzo, sorrido e poso la testa sul suo petto, che succede, hai perso il cavaliere? Ho perso il cavaliere, sorrido senza sforzo. Dicono, vi volete bene, e lui mi stringe e risponde: lei vuole bene a tutti, in questo momento. Parliamone domani.

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