(un tributo a non so cosa) n.11

ottobre 4, 2013

Il mio migliore amico non parla con me da un anno. Pensa che io abbia detto qualcosa a una ragazza, che questa ragazza l’abbia lasciato di conseguenza. Ma lui ha mentito così tante volte, potrebbe mentire adesso. Le persone hanno bisogno di andare, a volte, e a volte per andare hanno bisogno di mentire. L’uva implausibilmente diventata amara, cose così. Oppure, più plausibilmente, il bisogno di porre un trauma irrimediabile – bruciare i ponti – tra il prima e il dopo, qualcosa di definitivo che impedisca ai testimoni oculari di invadere i nuovi territori di conquista, raccontare una versione scaduta della verità.

Non parlarmi per un anno è stato un trauma irrimediabile.

D’altronde, è possibile che io abbia detto qualcosa alla ragazza: lui ha mentito così tante volte, ha mentito a tutti, e io lo so e potrei aver detto questo. Potrei aver detto qualsiasi cosa, in effetti. Non ero molto lucida, in quel periodo. Mio padre non mi ha rivolto la parola per due mesi e i tempi, approssimativamente, coincidono.

Sempre nello stesso periodo, chiesi a un certo ragazzo la cronaca di una manciata di ore che in qualche modo erano svanite dai miei registri, e ottenni in risposta un silenzio imbarazzato o, forse, spaventato. Non un resoconto, comunque.

C’è un bel po’ di riserbo su alcune cose che ho detto o fatto, una certa ritrosia a parlare di me. Almeno, di una certa versione di me. Ci sono cose che mi riguardano di cui nessuno parla, o forse nessuno ne parla con me ma da qualche parte se ne discute, sono racconti come altri racconti: poi quella sera lei ha.

Non diresti di poter fare pace con una cosa simile, eppure io (io) ho smesso di combattere. Il trucco è: pensare che nessuno, ragionevolmente, può conoscere tutto riguardo a se stesso, mentre pochi hanno la fortuna di avere ogni giorno la prova concreta di una cognizione così astratta.

Per esempio, io so che esistono almeno un paio di persone a me estranee che sono a conoscenza di dettagli sulla mia persona che io non so. Meglio: alle quali è stato raccontato qualcosa di me che a me è stato taciuto. Sapere questo non è una cosa da niente. Vi sfido.

Ci sono cose che potrei o non potrei aver detto, cose che potrei o non potrei aver fatto, nell’appartamento al settimo piano di una città orribile, quanto devo aver strillato, chi ha potuto sentirmi, cosa ha pensato.

Ricordo in modo indistinto il peso improvviso di una frase crudele nell’afa di luglio, il peso e nient’altro. E anche se ricordassi la frase, potrei averla immaginata, come forse ne ho immaginato il peso e come forse ho solo immaginato i miei occhi che squartavano un corpo offerto, indifeso, le mie armi ultraterrene, i miei batteri esotici. (E’ molto più probabile, tuttavia, che tutto sia stato peggiore di come mi appare, a volte, indistintamente.)

Non parlarmi per un anno, mentre non guardavo, mentre combattevo e sovrascrivevo le mie ore, è stato un trauma irrimediabile. E la ragazza, anche lei potrebbe aver mentito, sicuramente ha mentito, ma conta poco.

Le persone migliori che conosco hanno qualcosa nella pelle che la agita, la scolla dalla carne. Le loro splendide menti, avvolte dalle fiamme. E loro si svegliano, vestono panni più o meno coerenti, più o meno credibili, più o meno attraenti e una cortesia ben diretta. Evitano di trattare male il prossimo, evitano di fare del male, finché è possibile. Non so se hanno dei buchi, ma a volte io racconto storie che li riguardano e che a loro ho taciuto. Ciclicamente qualcosa nelle loro menti comincia a sfrigolare, gli spasmi dolorosi, le ustioni indelebili. Fanno dei nodi, e tengono. Trattano bene il prossimo, sorridono, resistono.

Io faccio quello che posso. Ora ci sono cose di me, storie che loro non sanno. Sembra molto ingiusto, quello che succede, il mio corpo esplode di una luce che ha un’intensità conclusiva, che fa male al cuore, mentre nessuno guarda. I miei nodi reggono. Penso a come sarà invecchiare, penso che non è più così distante, e che la mia giovinezza è confinata in posti inaccessibili, tutta la vita agglutinata sul confine di regioni gelide, campi minati, oscuri ricordi. Penso che sia tutto irreparabile.

 “E’ un operazione”. Lo so. “Sarà dolorosa”. So anche questo. Quello che mi spaventa di più, è la telefonata, una vita intera di violenza, le incombenze. Il mio viso che va perduto è un altro dettaglio, ho dimenticato cose peggiori, ho dimenticato cose migliori e più grandi. Mi spaventa telefonare, quello sì. Mi chiedo come sarà invecchiare, se sarà pericoloso, mentre il tempo sovrascrive i segni del fuoco con più ordinarie rughe e il mio corpo diventa infine e davvero una cosa che si può amare solo per amore e il mio corpo, come la mia mente, era un fuoco d’artificio, un tempo, da qualche parte, vicino al confine.

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