(thiopental) n.5

novembre 13, 2013

Bastò davvero poco perché il tremito
si facesse terremoto, e io
ardessi viva
e inaccettabile.
E nella quiete del suo nome
nella quiete del suo nome, lui mi perde
come un vizio
come una possibilità
come una guerra.

(Ennet House) n.16

novembre 11, 2013

[E poi non è del tutto vero quando dico che non ho mai sonno, è più che sono completamente terrorizzata all’idea di chiudere gli occhi e restare ferma, di quel momento sempre individuabile quando scuoto la testa e allontano i pensieri pericolosi e spengo insieme alle voci ogni determinazione e del mio corpo – come è giusto – sento solo la pelle e mi restano solo le opzioni conciliabili con l’essere sdraiata a letto – le unghie sul petto o i ricordi o la masturbazione; e tutte hanno esattamente la stessa attrattiva, lo stesso valore e lo stesso grado di dolore: essere da un’altra parte, un posto che se è esistito (e non è detto) non esiste adesso in cui sono una cosa migliore – equivalenti come le azioni inconciliabili di prendere o rifiutare un bicchiere d’acqua quando non hai sete; oppure indulgere nei crampi del desiderio, come se tutta la pelle si tendesse per respirare, e pensare: cosa posso darle, cosa potrò mai darle se vuole aria che non sa usare, e a quel punto voler solo cadere, perdere i sensi in un capogiro mentre le voci si affievoliscono e pensi che sarebbe perfetto poter svenire per sempre. E per quanto possa sembrare irragionevole, restare seduta sul divano a fissare l’angolo del tavolo è di gran lunga preferibile all’essere a letto a immaginare svogliatamente le sue mani e corteggiare capogiri fatali.]

(tell me the truth) n.21

novembre 10, 2013

È solo perché sono perversa se, scrivendo queste cose, non mi si spezza il cuore.

Teresa d’Avila.

L’uomo che amavo mi disse, quella volta, sono scemenze, cose da bambini. Poteva essere vero, ma non lo era, e non conoscendomi non poteva saperlo. L’avevo solo abbagliato, come mi capita ogni tanto di abbagliare la gente.

La ragazza mi viene incontro in sogno, le gambe lunghe e i vestiti che le invidiavo, una bocca che fa scoppiare le guerre. Su alcune cose è impossibile ristabilire la verità, ma forse è solo impossibile decidere che la verità, come ogni cosa, cambia con il tempo e che io ero un abbaglio. La ragazza, come capita a volte, mi diede un nome, inventò per me nuovi canoni di bellezza, mi assegnò in madre una scrittrice morta. Anni dopo, non era mai stato vero e io ero inconciliabile con il nostro (di noi tre) passato, si impose una scelta e io ne uscii vincitrice, ma solo per poco. Probabilmente la ragazza, anche lei, stava impazzendo, ne sono quasi certa, ma cosa conta. Anche se mi avrà ormai dimenticata, mi viene incontro in sogno, e nella sua risata c’è la mia storia, che io non conosco.

Non ci provo nemmeno a negare che la mia mente si strappa e ne emergono ossa scheggiate, cose taglienti, così come non provo a negare che negli ultimi tempi questo sia diventato un alibi inoppugnabile, il mio foglio di condono per ogni cosa, passata e futura. Ma immagino che l’avrebbe fatto chiunque e in ogni caso cerco di diventare più meticolosa nell’evitare di causare abbagli. Il primo passo è parlare come si deve.

Nel mondo vero, c’è un uomo con cui parlo una lingua letterale. L’ironia luccica solo ai miei occhi e poi si spezza, diventa un’offesa irrimediabile o un nonsense incomprensibile, io boccheggio e batto i piedi non ho scuse o modo di ritrattare. Ritorno al grado zero della comunicazione, riprovo, cerco di imparare. Riduco gli scarti, finalmente, e dove hanno fallito le accuse e le preghiere riesce il suo semplice non capire.
Questo limita notevolmente le cose che si possono dire, ma quelle che dico non vengono fraintese: ai suoi occhi sono decifrabile e affidabile, assolutamente prevedibile. Mi dice: non sai scrivere ma sai concentrarti, e ridere sarebbe fuori luogo. Mi dice: sei molto precisa. Incapace di abbellirmi e di brillare, sono nuova e migliore, infinitamente depotenziata. Non lascio il segno e porto a termini i miei compiti. Imparo le regole, l’etimologia delle parole, e che esiste un affetto che va oltre i miei trucchetti, le mie metafore disinnescate.
Mi dice di non esagerare, che a scrivere si impara e in tutto il resto sono molto brava, sono precisa, so concentrarmi. Preparo una torta e va tutto bene, in una lingua che non dice tutto scrivo frasi che non potrò smentire. L’avrebbe fatto chiunque.

Nel frattempo, mi arrivano addosso le frecce di una battaglia che si dice estinta (se ne parla al passato, per esempio, ma più spesso non si dice niente), e io preparo una torta che mantiene quello che promette, e va tutto bene. Nel frattempo perdo il lavoro, o quello che era, pianifico due o tre operazioni, mi trucco sempre.

Nel frattempo, in una lingua che non dice tutto, registro i danni di attacchi maldestri, subisco i segni che non so capire. Schiava dell’ironia, mi hanno detto amori e amanti, e sempre protetta e schermata e sempre armata. A volte penso che io almeno con le mie armi ero brava, ma più spesso mi piego al contrappasso, metto i cerotti e sopporto i segni che non so capire.

La cosa buffa è che, non sapendo mirare, si può comunque sparare. La cosa buffa (come me quasi sempre) è che una pietra manca il bersaglio, ma prova con una manciata di ghiaia. La cosa buffa sono io che quasi sempre sorrido, anche se a volte faccio un’altra cosa, di solito sorrido. Che per lui mi abbatte, mi ha sempre abbattuta la tenerezza prima del resto, che è sempre un bacio sulla fronte e mai nient’altro, che è una cosa piccola e tremenda, quella sua strana lingua intraducibile fatta di piccoli segni senza regole, senza etimologia, senza ragione. Sorrido quasi sempre e non dico mai niente.

Ora evito con cura di causare abbagli, non faccio l’amore in una lingua aliena, non gioco alla guerra con i dilettanti. In questo presente corazzato e disarmato io sono brava, sono precisa, so concentrarmi.