(Ennet House) n.15

dicembre 1, 2013

Resta il fatto che niente mi lenisce. Né le possibilità, né le cose che capitano, così belle, né la guarigione pulita e scientifica delle suture. Ogni sera resto sola, mi ricompongo e mi dispongo alla notte (al silenzio, al sonno e al resto), la mia pelle mi grida le sue ragioni e io spiego alla mia pelle le ragioni del mondo, con voce ferma, ancora una volta. Ma invariabilmente, un attimo prima del buio, torno a me stessa, unita e armonica e univoca, e io sono la mia pelle che grida le mie ragioni e la mia voce che brucia come un nervo e il mio sangue che con mano ferma prova a cullarmi. Mi chiedo quante volte sono guarita, da allora e sono guarita molte volte, è andato tutto bene, è andato sempre tutto bene, per me, ma le cose mi mancano non le ho più riavute e la lingua batte dove hanno cucito, e sto divagando. Il punto è che la ragione fallisce, e questa cosa è come le stelle a dicembre, lontanissima e nitida e gelida, una nostalgia più grande e astratta del tuo intelletto, che ti strappa il fiato anche se non sai il fuoco, ma tu il fuoco lo sai. Mi incarto quando lo spiego agli amici interdetti. Non lo so cos’hanno le stelle a dicembre. Ti trema il petto, ti fanno tremare il petto, come il terrore, come la commozione.

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