(small talks) n.yeah!

gennaio 28, 2014

Come vorrei raccontarla: E il terzo giorno mi licenziai.

Come è andata: Era il decimo, in realtà. Mi fa meno onore, ma il sollievo è uguale o maggiore e insegnare le proprietà delle potenze alle ragazzine delle medie per tre spicci all’ora adesso è bello come il sole di giugno.

Joelle, e un immenso, immenso sorriso interiore.

(dettagli tecnici) n.10

gennaio 21, 2014

Torno a casa la sera in tempo per cenare, e mentre riempio d’acqua la pentola le cose che di giorno mi erano sembrate fondamentali si cancellano – in un brutto libro si cancellerebbero come i sogni al mattino, e infatti è proprio così che succede – mentre mi sforzo, mi sforzo e mi sforzo di tenerle e poi resta solo lo sforzo, vuoto di immagini e di parole, mentre l’acqua bolle e la spossatezza in fondo può dipendere da un sacco di cose.

La mia vita si allinea con ogni altra vita, scambio sguardi di purissima incomprensione con donne bionde che a roma non prendono la metro dopo le sette di sera, che il loro fidanzato va a Miami e quindi loro vanno in California per ripicca, e mi scusi, sono una giornalista, vorrei parlare con la ragazzina che hanno violentato per tre mesi, ha per caso il suo numero?

Che è tutto trascurabile, tutto sopportabile, e trecento euro al mese sono un buon rimborso spese per un’indagine sul campo – sì, è tutto come lo immagini, sì, è tutto in malafede, sì,  ed esiste davvero una sequenza di domande per far piangere gli orfani – e non certo un lavoro. È tutto trascurabile, è tutto sopportabile, ma quando piango è per vergogna e poi la sensazione è quella di essere un neonato che si lamenta, chiuso nella sua fase prelinguistica, nella sua animalezza, io e i miei spasmi indicibili, gli occhi sgranati dei colleghi che non sanno come, o perché, consolarmi.

E a Milano i negri uccidono i passanti col piccone, a Cantù buttano i figli dal balcone, e in mezzo a questo io annaspo nelle difficoltà oggettive: puoi chiamare la signora del bar? puoi andare tu alla biblioteca nazionale?

Le fermate del tram sono affollate già alle cinque e trentacinque del mattino, l’ospedale alle sei e mezza è sicuro e confortevole e caldo, anche se non c’è un posto per spogliarsi e anche se nessuno è gentile, e c’è qualcosa che si spezza mentre penso: adesso sono qui, prendetevi cura di me.

Per la maggior parte del tempo sto zitta e mi prendo la colpa, quello che mi succede è quello che voglio mi succeda, è anche questione di estetica, mi dice, è anche questione di estetica e intanto è la pelle (dio, non la pelle, non la pelle) e non è niente di grave, signorina, ma è la pelle, è il confine che brucia, è il punto di contatto che si infetta – è anche una questione teorica, una questione di estetica – e dopo, la distanza. Ma non è niente di grave, questo non è niente di grave e piuttosto, mi faccia vedere quella mano.

Quasi sempre penso: ricordati questa solitudine, perché è nitida come una stanza senz’aria, perché un giorno vorrai dirla e per dirla dovrai ricordarla, ricordati cos’è oggi il futuro, ricordati l’afasia, ricordati le cinque e mezza del mattino, ricordati la paura istintiva, ricordati che hai paura di morire, che di notte senti solo il tuo corpo e il tuo corpo si ammala senza appartenerti, ricordati il dolore alla mano, quanto in fretta peggiora, quando gli insetti e le sirene strisciano vicino alle tue orecchie ricordati che avevi paura, che il tuo corpo può ucciderti senza appartenerti, quando impazzirai ancora per favore puoi ricordarti che

E a parte questo è tutto trascurabile, disimparo le parole e mi si nega la precisione, e mi guardano senza capire come io guardo la mia mano, la cicatrice che potrebbe essere un’ustione, un brutto taglio o una ferita chimica e invece è il graffio di un gattino.

 

(small talks)

gennaio 15, 2014

Poi, al secondo giorno, piansi direttamente al lavoro. amen.

(small talks) n.f

gennaio 14, 2014

Oggi era il mio primo giorno di lavoro da Satana È venuto fuori che lui è veramente identico a come lo dipingono e che lui è veramente legione, e poi tornando a casa ho pianto per tutto il tempo. E niente, volevo dire che non mi regge, tutto qua.

(radioshow) n.27

gennaio 2, 2014