(dettagli tecnici) n.10

gennaio 21, 2014

Torno a casa la sera in tempo per cenare, e mentre riempio d’acqua la pentola le cose che di giorno mi erano sembrate fondamentali si cancellano – in un brutto libro si cancellerebbero come i sogni al mattino, e infatti è proprio così che succede – mentre mi sforzo, mi sforzo e mi sforzo di tenerle e poi resta solo lo sforzo, vuoto di immagini e di parole, mentre l’acqua bolle e la spossatezza in fondo può dipendere da un sacco di cose.

La mia vita si allinea con ogni altra vita, scambio sguardi di purissima incomprensione con donne bionde che a roma non prendono la metro dopo le sette di sera, che il loro fidanzato va a Miami e quindi loro vanno in California per ripicca, e mi scusi, sono una giornalista, vorrei parlare con la ragazzina che hanno violentato per tre mesi, ha per caso il suo numero?

Che è tutto trascurabile, tutto sopportabile, e trecento euro al mese sono un buon rimborso spese per un’indagine sul campo – sì, è tutto come lo immagini, sì, è tutto in malafede, sì,  ed esiste davvero una sequenza di domande per far piangere gli orfani – e non certo un lavoro. È tutto trascurabile, è tutto sopportabile, ma quando piango è per vergogna e poi la sensazione è quella di essere un neonato che si lamenta, chiuso nella sua fase prelinguistica, nella sua animalezza, io e i miei spasmi indicibili, gli occhi sgranati dei colleghi che non sanno come, o perché, consolarmi.

E a Milano i negri uccidono i passanti col piccone, a Cantù buttano i figli dal balcone, e in mezzo a questo io annaspo nelle difficoltà oggettive: puoi chiamare la signora del bar? puoi andare tu alla biblioteca nazionale?

Le fermate del tram sono affollate già alle cinque e trentacinque del mattino, l’ospedale alle sei e mezza è sicuro e confortevole e caldo, anche se non c’è un posto per spogliarsi e anche se nessuno è gentile, e c’è qualcosa che si spezza mentre penso: adesso sono qui, prendetevi cura di me.

Per la maggior parte del tempo sto zitta e mi prendo la colpa, quello che mi succede è quello che voglio mi succeda, è anche questione di estetica, mi dice, è anche questione di estetica e intanto è la pelle (dio, non la pelle, non la pelle) e non è niente di grave, signorina, ma è la pelle, è il confine che brucia, è il punto di contatto che si infetta – è anche una questione teorica, una questione di estetica – e dopo, la distanza. Ma non è niente di grave, questo non è niente di grave e piuttosto, mi faccia vedere quella mano.

Quasi sempre penso: ricordati questa solitudine, perché è nitida come una stanza senz’aria, perché un giorno vorrai dirla e per dirla dovrai ricordarla, ricordati cos’è oggi il futuro, ricordati l’afasia, ricordati le cinque e mezza del mattino, ricordati la paura istintiva, ricordati che hai paura di morire, che di notte senti solo il tuo corpo e il tuo corpo si ammala senza appartenerti, ricordati il dolore alla mano, quanto in fretta peggiora, quando gli insetti e le sirene strisciano vicino alle tue orecchie ricordati che avevi paura, che il tuo corpo può ucciderti senza appartenerti, quando impazzirai ancora per favore puoi ricordarti che

E a parte questo è tutto trascurabile, disimparo le parole e mi si nega la precisione, e mi guardano senza capire come io guardo la mia mano, la cicatrice che potrebbe essere un’ustione, un brutto taglio o una ferita chimica e invece è il graffio di un gattino.

 

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