(afasia) n.12

marzo 20, 2014

La vibrazione del telefono la sveglia un poco. Sta ancora quasi dormendo quando legge il messaggio: che ore sono? scommetto mezzogiorno o le undici almeno. Sorride. Scrive, con gli occhi ancora quasi chiusi: no! le sette! vinciamo 4 ore! almeno! Oltre la parete di fronte c’è una camera matrimoniale, a letto c’è l’uomo che le sta scrivendo, bellissimo e amato, e che la aspetta. Vieni? Lei si gode ancora un poco l’attesa, ancora addormentata, cinque minuti. Cresce in lei una dolcezza sconfinata, un’aspettativa meravigliosa, tenerezza, tenerezza. Cinque minuti. Si strofina nel piumone del lettino singolo, cerca il coraggio di affrontare il fresco delle sette, lavarsi i denti, bussare alla porta della stanza accanto, una cosa dolce da dire, forse la colazione, la fronte nell’incavo del collo. Cinque minuti ancora. Sorride. Arrivo!, scrive, o sogna di scrivere. Poi non resiste, il desiderio ha la meglio sul sonno e lei apre finalmente gli occhi del tutto, si mette a sedere sul letto, sta quasi esplodendo di gioia e di pace, sta quasi ridendo. Il mondo riacquista la sua configuazione reale lentamente, in modo percepibile, sulla sua pelle. Fa in tempo a provare a negare che stia accadendo. In basso accanto a lei, a terra su un materasso c’è il suo amico e ospite che dorme. Al di là della parete di fronte la sua coinquilina dorme anche lei. Non ci sono stanze matrimoniali in casa sua, né uomini amati. Non si piange delle condizioni nemmeno quando sembrano eventi, e quindi non piange ma sente molto freddo e ora torna a sdraiarsi e a coprirsi la testa, si fa il buio attorno, sono ancora le sette di mattina e nel tempo guadagnato invano torna a cercare un sonno clemente, tremando e sperando che sia senza sogni.
Poi alle dieci si alza, si veste, esce di casa, prende un caffè al bar, va al mercato, torna a casa, prepara il pranzo; in breve, finge che non sia successo niente.

(small talks) filosofico

marzo 14, 2014

veramente non si fa in tempo a tirar fiato.

(sono passati i mesi)
dal giorno dell’ultima decisione
ancora una volta
e la rassegnazione dovrebbe coinvolgere chiunque
abbia mai sentito la mia voce
e sono la ragazza che si strappa varcando la soglia di ogni casa
solo quella avvinghiata alle braccia
di uomini dei quali non conosce il volto
e a volte non sorride
vergognandosi dei denti
così sbagliati
sono l’archivio dei miei giorni
e l’ordine forzato di tutti i passati
sono quella che piange di ogni lieve distacco
di ogni arrivederci frettoloso
ad una fermata qualsiasi di un autobus che passa ogni ora
sono la ragazza che si dispera
e poi, ogni tre anni, non saluta più, prima di andare
la decisione
non dovrebbe sorprendere nessuno

Eppure
una ragazza taglia corto, se solo insisto
e mia madre da un po’ di tempo abbassa gli occhi quando mi parla
e le suore recitano salmi
che graziano la pelle di un ragazzo
e gli animali sull’asfalto non si curano della mia tenerezza
né dell’assenza degli occhi a cui vorrei mostrarla
e nessuno dei miei migliori amici è mai rimasto solo
e nessuno ha mai smesso di farmi gli auguri
nel giorno esatto del mio compleanno
o quasi
e vincenzo dice una volta ancora che vuole chiamarmi
e vincenzo dice una volta sola che voleva scoparmi
riconciliando finalmente il mio rancore
con la linea ineccepibile delle sue mani
adesso che sono io a percorrere
lo spazio che mi separa
dalla separazione

ma nemmeno lui è rimasto solo
e il mio nome non suona come “assenza”
nonostante sono certa che mi abbia vista precipitare
nella tenerezza degli animali sull’asfalto
o nel tormento di avere sempre posseduto un corpo
che non occupa spazio al mio passaggio
e non lascia alcun vuoto.

(siamo settimane fa, adesso)
Pensavo, se solo stesse mentendo, ancora una volta, per farmi piacere
pensavo, se solo fosse vero, una volta sola, il modo in cui non sa guardarmi
se solo non fosse mai successo
che sbadatamente spezzasse le mie dita
un pezzo al giorno
così a lungo
se mi fosse dato di conoscere qualcosa
– estorcere la sincerità oppure non considerarel’ipotesi
della menzogna.
Quello che ha fatto è stato ripetermi, ancora una volta,
tutte le cose che non mi ha mai detto
(siamo anni fa, adesso, siamo per anni)

E il ragazzo aspettava che io tornassi a casa
e subito dopo era molto tardi, per essere in strada da sola
e lontana
era molto tardi
ma non c’era strazio nella strada
o nel tempo che sembrava non passare
mentre aspettavo anch’io aspettavo di tornare.

(siamo adesso
e quello che abbiamo oltrepassato
il tempo che infine è trascorso
è vero, sono partita senza salutare
ma io non avrò mai un quaderno ordinato
finalmente non ho bisogno di imparare a disegnare
e non avrò mai i denti che avrei potuto avere,
e ti sorrido, amore).

Mentre attorno ancora una volta non c’è niente, e il ragazzo mi guarda
come se non fossero mai vuoti i miei silenzi.





[E oltretutto il miei denti spaccano il culo]

La prima volta che mi sono invaghita non è servito a niente, ma fu una cosa giovane e tenera che ricordo raramente e ora vorrei solo non incontrare il mio primo ragazzo, ingrassato e senza capelli, ogni volta che torno a casa. Come dicevo, non era amore, ma una cosa giovane e tenera e, grazie al cielo, banale. Nonostante fossi così giovane, la gestii molto bene.

La prima volta che mi sono innamorata mi ha rovinato la vita. È il punto della questione, e lo rimando a dopo.

La seconda volta che mi sono innamorata probabilmente è la prima che conti, perché era vero e c’era mentre c’ero anche io, precisamente nello stesso minuscolo posto e nello stesso, lunghissimo, istante; ma anche perché mi ha spostato ogni nervo e ha ridisposto ogni mio singolo osso e lembo di carne, e perché a volte penso che quello che io ho sentito un giorno, in fondo, basterebbe a tenermi il bilancio in positivo per sempre. E poi, perché era più bello degli altri, per il sesso e per l’onnipotenza e perché è l’unica cosa al mondo di cui non ho saputo, né saprò mai, dire abbastanza.

L’ultima volta che mi sono innamorata è stato come respirare, o riacquisire i contorni, conoscere una terra o una lingua straniera, volersi strappare la carne. Ma, più di tutto, una lunghissima corsa in discesa, lunghissima, pensando ogni istante “cadrò, cadrò, sto per cadere, striscerò sul terriccio e sarà orrendo”, le gambe sempre più stanche e veloci, l’aria che preme nei polmoni con troppa forza e li fa bruciare e sempre più veloce e spaventata e sferzata da qualcosa a cui bisognerebbe dare un nome, sull’unica strada possibile, l’esplosione nel petto, l’esplosione in ogni parte e la consegna nel momento in cui compresi che non volevo né potevo rallentare o salvarmi e in fondo sorridevo anche quando vidi il bordo e la terra smise di colpo e feci il primo, tremendo passo nel vuoto.
Io ero già io in ogni parte – nella pace postoperatoria, la parte che restava, inverosibilmente così grande – ed era la mia voce compiuta che imparava una lingua mai sentita, il mio corpo finito che  vibrava in una stanza vuota, il mio corpo finito, la mia voce compiuta e poi una ferita netta e profonda e, infine, prima o poi, una cicatrice pulita. E la terza volta, senza le mie sante inquisizioni sono stata, finalmente, completamente onesta.

La prima volta che mi sono innamorata, invece, non avrebbe dovuto contare niente, sarebbe stato inutile se non avesse fatto tanti danni, e sarebbe stato stupido se non mi avesse tolto tanto. Inventammo il pattern delle chiamate notturne, e quello dei drammi. Il ragazzo fece un sacco di complimenti ai miei occhi e alla mia anima (sic), ma non parlò mai del mio viso o dei miei capelli e non mi baciò mai. Mi giurò amore (a me, o alla mia anima) senza mai toccarmi – rendendomi, da lì in poi, molto suscettibile a riguardo. Una notte mi chiese in lacrime di non partire, perché ne andava della sua vita, e poi niente, qualche giorno dopo smise di parlarmi, cambiò numero di telefono, fece silenzio. Cominciai, per così dire, a impolverarmi. Tre volte in altrettanti anni riuscii, cogliendolo alla sprovvista, a domandargli cos’era successo, altrettante volte lui rispose “aspettami, ti prometto che torno”, lasciandomi ai miei diciannove, venti e ventun’anni ragionevolmente confusa e, meno ragionevolmente, inconsolabile. (I pezzi li raccolse, quasi tutti, un altro uomo e li rimise insieme con una pazienza che, oggi, riconosco eroica.) In una fugace apparizione si mostrò contrariato della mia nuova e lucentissima consacrazione, io provai per quanto possibile a spiegare ma non c’era niente che lui potesse capire, mi disse: quindi, ti sei fidanzata. Risposi, immagino che tu ti sei lasciato. Manifestò il suo rimpianto per non aver fatto l’amore con me, che avrebbe sempre voluto, io omisi le imprevedibili ripercussioni e risposi che io a riguardo avevo la coscienza pulita. Tornai a casa in lacrime e senza rimpiangere niente, ma questo è il lieto fine e prima del lieto fine erano passati gli anni.

Se ci fosse un modo più carino di dire questa cosa probabilmente io potrei trovarlo, ne ho trovati tanti, per lui, ma il punto è che per lui mi sono consumata, sbattendo la fronte contro il suo silenzio e chiedendomi ogni giorno cosa fosse successo, cosa gli fosse successo, convinta che qualcosa dovesse essergli successo e convinta anche che solo una risposta avrebbe potuto liberarmi. Nel frattempo a me succedeva che passassero gli anni.

Ho aspettato veramente per molto tempo ma un certo punto, vivaddìo, ho smesso.

Poi, dopo dieci anni esatti, il ragazzo in effetti ritorna. Ciao come stai volevo sentirti. Non ti ho dimenticata ti volevo bene. Sento il saltello della ragazza di vent’anni, ma quella di trenta ride e si riprende, si proclama stupefatta e poi accoglie con grazia la spiegazione così a lungo aspettata: scusa, cosa c’è di stupefacente? Non ci siamo sentiti per un po’, ma non mi risulta che avessimo litigato.

E niente, si scopre alla fine il senso di tutto quello che è stato, tutte le notti, le poesie, tutto il pianto, il mio corpo rimpicciolito e sempre più serrato, la polvere, l’inviolabilità, la solitudine e l’attesa, la mia pelle di cartapesta, tutte le domande e tutto quel tempo: realizzo che io ero da sola e lui non ne sa niente, come allora non ne sapeva niente e oggi, come allora, non ha colpa di niente.

 Tutto qui, si chiude il cerchio e io sorrido, ho fatto tutto da sola e adesso che è finita è senza alcuna cura, ombra o esitazione che sorrido e mi perdono, finalmente, i miei vent’anni così sprecati e romantici e le poesie scritte per un uomo che finirono per innamorarne un altro, e così via in un processo ricorsivo che è quello di tutti, in fondo, solo che io ho la grazia delle parole per testimoniarlo, la mia cronaca così esatta e dettagliata, l’evidenza dei sedimenti. È senza cura e senza peso che sorrido, con leggerezza e senza rimpianto e quasi senza trasporto; è solo con gioia e nient’altro che dico: ma dai, davvero sei tu, come stai, che piacere sentirti.