Un tributo a come è iniziato e finito, con dovuta ironia.

marzo 11, 2014

La prima volta che mi sono invaghita non è servito a niente, ma fu una cosa giovane e tenera che ricordo raramente e ora vorrei solo non incontrare il mio primo ragazzo, ingrassato e senza capelli, ogni volta che torno a casa. Come dicevo, non era amore, ma una cosa giovane e tenera e, grazie al cielo, banale. Nonostante fossi così giovane, la gestii molto bene.

La prima volta che mi sono innamorata mi ha rovinato la vita. È il punto della questione, e lo rimando a dopo.

La seconda volta che mi sono innamorata probabilmente è la prima che conti, perché era vero e c’era mentre c’ero anche io, precisamente nello stesso minuscolo posto e nello stesso, lunghissimo, istante; ma anche perché mi ha spostato ogni nervo e ha ridisposto ogni mio singolo osso e lembo di carne, e perché a volte penso che quello che io ho sentito un giorno, in fondo, basterebbe a tenermi il bilancio in positivo per sempre. E poi, perché era più bello degli altri, per il sesso e per l’onnipotenza e perché è l’unica cosa al mondo di cui non ho saputo, né saprò mai, dire abbastanza.

L’ultima volta che mi sono innamorata è stato come respirare, o riacquisire i contorni, conoscere una terra o una lingua straniera, volersi strappare la carne. Ma, più di tutto, una lunghissima corsa in discesa, lunghissima, pensando ogni istante “cadrò, cadrò, sto per cadere, striscerò sul terriccio e sarà orrendo”, le gambe sempre più stanche e veloci, l’aria che preme nei polmoni con troppa forza e li fa bruciare e sempre più veloce e spaventata e sferzata da qualcosa a cui bisognerebbe dare un nome, sull’unica strada possibile, l’esplosione nel petto, l’esplosione in ogni parte e la consegna nel momento in cui compresi che non volevo né potevo rallentare o salvarmi e in fondo sorridevo anche quando vidi il bordo e la terra smise di colpo e feci il primo, tremendo passo nel vuoto.
Io ero già io in ogni parte – nella pace postoperatoria, la parte che restava, inverosibilmente così grande – ed era la mia voce compiuta che imparava una lingua mai sentita, il mio corpo finito che  vibrava in una stanza vuota, il mio corpo finito, la mia voce compiuta e poi una ferita netta e profonda e, infine, prima o poi, una cicatrice pulita. E la terza volta, senza le mie sante inquisizioni sono stata, finalmente, completamente onesta.

La prima volta che mi sono innamorata, invece, non avrebbe dovuto contare niente, sarebbe stato inutile se non avesse fatto tanti danni, e sarebbe stato stupido se non mi avesse tolto tanto. Inventammo il pattern delle chiamate notturne, e quello dei drammi. Il ragazzo fece un sacco di complimenti ai miei occhi e alla mia anima (sic), ma non parlò mai del mio viso o dei miei capelli e non mi baciò mai. Mi giurò amore (a me, o alla mia anima) senza mai toccarmi – rendendomi, da lì in poi, molto suscettibile a riguardo. Una notte mi chiese in lacrime di non partire, perché ne andava della sua vita, e poi niente, qualche giorno dopo smise di parlarmi, cambiò numero di telefono, fece silenzio. Cominciai, per così dire, a impolverarmi. Tre volte in altrettanti anni riuscii, cogliendolo alla sprovvista, a domandargli cos’era successo, altrettante volte lui rispose “aspettami, ti prometto che torno”, lasciandomi ai miei diciannove, venti e ventun’anni ragionevolmente confusa e, meno ragionevolmente, inconsolabile. (I pezzi li raccolse, quasi tutti, un altro uomo e li rimise insieme con una pazienza che, oggi, riconosco eroica.) In una fugace apparizione si mostrò contrariato della mia nuova e lucentissima consacrazione, io provai per quanto possibile a spiegare ma non c’era niente che lui potesse capire, mi disse: quindi, ti sei fidanzata. Risposi, immagino che tu ti sei lasciato. Manifestò il suo rimpianto per non aver fatto l’amore con me, che avrebbe sempre voluto, io omisi le imprevedibili ripercussioni e risposi che io a riguardo avevo la coscienza pulita. Tornai a casa in lacrime e senza rimpiangere niente, ma questo è il lieto fine e prima del lieto fine erano passati gli anni.

Se ci fosse un modo più carino di dire questa cosa probabilmente io potrei trovarlo, ne ho trovati tanti, per lui, ma il punto è che per lui mi sono consumata, sbattendo la fronte contro il suo silenzio e chiedendomi ogni giorno cosa fosse successo, cosa gli fosse successo, convinta che qualcosa dovesse essergli successo e convinta anche che solo una risposta avrebbe potuto liberarmi. Nel frattempo a me succedeva che passassero gli anni.

Ho aspettato veramente per molto tempo ma un certo punto, vivaddìo, ho smesso.

Poi, dopo dieci anni esatti, il ragazzo in effetti ritorna. Ciao come stai volevo sentirti. Non ti ho dimenticata ti volevo bene. Sento il saltello della ragazza di vent’anni, ma quella di trenta ride e si riprende, si proclama stupefatta e poi accoglie con grazia la spiegazione così a lungo aspettata: scusa, cosa c’è di stupefacente? Non ci siamo sentiti per un po’, ma non mi risulta che avessimo litigato.

E niente, si scopre alla fine il senso di tutto quello che è stato, tutte le notti, le poesie, tutto il pianto, il mio corpo rimpicciolito e sempre più serrato, la polvere, l’inviolabilità, la solitudine e l’attesa, la mia pelle di cartapesta, tutte le domande e tutto quel tempo: realizzo che io ero da sola e lui non ne sa niente, come allora non ne sapeva niente e oggi, come allora, non ha colpa di niente.

 Tutto qui, si chiude il cerchio e io sorrido, ho fatto tutto da sola e adesso che è finita è senza alcuna cura, ombra o esitazione che sorrido e mi perdono, finalmente, i miei vent’anni così sprecati e romantici e le poesie scritte per un uomo che finirono per innamorarne un altro, e così via in un processo ricorsivo che è quello di tutti, in fondo, solo che io ho la grazia delle parole per testimoniarlo, la mia cronaca così esatta e dettagliata, l’evidenza dei sedimenti. È senza cura e senza peso che sorrido, con leggerezza e senza rimpianto e quasi senza trasporto; è solo con gioia e nient’altro che dico: ma dai, davvero sei tu, come stai, che piacere sentirti.

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