(un fatto di cronaca) n.1

marzo 16, 2014

La vibrazione del telefono la sveglia un poco. Sta ancora quasi dormendo quando legge il messaggio: che ore sono? scommetto mezzogiorno o le undici almeno. Sorride. Scrive, con gli occhi ancora quasi chiusi: no! le sette! vinciamo 4 ore! almeno! Oltre la parete di fronte c’è una camera matrimoniale, a letto c’è l’uomo che le sta scrivendo, bellissimo e amato, e che la aspetta. Vieni? Lei si gode ancora un poco l’attesa, ancora addormentata, cinque minuti. Cresce in lei una dolcezza sconfinata, un’aspettativa meravigliosa, tenerezza, tenerezza. Cinque minuti. Si strofina nel piumone del lettino singolo, cerca il coraggio di affrontare il fresco delle sette, lavarsi i denti, bussare alla porta della stanza accanto, una cosa dolce da dire, forse la colazione, la fronte nell’incavo del collo. Cinque minuti ancora. Sorride. Arrivo!, scrive, o sogna di scrivere. Poi non resiste, il desiderio ha la meglio sul sonno e lei apre finalmente gli occhi del tutto, si mette a sedere sul letto, sta quasi esplodendo di gioia e di pace, sta quasi ridendo. Il mondo riacquista la sua configuazione reale lentamente, in modo percepibile, sulla sua pelle. Fa in tempo a provare a negare che stia accadendo. In basso accanto a lei, a terra su un materasso c’è il suo amico e ospite che dorme. Al di là della parete di fronte la sua coinquilina dorme anche lei. Non ci sono stanze matrimoniali in casa sua, né uomini amati. Non si piange delle condizioni nemmeno quando sembrano eventi, e quindi non piange ma sente molto freddo e ora torna a sdraiarsi e a coprirsi la testa, si fa il buio attorno, sono ancora le sette di mattina e nel tempo guadagnato invano torna a cercare un sonno clemente, tremando e sperando che sia senza sogni.
Poi alle dieci si alza, si veste, esce di casa, prende un caffè al bar, va al mercato, torna a casa, prepara il pranzo; in breve, finge che non sia successo niente.

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