(ennet house) n.17

aprile 7, 2014

Felice  Casorati, Reading a book

 

Si rimanda, si rimanda tutto fino a che è inevitabile e poi, quando l’inevitabile è lì, tremendo e inanimato, si fa ogni cosa. Una volta eliminata la scelta, non esiste nulla di cui io non sia capace.
Persino questa vita illogica, sconsiderata, la sopravvivenza ottusa e, a suo modo, clemente. Persino le visite mediche, il conto bancario, l’infinita teoria del non si può fare niente, signorina, se non questo. Ma se è l’unica scelta, eliminata la scelta, non c’è nulla che io non possa fare.
Persino questa vocazione all’irrilevanza, il mio confino tiepido nel cuore deserto della terra, i bordi lontanissimi, distanti come ricordi, vaghe minacce, memento mori ma non si muore, non è una scelta e, senza la scelta, non c’è nulla che io non possa fare.

Il mio costume da supereroe comprende una gonna corta e inadeguata e un sorriso inadeguato e una certa dose di ironia e un reggiseno intonato e la coscienza dei limiti, la padronanza del tempo, la disciplina inviolabile. Il mio costume da supereroe comprende una dolcezza che ha commosso tutti, allo stesso modo, invariabilmente, inutilmente. Il mio costume da supereroe comprende, adesso, congegni meccanici, acrobazie, il mio seno e le mie gambe che resistono, mio vanto, mia vittoria su ogni compleanno.

Scegliere è la cosa più difficile, ma mi è stata risparmiata sempre. I miei atti di gloria, i miei momenti migliori, il modo presuntuoso in cui lasciavo intendere che. Ma scegliere, non so scegliere, e comunque mi è stato risparmiato e io non l’ho mai risparmiato, a nessuno. Ma sono attitudini, o sono abitudini, o è il tempo che martella contro ogni membrana e poi, necessariamente, alzi le mani e dici basta, dici tienimi, dici resta, dici torna, dici basta. Contro ogni membrana e allora basta, le palline si disperdono nell’acqua, non importa, non importa, tu esisti senza i tuoi pensieri, senza le tue biglie galleggianti, senta il clamore, senza le indagini, senza i confini, lontanissimi, distanti come i ricordi, memento mori.

La commozione che indolenzisce le articolazioni della bocca, quando sbadiglio suonano quattro elastici, risonanza acustica, puntine di dolore: se non funziona questo dobbiamo tagliare, e allora, vi prego, facciamolo funzionare. Il conto alla rovescia dei chili, forse la ragazza è un po’ stanca, forse si è stancata, forse è sparita. Se non funziona questo dobbiamo tagliare e allora che funzioni, non c’è scelta e senza scelta lo posso fare. Ci vediamo domani, porto un’amica, no ci vediamo tra un mese, ho da digiunare e, meravigliosamente, lavorare.

La mia vita scorticata e poi guarita, ridotta all’osso e benedetta dal sole e dal tempo, la mia pelle sfinita. La mia vita non è mai stata così facile, chiedimi della grazia dell’isolamento, la benedizione del silenzio, la gioia dei pomeriggi dietro le tende da ragazzina coi rami di velluto. Chiedimi del mondo, dell’età adulta che mi scopre e mi invita, del lavoro più bello del mondo, che non ho scelto e che mi piace tanto. Chiedimi delle omissioni, delle negazioni, delle rimozioni, chiedimi cosa mi concedo di ricordare. La media aritmetica tra gli ultimi momenti mi dà oggi come risultato, a un anno di distanza da ogni cosa che ho amato, comprendere adesso finalmente: l’irrilevanza delle date, delle promesse, dei giuramenti. A un certo punto si sceglie di sopravvivere e sopravvivere, per me come per gli altri, non è mai una questione di scelta.

Capisco ora l’irrilevanza dei miei pianti di bambina, delle preghiere a un dio in cui non ho mai creduto nemmeno quando, bambina, lo insegnavo. La disonestà, a un certo livello, è una questione di sopravvivenza. L’insensatezza del puntare i piedi, del supplicare il boia, del rifiutare, ostinatamente, le amputazioni. Per sottrazioni progressive sono sopravvissuta, ho smesso di flirtare col limite e con la vertigine, per sottrazioni progressive mi sono stabilizzata e per sottrazioni progressive sono cresciuta. La commozione indolenzisce le articolazioni della bocca, quando sbadiglio per non piangere e sgranchirle suonano quattro elastici, risonanza acustica, conto alla rovescia dei denti che rimangono.

Manca così tanto che non ha senso calcolarlo, il vuoto nel petto non finirà mai, chiedimi delle omissioni, delle rese, della compassione. La mia vita non è mai stata così facile, a volte credo che uno sguardo dolce potrebbe frantumarmi, di non essere fatta per quello. Qualcosa di liscio e fragile nel mio corpo non regge il calore, tornerò vergine e disposta alla battaglia, mancano, più di ogni altra cosa: le mani, i nomi, le parole.

Non ho motivo di vanto, responsabilità o merito. Mancano, tra le altre cose le parole, ma piego la mia voce a racconti che non ho scritto, che non avrei mai scritto, ed è una forma di amore la cura per le cose d’amore. Come in un lieto fine, faccio il lavoro più bello del mondo, che non ho scelto, e mi assumo ogni responsabilità per ciò che un altro, innamorato e vivo, ha voluto dire. Non è la mia storia, ma è una storia; il vuoto nel petto non può finire, manca così tanto che è pericoloso contare e il vuoto nel petto non potrà mai finire e più di tutto mancano le mani, i nomi, le parole immense che avrei ancora voluto dire.

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