(radioshow) n.29

giugno 26, 2014

(cronaca) n.2

giugno 25, 2014

jhkjk

Potrebbe succedere ma non succederà:
la statistica non gioca a favore.
Potrebbe succedere, da un momento
all’altro mentre sono seduta sul gradino:
sollevo gli occhi, riconosco un dettaglio.
E invece, passa la polizia locale pedalando
e poi subito due grossi furgoni dell’esercito.
Potrebbe succedere oggi, sicuramente
oggi più di ieri e più di domani, oggi che sono qui
è più probabile, ma comunque improbabile:
non giocano a favore gli orari
d’ufficio, le distanze ridotte
ma non nulle.
Se accadesse, sarebbe destino
ma non sono così coraggiosa da affermare,
per esempio, l’inverso.
Invece, passano su tacchi altissimi
ragazze altissime, un uomo serio mi sorride
– a me, oppure alle mie gambe
pallide e scomposte, sul gradino. Invece
un ragnetto minuscolo si arrampica
sul mio ginocchio, cade la borsa
di un uomo d’affari in bicicletta,
e lui sterza, disegna un arco, torna indietro,
la raccoglie  senza fermarsi. Una gru
si mette in movimento sullo sfondo.
Una ragazza velata fotografa i piccioni.
Giovani giapponesi sfilano in mezzotacco
incipriate e bon ton.
Non ho mai visto questa piazza con il sole, ma il grigio
le dona, il grigio le dona e comunque è finalmente
troppo tardi e allora non succederà di certo,
anche se potrebbe.
Potrebbe. Invece: a un certo punto
mi alzerò da questo gradino,
mangerò un risotto con troppo sale
nella tavola calda della metro
arriverò in anticipo a un appuntamento.
Un capolinea deserto e astratto e
va già meglio: il cemento
e il cielo bianco
le possibilità che rapide scendono, tendono
– naturalmente – a zero e dopo
finalmente
finiscono.
Si può fumare in macchina?
Il viaggio è lungo, si può fare tutto.

(retroscena) n.4

giugno 5, 2014

Hanno scritto di me poesie bellissime
(oneste, più di ogni altra cosa
erano oneste) e dentro c’ero io ed ero
anch’io bellissima (e onesta)
e mi facevo male.

Ero la bambina muta e l’amante
tradita e nelle loro parole
non sorridevo mai.

Però penso di aver sorriso, a volte
e penso di aver riso
penso di aver cantato
mi ricordo di aver sorriso eppure
non sorridevo mai
nelle loro parole.

Ma non c’erano colpe e stesse
a me il perdono, perdonerei ogni cosa
– un ritratto imperfetto e un abbandono
predetto e forse
una parola di troppo – l’onestà
dovuta è solo quella
tremenda e generosa
di un autoritratto.

***

E poi la lingua che mi aveva incantata
ha avuto altre bambine da impalare, con le stesse parole
che allora non ho mai capito
molto bene – giocavo, in fondo, contro un fuoriclasse –
ma Lei mi disse  “guarda che non bisogna
capire sempre tutto” che non è necessario e nello scarto
ero minuscola e perduta ma il suo petto
colmava la distanza e la sua bocca
mi sussurrava cose semplici di pranzo
e nomi dei falchi e multisala sulla tangenziale
cose che capivo per intero e sorridevo
e non spiegavo mai le mie parole
ma qualcosa nel mio corpo colmava la distanza, oppure
lui era più più sveglio, più pronto
di me e capiva meglio e non c’è mai stata una voce
più bella. Ma dopo la sua lingua
aveva un’altra bimba da incantare e io
non ho più ascoltato niente.

Un ragazzo diverso venne a parlarmi in una lingua
aliena, mi vezzeggiava  in una lingua aliena
mi riportava in terra con la logica
più che con l’amore
mi ipnotizzava con le tassonomie perdute
di erbe commestibili e descrizioni smorzate
dei miei dolori cronici e racconti incredibili
di barbieri d’altri tempi ed elaborati
attrezzi ginnici – chiamava ogni muscolo
per nome – ed era cabala e filologia
ogni sua frase e pretendeva
di insegnare il pudore
alla venditrice di spade. Eppure
ero una corda tesa, una membrana. Per lui
tendevo l’orecchio alle omissioni, alle allusioni
e per lui giunsi ad argomentare
le parole (e se non basta la pelle e non basta
la cronaca, se non basta la carne che non ho mai nascosto
che sia allora un manuale, e non un’ostensione
che sia un trattato di estetica e retorica che sia
il funzionamento di ogni valvola
e la tua scienza, dove fallisce il mio racconto: ti racconto
come ho fatto a dirlo). E io pensavo
di essere indifesa e precisa ma una parafrasi
mi costò quanto tutto
ciò che avevo – un disarmo, un esame
invasivo, ma sorridevo – chissà se vide
spezzarsi le mie armi, mentre deliberavo
una scala di importanza per lui
smembravo la mia voce e mi allenavo
e non sapevo niente, ma capivo.
Capivo ogni cosa per tre volte, spostavo il limite
della comprensione, in scala di grigio
imparavo i colori, in quel sottotesto
infinito, un un’infinita e
appassionata traduzione. Il lavoro più dolce
della terra, penso adesso che ne faccio
un mestiere e potrei spiegare a stento
– ma la potrei spiegare – la carica erotica che ancora
mi commuove nel dogma che ciò che è stato detto
si può dire. Un tremito costante, quotidiano
nel mio orario d’ufficio sfalsato, nelle notti
di silenzio e dedizione: una minuscola
compensazione (non tutto è perduto,
noi soltanto) che mi salvò una sera, quando mi accorsi
di aver disimparato, infine,
disimparato la sua lingua aliena
quando mi accorsi che non potevo più sapere
né capire.

A volte sembra quasi
ci sia pietà (e non crimine)
negli occhi che si chiudono
e i denti che si serrano e le dita
che si stringono nel palmo
– mio tempo, accecami
mio tempo, proteggimi; e poi
che sia perduta ogni parola
irripetibile.

Che sia perduta ogni parola
irripetibile, ed è così che muore
una lingua
e con essa noi, con essa io che sono
troppo adulta per spezzarmi
il cuore, quotidianamente, come il pane
per studiare i rapporti
delle autopsie distratte o sacre o
appassionate, meticolose
o asettiche, dei miei splendidi guerriglieri
semantici, dei miei martiri acattolici,
per indagare gli esiti di voci
feroci o solo troppo distanti
nella sovrabbondanza dei referenti quando
delle parole non resta
che la polisemia o la scelta
deliberata
di un codice inviolabile.