(Ennet house) n.18

ottobre 13, 2014

i passi che mi portano alla festa rallentano, come una zoppia progressiva, è come un pavimento di gomma. Non sono nemmeno a metà strada quando devo smettere di provarci.

(la ragazza ripete non voglio morire, un passante le chiede se è successo qualcosa di grave, lei risponde no, proprio niente, proprio niente di grave, niente di niente)

Non capisco cosa sia né perché, la gonna migliore per piangere su una panchina, i piedi dei passanti, la via consolare arancione e sbavata a pensarci era molto bello il ragazzo arabo con gli auricolari, si è seduto, è stato carino, mi ha chiamata sorella.
A pensarci non sono stata gentile.
Ma cosa avrei potuto dire?
Avrei potutto dire piango perché non trovo l’accendino, oppure perché non riesco a camminare per comprarne uno, oppure perché probabilmente questa sigaretta una volta accesa non calmerebbe il pianto.

(è per comodità che dico alle amiche, ho un attacco di panico, non riesco a venire.)

Quando il ragazzo mi accarezza la testa mi sente gridare e ritrae la mano, si guarda intorno, fa un passo indietro – vorrei dire non andare, mi dispiace averti trattato male, non voglio morire.

(e invece è il contrario del panico quello che sento, ciò di cui ho paura è ciò che sta accadendo e il punto non è la paura, il punto è questa nuvola che si diffonde nel mio corpo cavo, e ogni mia cellula sembra asfissiare, contorta in un dolore che non ha origine che è insopportabile e non voglio morire)

Quello che succede alle mie gambe è qualcosa che nemmeno io so spiegare.

Il vino rosso è il regalo di un’ospite, non mi sono mai evoluta abbastanza da amarne il sapore. L’indiano che mi ha venduto la birra urlava contro la giovane moglie, la bellissima madre bambina con il sari verde. Tutto questo, succede in un mondo che non può toccarmi.

L’ombretto migliore per piangere in terrazza, e mi dico che ora è abbastanza, che è stupido e non posso fermarmi

(la ragazza ripete non voglio morire, e una voce che noi non sentiamo le risponde questa è la tua alternativa, accendi quella sigaretta)

accendo questa sigaretta. per qualcuno l’immanenza è un velo di luce, per altri una scheggia nel palmo, se chiudo gli occhi sento il profumo di un marzo cruento, tutti quelli che ho amato tornano a mentirmi in questo momento, mi dicono certe cose e io so la verità ma resto seduta ad ascoltarli, una violenza irragionevole contro la quale non ho potere, in un loop interminabile l’attimo in cui smetto di essere amata, mio padre ficca un proiettile in testa al mio cane, legato a un albero, mio padre che mi ama, una violenza irragionevole, una ferita insopportabile come può essere insopportabile solo una volta, solo per un istante ma sta accadendo ancora, sta accadendo adesso tutti quelli che mi hanno amata hanno gli occhi così seri mentre mentono, strappando dai miei occhi ogni moneta d’oro e strappano ai miei occhi gli occhi che mi hanno guardata e sta accadendo adesso e so che tutto questo non basta

a giustificare questo pianto, è il dolore inconsolabile di un lutto e io chiedo all’odore dell’autunno che cosa mi è morto, cos’è che il mondo non può restituirmi, cos’è che sto piangendo, ininterrottamente, da quindici anni.

Sapere ciò che succede non basta a impedire che succeda, l’assenza di un referente non toglie l’orrore alle parole, penso che l’antidoto non sia la logica ma la preghiera, dico all’aria di ottobre che non voglio morire, scarto le conclusioni, rimando le decisioni che non voglio considerare, supplico l’aria di ottobre di non lasciarmi morire. Non c’è, nell’arco di mille chilometri, qualcuno che possa aiutarmi. Gli insetti indisturbati camminano sul soffitto, intenti in tragitti che forse non mi riguardano. E’ il contrario del panico quello che sento, ciò di cui ho paura è ciò che sta accadendo (mio dio vieni a salvarmi) crederei in qualsiasi cosa se fosse in grado di distrarmi

(La ragazza ripete ancora e ancora, senza alcuna logica, non voglio morire. la faccia nello specchio ha tratti deformi, il terrore nei suoi occhi il terrore nei miei occhi le bestie che stanno sotto tirano giù i suoi lineamenti con dei ganci quanto può vivere una persona con quella faccia)

La faccia nello specchio del bagno non può essere la mia faccia, ha l’aspetto di una condanna e non può essere la mia condanna, sono solo gli occhi gonfi, mi ripeto, domani andrà meglio, domani avrai il tuo aspetto e questo dolore sarà passato e dimenticherai le ragioni indicibili, le alternative fittizie, il modo in cui ogni cellula ha gridato di agonia, il tuo corpo che ti ha supplicato di smetterla, di farlo smettere adesso, per sempre domani seduta in una macchia di sole andrà quasi tutto bene e allora per cosa è stato a cosa è servito quale ragione opponi a ciò che non domanda ragione.

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