dicembre 13, 2014

E poi: siamo eroici e onesti e c’è qualcosa di commovente nella nostra perseveranza, nel restarci fedeli, nel non negarci mai, nemmeno in sogno, l’evidenza dei fatti (dei desideri più cupi), nell’ammettere, sempre e ancora una volta, l’inammissibile. Le ferite sempre meno estetizzanti, gli avversari inadeguati, le spalle contro al muro umido di una traversa buia di via del Pigneto (nonostante io sappia più cose, nonostante io sia più sveglia o forse proprio per questo), “una violazione così sfacciata”, senza smettere di fumare, di sorridere, di sperare e aspettarmi dell’altro (fino a chiederlo, forse, in una voce gelida che non mi riconosco), senza esitare.

Ma quando avremo esaurito le possibilità della violenza, percorso tutte le strade costeggiando un confine, un limite che ci racconta fin dove è lecito condurci, fin dove è innoquo (o non letale) spingerci, quando saremo sazi o finalmente stanchi, e diremo basta così, basta così, a quel punto quanto tempo ci resterà per il resto, per il fuoco per il quale ci alleniamo, per la luce a cui vorremmo, con tanta innocenza, consegnarci?

D’altra parte, non è detto che si finisca per stancarsi; non è detto che un altro fuoco esista.

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(tell me the truth) n.23

dicembre 8, 2014

Azzardo una spiegazione:
scrivere è l’ultima risorsa quando abbiamo tradito.
Jean Genet

dicembre 3, 2014

La cosa è che per tutto il tempo di fronte ai miei occhi, a un passo da me, c’è il varco per una dimensione parallela. È una dimensione che conosco, e che ricordo, e basta un passo. Una versione alternativa della mia vita, una versione orrenda della mia vita, è a un passo da me, davanti ai miei occhi, per tutto il tempo. A volte decido di non guardarla, a volte decido di guardarla, ma è sempre volontario e mai inconscio. Mi muovo costantemente in un universo che potrebbe essere un universo differente; questo relativismo è terrificante. So che ogni mio gesto è una versione diminuita e ammissibile di un altro gesto, che scelgo di non fare. La cosa è che spesso (non sempre, ma spesso) l’altro gesto mi sembra quello onesto, l’altro universo mi sembra quello vero e i miei movimenti del mondo sono questo lunghissimo inganno, questo autoinganno, quello che fanno i bambini quando dicono “facciamo che ero”.
Io faccio che ero questa ragazza, questa giovane donna, e non l’altra.
Ma davanti ai miei occhi, tutto il tempo, c’è il varco per una dimensione dove io sono seduta e inizio a piangere per non smettere mai più e poi muoio perché in quell’universo le regole sono diverse e la gravità è più forte e la luce è più fredda e la logica conduce a conclusioni differenti e in quell’universo piangere è l’unico gesto possibile, morire è il più razionale.
A volte penso che la mia scelta quotidiana di mentire e restare da questa parte sia la cosa più importante. Altre volte, credo la cosa più importante sia l’esistenza del varco.