marzo 29, 2015

Sooner or later, whatever you’re waiting to hear will get itself said.
It doesn’t matter what it is: I love you or I’ll never speak to you again.
It all gets said, often in the same night.

Louise Glück, from Poems

marzo 27, 2015

Quando torno verso casa alle tre del mattino
un po’ sbronza un po’ triste
e mi sfrecciano accanto i rari autobus notturni
– all’interno i camerieri e i venditori di rose
assonnati, sfiniti, gli spacciatori di erba –
la guida pericolosa degli autisti annoiati che inchiodano ai semafori
stanchi più di me, come da bambina
fischio agli uccelli che cantano a quest’ora,
malinconici; e forse non sono così triste, e loro
fischiano in risposta. Incrociando qualche passante
sorrido le mie scuse.

Però non sono sicura che davvero mi rispondano
forse hanno solo voglia di cantare
o bisogno, forse fanno cose incomprensibili
da uccelli.

E anche se mi rispondono, non sarà certo
nella stessa lingua. Loro non hanno idea
di cosa voglia dire essere una ragazza
che torna a casa di notte
un po’ triste un po’ sbronza
sulla prenestina ovattata e sconnessa,
l’odore degli orti al di là del muro.

Questo è un pensiero triste. Intendo,
che non mi rispondano. Magari
io immagino la malinconia
nei loro canti di gioia, di corteggiamento.

Eppure, penso, sono pur sempre la ragione
del mio fischiare. È così che va il mondo.
È per loro che sono questa ragazza
che canta alle creature nei nidi
sono per loro i miei dialoghi
immaginari.

Forse non sono così triste. Ma spero,
se non possono capirmi,
che almeno non mi sentano.

marzo 25, 2015

Born inside the gates of the family
Hardened by a Roman machinery
Cast among the building sites
The coiling wires, the shots collected

Called out in the wake of a lottery
Held inside the family gathering
Mirrored beams and doglike stretch
The wandering association

Murmurs in the dark confessional
And it rides along the road, ephemeral
As in animal life

Rusting in the shade of the batteries
Hanging from a rope in the gallery
Pacing down the balance beam of half-remembered holidays

No rush of light, no sign of belonging
No joy in building, love in the finishing
Chasing down an anodyne and half-reflected radiance

To hide below the ancient barricade
In chambers like the rooms a swallow made
For an animal life

Charging down the maw of the ocean
I wanna come close, I wanna come closer
I held your name inside my mouth through all the days of wandering

But called out from the mouth of oblivion
Cast away like dogs from the shelter
I shed the dulling armor plates
That once collected radiance

And surging at the blood’s perimeter
The half-remembered wild interior
Of an animal life

(retroscena) n.5

marzo 6, 2015

La verità chiedetela
ai piatti scombinati che si asciugano, alle luci
di natale che incorniciano
i vetri del balcone e i primi lampi
di bel tempo. Della masturbazione
sanno ogni cosa i libri, i quadri
alle pareti; i miei minuscoli
preziosi animaletti impolverati
sulle mensole
conoscono i dettagli.

Di questi anni
potrò raccontare tre lavori
la mia faccia ricomposta
gradualmente, la mia buona
condotta, il mio rigore, il corso
tanto semplice dei giorni, trascorsi
coi capelli in ordine a spiegare
il latino ai liceali. Le notti
temperate e ferme.

Ma la verità chiedetela alle piante
morte di vento, agli scontrini della farmacia, alla cronologia
del browser, ai segni che si scavano e ricalcano
le ombre accanto al naso, al segnalibro
immobile a tre quarti del romanzo
cominciato a dicembre. Le cose
conoscono i dettagli

di questi anni,
quando tacere un nome era stremante
quanto celare il proprio,
frenare una preghiera richiedeva
lo sforzo di un digiuno. Acquietarsi
dissipava energia quanto una lotta,
puniva il corpo
come negarsi il pane.

marzo 3, 2015

Sono sempre i sogni del mattino
a generare il pericolo.

Dopo, avanzerai su pavimenti inclinati
per un giorno, forse due
forse più a lungo.
Dalla stanza al bagno alla cucina
una salita di marmo
una pendenza di marmo oppure
restare distesa lì in fondo
per un poco, dove le mattonelle incontrano
la carta da parati in un angolo acuto.

Oppure, vestirsi, girarsi
i capelli sulla testa
respirare con ostinazione.

Viene sera, che sbiadisce i segni
i caotici frammenti onirici
sbavati in presentimenti

dalla cucina al bagno alla stanza
una lastra di marmo, oppure
una poesia che non vale niente
scritta soltanto per ammaliare le voci
e zittirle, un momento. Senti,

senti cosa ti racconto: questa mattina
era qui, mi ha riempito
le braccia di fogli, mi ha regalato una foto
in cui non ho i denti.

Una discesa di marmo, ma
ho capito, davvero
ho capito. Soltanto un’altra sigaretta
per domare il terrore;
solo un altro minuto.