aprile 8, 2015

Mettiamo che sia il mare
un posto che non si può abitare
– il fracasso delle onde che si spaccano
caparbie sulle pietre
si sfracellano di testa per cercare
la morte nell’impatto, ostinate
per rabbia o per la forza
irreprimibile: il potere
rovente che le gonfia. Mettiamo
essere io la testolina
distante che galleggia, persa
nella bonaccia e già spacciata
nella furia. E mai scordare,
mai, che non c’è intento,
né voce ad invocare
la mia morte; non c’è intenzione. Il corpo
sugli scogli disossato è conseguenza
di scontri sotterranei dei giri
della luna, dei moti che governano le onde – la forza
rovente che le gonfia – e leggi sismiche
e gravitazionali che confliggono e non parlano
una lingua umana: ha inizio
una catastrofe peggiore nell’attimo
in cui pensi di trattare
con le maree. Decade il verbo
dinanzi a ciò che esiste
in assenza del verbo; pregando
inviti la morte.

Ora, soppianta la stanchezza
il desiderio di vita incrollabile
il tremito nei muscoli
è costante e quasi cedono
le braccia, le gambe: ma ancora quando sale
la marea sono più in alto
degli astri che la chiamano, sfiorano
le dita dei miei piedi quando scende
le ossa dei naufraghi sul fondo
e la pelle di belve preistoriche
e mettiamo che sia troppo:

[Se c’era guerra nel ventre
del suo mondo, il posto
più sicuro era lontano
da me (resta distante e ferma
ti prego, all’orizzonte) ma lo stesso lei veniva,
nel suicidio sanguinario delle onde,
come una martire, come una bestia
ammalata della riva, come un cane.
Sembrava proprio
fossi io restando immobile
a tritarle le ossa
a schiantarmela contro: nella tempesta
veniva da me come al martirio.]

Allora mettiamo che sia il mare
un posto che non si può abitare
che mi dicano, infine: vieni via.
E allora, supponiamo che cammini,
due pugnetti d’acqua nelle mani strette,
senza voltarmi, senza quasi pensarci.
Mettiamo la pelle
asciutta che guarisce e si colora
una casetta lontana dalla costa
un tavolo in cucina e sul tavolo dei fiori
recisi dentro a un vaso
e un piattino d’acqua
salata, briciole di pane.

Come lo chiamereste, voi? Lo chiamereste
mare? Lo direste voi
che sottostavo ai comandi diretti
dei pianeti, la pressione del mio sangue
che oscillava con i flussi magmatici
abissali, che udivo
le confessioni esoteriche dei vortici,
che mi era dato di conoscere la lingua
degli amanti annegati? Mi amereste
lo stesso, lo direste
che ho saputo il mare?

Vorreste ascoltare i racconti
di quando nel suicidio
disperato delle onde
nel tumulto che non sente il pianto
né conosce argomento
io tendevo la mano? E dunque
potrei dirti di restare – ora – soltanto
per le tende chiare
per la luce che entra di taglio
nello spazio che toglie il mio corpo
ai flutti e alle stelle,
per un piatto di sale?