È in virtù di una sorta di disciplina – e la vaga occasione di vederlo – che esco a festeggiare. Potrebbe non essere una buona idea tornare in quel posto, ma potrebbe anche esserlo, in fondo: con dovuta ironia, una gita al mio inferno.
Ragazzi a migliaia nei cortili di marmo, la statua di Minerva, l’architettura fascista. Cos’è che mi rendeva così triste anche allora, quando questo avrebbe dovuto essere il mio posto?

Davanti ai miei occhi, sempre in vista, una vecchissima versione di me, un fantasma tra la folla. L’impegno politico, le calze a rete, i capelli lunghissimi: non aveva ancora le parole o la minima possibilità di uscirne incolume. Come al solito, mi sommerge la compassione. Non riesco a credere di essere io, perdo i nessi di consequenzialità, mi fugge la dissolvenza e la ragazzina resta lì, traumatizzata al punto da non ricordare quando ha avuto inizio l’orrore, bruttina, immobile e in pericolo mortale.

La ragazzina come sempre rischia di contagiarmi, ma chiudo gli occhi e finalmente è un po’ più chiaro: qui in mezzo c’è qualcuno che finge di aver dato un esame, una ragazza che è stata tradita, uno studente del secondo anno che si vuole ammazzare. C’è così tanto dolore, in questo posto, e invece c’è la musica e l’alcol e il fumo e l’erba e cerco la ragazzina ma come al solito sparisce prima che io possa spiegarle. Nella sua vita tutto finirà sempre in lieve anticipo sulla comprensione e questo è uno dei rischi potenzialmente mortali. Mi prendo da bere.

***

Per fortuna ritrovo il ragazzo, mentre bevo con la cannuccia da un bicchiere di plastica trasparente. È così bello che quando sorride provoca dei saltelli nel petto di chi guarda. Forse sono i suoi ventisei anni, o la sua vanità, o la dolcezza così pervasiva, generalizzata, abbagliante, ma quello che desidero mi appare, per un attimo, sconveniente.
Per fortuna ritorna quando la notte si è addolcita – sono fuori da tutto questo, sono un’osservatrice, sono l’estranea finalmente legittima – e per fortuna mi sorride tutto il tempo, per fortuna scherza, per fortuna mi abbraccia, per fortuna vuole ballare per ore, per fortuna abbiamo da bere, e attorno a noi si consumano i drammi soliti di ragazzi e ragazze troppo sbronzi, chiavi e cellulari smarriti, fidanzate in lacrime, risse che evaporano per mutuo disinteresse; balliamo e sorride tutto il tempo e mi stringe, se mi volto di spalle, le mani sui fianchi e dopo, senza alcuna logica, non succede niente.

Il sentimento che provo si chiama: primavera. L’aria si rinfresca; prima dell’alba e prima che possiamo baciarci perdo nei capogiri il ragazzo insieme a tutti gli altri, l’amico di un amico mi posa le mani sulle spalle: “sono spariti tutti”, dice, “vieni, prendiamo da bere”.

***

Siamo troppo vecchi per coltivare sogni di suicidio, dico al mio accompagnatore. Puoi anche ammazzarti, ma comunque non ne esci bene. Però possiamo ancora fare una canna, guardare il culo alle donne, ridere sull’erba quando ormai è quasi l’alba. Per mezz’ora sembra plausibile che succeda qualcosa, in fondo il ragazzo con i sorrisi non si vede da nessuna parte e siamo in un posto affollato dove nessuno ci conosce. In modo seminconsapevole devo essere ammiccante. “Non mi sembra che tu abbia risentito dei trent’anni”, insiste, rispondo che sarà perché ho risentito troppo dei venti: sto recitando.

“Forse è più logico se vieni a dormire da me”, mi dice alla fine, il sottopassaggio umido e deserto, le scritte disarmoniche sui laterizi romani, NO TAV liberi, laziale infame, manuela sei la mia vita ti amo. “Puoi sempre dormire sul divano in salotto, forse sarà bellissimo lo stesso”, aggiunge, e stiamo recitando entrambi. Come accade a volte, le possibilità ruotano come galassie, sospese elettromagneticamente sopra i miei palmi aperti. Ma casa mia è a nemmeno quattro chilometri, dico, e i pianeti sospesi precipitano sull’asfalto luccicante. Resta nell’aria una specie di ringraziamento, nella mia mano un bicchiere di plastica con la cannuccia verde. “Va tutto bene, non è successo niente”: le mie consuete, splendide battute finali che sono tutta la verità, per una volta, finalmente.

Casa mia è a soli quattro chilometri, camminando sempre verso est, dove il cielo schiarisce; mi avvio sorridendo e solo allora mi concedo di ammettere che davvero la cosa più logica era andare a dormire da lui, visto che ho dimenticato a casa le mie chiavi.