(un tributo a non so cosa) n. 12

ottobre 9, 2015

Il primo sguardo è sempre per riconoscersi, le prime note di una canzone che ci ha fatto piangere (non gli ho chiesto di cantare, penso oggi che è troppo tardi e dopo averlo immaginato così tanto, nei momenti importanti è possibile dimenticarsi le cose più importanti e lo dico sorridendo, si può sorridere perfino di questo, la chiave dell’enigma, il nostro essere al mondo nonostante) e ancora un’altra stazione, gli annunci dagli altoparlanti, così futili (per tutti, tranne forse per qualcuno che come noi aspetta un ritorno con le gambe fiaccate dal batticuore, oppure una partenza: ma non siamo noi, io sono già qui e prima di andare c’è ancora tempo, il tempo è appena cominciato, un conto alla rovescia lunghissimo e lento e inarrestabile, i secondi che cadono sulla mia testa come doni, un numero altissimo e finito e io mi sforzo di ricordare tutto e sorridere lo stesso), il primo sguardo è sempre per riconoscersi nelle traiettorie geometriche della gente, le loro cose futili, la loro fretta inutile: noi siamo quelli immobili.

Smarrisco il tempo e poi, finalmente, ritrovo le mani: è possibile dimenticare le cose importanti, penso senza dirlo, quando mi accorgo che avevo dimenticato la sua voce.

C’era un racconto che cominciava con un incontro alla stazione, una cosa banale, due amanti che si rivedono dopo diciassette anni. Era un racconto o forse un romanzo, migliaia di parole messe in fila a giustificare un futuro inaccettabile, una cosa stupida, un compromesso artistico, e se fa male raccontalo e se fa male spiegalo e se fa male cambia i nomi e le città e la data e se fa male abbelliscilo e se fa male salta alla fine e se fa male inventa un finale e se fa male pensa che passeranno gli anni e se fa male pensa alla tua morte e se fa male falli incontrare e se fa male falli sorridere, dire sto bene, mi manchi molto ma sto bene, e fai passare moltissimi anni e pensa alla tua morte che rende tutto irrilevante e pensa di essere un racconto e se fa male spiegalo, raccontalo, se fa male inventalo un po’ meglio e invece è adesso e il racconto o forse il romanzo si sbriciola nei gesti semplicissimi di ordinare da bere lo direste che ordiniamo da bere? al bancone di un bar di cui non so il nome e non sono passati diciassette anni e il suo viso è ancora il suo viso ed è tutto così facile e banale, non trema la terra è tutto così semplice e ordinario e mi impongo a fatica di non piangere, di non tremare, dio fa’ che resti tutto così normale.

Qualsiasi cosa succeda, non sparire, dico a me stessa, qualsiasi cosa accada non impazzire: resto seduta immobile sull’orlo del burrone, la mia mente rispetta i patti a cui l’alleno da settimane, è quasi come stare bene.

Nei tratti così belli del suo viso ci sono delle lame. Non gli ho chiesto di farci una foto, penso ora che è troppo tardi, e già le linee si confondono e tra poco sarà domani e ancora più distante e poi sarà passato davvero troppo tempo (ma non sempre) e resteranno gli occhi, forse, la linea impeccabile delle labbra e altri frammenti inconciliabili: il primo sguardo è sempre per riconoscersi, sentire finalmente all’orecchio la parola dimenticata che cercavi da anni.

Come le carte dei tarocchi le nostre strane conversazioni: la giustizia l’eremita la fortuna, non è per me la tua felicità, avrei voluto e di certo dovuto dire, ma per vanità o forse per via del terrore ho taciuto e invece voglio sentire solo che stai bene, che è una verità, una di quelle possibili e quella che scelgo senza troppo clamore. La forza, la morte, la temperanza, io invece tutto quello che ho fatto non l’ho fatto per te ma nonostante. La torre, la luna e le stelle, il sole che in questa città non c’è mai stato, il tremito leggerissimo del mondo che comincia ad assottigliarsi, è tutto sbagliato nei sedili di piazza castello, non pesano abbastanza per reggere quel peso, sono davvero troppo giovani per non sgretolarsi quando l’eternità si manifesta per gioco e fa una specie di occhiolino agli amanti e io mento con poca grazia, offesa per un istante dall’arroganza delle sue (di lui) parole, che sono vere. Un braccialetto nuovo attorno al polso, la leggerezza con cui da sempre mi lascio condannare.

Dopo, in uno sfoggio di disciplina, mi nego una preghiera, mi lego le mani.

Le cose per cui non si hanno le parole, nemmeno io, nemmeno adesso, se fossi stata sveglia e non ipnotizzata avrei detto che un bacio era solo un’altra splendida astrazione, un concetto incomprensibile e inviolabile, un assioma indecifrabile, un tradimento e invece, per la mia mente che non capisce, per la mia mente impenetrabile, per il mio cuore smarrito e per il tocco benedetto delle dita, la linea parallela dei passi, chiedevo una cosa imperfetta e concreta, che non basta e non potrà bastare, ma bisogna difendere l’esistenza e restarsi fedeli, mantenere le promesse reciproche, la possibilità della ripetizione, Einmal ist Keinmail: sono troppo intelligente per cedere all’amore che non ha riserve, anche se adesso a te non lo so dire. La sfera delle possibilità che era un universo intero, lo spazio infinito prima della creazione, adesso è una cosa minuscola e brillante, posso nasconderla nella pressione dei polpastrelli, posso farla convivere con tutti gli eventi. (A spiegare come si possa  chiedere  una cosa intollerabile c’è questo: io avevo dimenticato la sua voce.) Però non piangere, dice, nello splendore di una galleria tirata a lucido, ma io ho il cuore spezzato ancora e credo che piangere sa giusto, credo che un po’ si possa fare.

L’esistenza del mondo, questo universo minuscolo, resa possibile dall’omissione di alcuni dettagli essenziali: i baci, i giorni, l’amore.

I miei esercizi di postura, la volontà che lascio inascoltata e la ragione che non sente o cancella le ragioni della pelle e del cuore (mio perduto, dedicato) e il mio corpo che grida nelle segrete di una prigione: a parte l’amore (mio perduto, dedicato) nel corpo che ho di fronte c’è la risposta a una domanda importantissima che non posso fare e dire (amore) portami in una stanza e chiudi la porta a chiave e controlliamo che davvero io sia ancora in vita, oppure, se sono morta, che davvero non resti nulla e il mio corpo è qualcosa che non si può scaldare, oppure no, ricoprimi di lividi dolcissimi dove le ossa si toccano e sbucciature sulle ginocchia e petali di fiori di tutti gli anniversari mancati e stelle cadenti fuochi d’artificio l’impeto delle cascate e un fuoco che divampa senza rischi e il mio corpo che mi è così ostile, nemico, inconoscibile, tu che hai le chiavi per favore spogliami, ma la ragione può a volte decidere di ignorare le questioni di vita o di morte (come questa) e concentrarsi invece sull’essenziale, decidere di ignorare le ragioni della pelle e del mio corpo (perduto, dedicato) e la risposta a ogni domanda è nel corpo che ho di fronte: tra me e lui il tempo lunghissimo della mia vita da ora alla fine.

Del distacco non si potrà mai dire niente. C’è qualcosa di terribile nel mondo mentre le porte si chiudono e io costringo i miei passi nella direzione sbagliata, perché non c’è scelta, mi ripeto, ed è la verità e la folla si richiude su una vita che non mi contiene e sul treno cerco di non farmi stremare, penso che avrei voluto che i miei vestiti migliori non fossero umidi, essere vestita meglio, essere truccata meglio, penso che avrei dovuto baciarlo, oppure no, è stato meglio non farlo, che è una  verità, una di quelle possibili e quella che scelgo, mordendomi le labbra, senza troppo clamore.

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