(retroscena) n.2

maggio 9, 2013

Toglimi le vette e toglimi gli abissi. Fai
della mia mente una distesa bianca
su cui segnare strade
fissare gli incontri.

La mia mente che tiene traccia, piatta
come un foglio: rappresentabile. Oppure
un mondo dove le cose sono:
vicine o distanti.

La mia mente senza buchi e senza
frane, sotto a un cielo inaccessibile
sopra un inferno inespugnabile
proprio in mezzo. Un posto

con poche cose e normalissime
fughe, semplici rincorse: meraviglia
delle velocità scelte e costrette
al suolo, orizzontali. Nient’altro.

E dopo, poter cadere solo dalla mia altezza.

Non sapere, non dover più vedere
i confini, e dimenticarli

insieme al nome
per gli squarci di
luce, per il fuoco
degli occhi, insieme
alla conoscenza dei fatti.

Perdere il tremito l’attesa e la morte
quotidiana, e insieme

la vertigine struggente
e luminosa

che mi dà voce
e che mi benedice
e che mi strema.

(aruspicina) n.3

aprile 30, 2013

[a mia sorella,  che mentre non c’ero
mi ha riportata a casa]

Ma tra poco
tra poco ci fioriranno addosso
le magnolie – come candele – e allora,
finalmente, apparirà davvero troppo grande
questo tempo senza. Racconterò
di quando sono morta
in Piazza Venezia
e circondata da amore e giovinezza e guardie
armate, avevo in bocca pezzi di ghiaia
e i nomi sbagliati. – Al mattino
non sentii che la febbre e capii dopo,
solo dopo. Ma tra poco
noi non bruceremo che di sole
e i passi per andarcene
li rallenterà solo l’asfalto
morbido di giugno.– Per te
avrei una storia molto triste: vedo
rompersi i nessi dolcissimi e corrompersi
i labirinti d’incanto
nelle vostre menti così esatte e belle
e così bianche.
Di me non esiste più memoria; non esiste più
ciò di cui ho memoria. Eppure
mi hanno amata, eppure
ho amato così tanto.
Ma tra poco, tutte le fiammelle
di nuovo esploderanno, il tempo
aggiungerà un anello
e io dirò a qualcuno dell’incandescenza
della pelle bianca, liscia come la cera
e come i fiori. Di come mi gocciolava addosso
la vita che mi manca.

(retroscena) n.1

aprile 26, 2013

Quasi improvviso il magnete che da sopra
strappa via qualcosa
delle ossa (colpi come
di un cuore) – la città,
allora, sbianca il cielo e allora
forse puoi chiudere gli occhi – e poi
sempre dal cielo illuminato
giallo, scende insieme con l’acqua la
terra – respirare è un dato ancora
quasi certo:

inspiri cinque volte e poi

finalmente, finalmente
e poi ancora.

Il cielo, allora, diventa questa cosa
bianca dalla fame, scricchiola elettrica
l’aria tra i capelli, strido se si sfiorano
le dita, se si toccano
i denti

mi strazia e aumenta il battere risonante contro
il petto, grido per l’asfalto che si allarga o che si scioglie o
che (non c’è più voce che tenga, non c’è grazia
se c’è un fuoco appiccato dietro agli occhi
e quelle bocche che)

e pensi, fa’ che ci sia dio, fa’ che ci sia
fa’ che sia vero tutto, che sia
vero che ogni mio osso è polvere e che
cado e poi l’ultima cosa
è il bordo
-che si avvicina-
di un gradino (una cosa accidentale
e irreversibile) e poi
dopo questo tempo
dopo questo
e ancora
sempre
questo
per favore

che io sbatta la testa
abbastanza,
e che sia adesso.

(pornografia) n.6

aprile 8, 2013

Però quando sono felice sono felice davvero e
quando cado cado da posti altissimi e
immensi e dura così tanto e voi non sapete quanto
è durato, né le cose che ho visto.

Anche io posso non sapere tante cose: per esempio
non so ancora di essere completa. Non sono capace
né di capirlo, né di impararlo a memoria, e sento il dolore
ad arti che non ho mai avuto.

Oppure: che la paura di morire si fa pesante e diventa
minaccia, fino a che mi piego e diventa desiderio e allora
io mi spezzo, e sopravvivo. L’ho fatto ogni giorno e non so ancora
– ad esempio – che posso farlo ogni giorno.

Non conosco cibo che non sia un precetto o una mattina
che non sia un agguato. Ogni orgasmo è un posto gelido
in cui respirare è imprudente, dove non esiste
la tua voce, e dove non puoi toccarmi.

Quindi, è ovvio, non so niente del sesso.
Fare la spesa è un atto di coraggio
ogni carezza è coazione, immolazione
o giuramento. Non so niente del gioco

della caccia, né del tempo.
L’amore non mi ha mai chiamata a letto
ma solo a passeggiare sui dirupi
voi non sapete quanto orrore c’è nel vuoto

o la solitudine del bordo o il sollievo
di distogliere lo sguardo e che ogni volta
è una morte scampata per poco, non sapete cos’è
tornare: io non so il riposo.

E mi mette in mano coltelli e devo stringerli: da una parte
o dall’altra. Per questo non so niente
dell’amore e voi non sapete il mio amore
e che il coraggio,

– la prima volta lo sapevo bene
e la seconda lo sapevo meglio – tutto il coraggio

è questo: ci separa la linea delle fiamme, ma se faccio
un passo posso toccarti e allora dico: ti prego,
chiamami. E chiudo gli occhi e il resto è una consegna
della pelle al fuoco; il resto è conseguenza.

Per questo io non conosco la danza, la libertà
o la rinuncia. Non è colpa di nessuno, eppure
bisognerà vederlo: l’aria mi strappa la pelle
come se ne avessi altra e io non avrò mai il vostro

amore, e voi non avrete mai il mio stupore.

(estetica) n.7

febbraio 25, 2013

Ma che facevi? Non facevo
niente, ero impegnata
a mescolare il vocabolario, a
riassegnare i significati, io
non c’ero – mi sbatteva
il vento come una bandiera
come un orgasmo

e mi assordava. Intanto
ho imparato anche i segreti e anche
a tacerli – quel fiato
era vapore bianco e ustioni
diffuse, ma va bene: intanto
restano sempre i segni e una buona ragione
per tenerli. Per custodire in tasca
storie impronunciabili, racconti
di famiglia, alberi genealogici.
Per farcirgli un libro, per sollevarmi
a stento

sotto il peso -mi disse: sempre
meglio un chilo in più che un chilo
in meno e adesso
ricordo solo questo e forse
la forma dei suoi baci era stampata
nei cinque chili
che di nuovo ho perso.

Prima di cena si alza la luna
rossa quanto il fuoco
benedetto, ed io vado a
scaldarmi – scioccamente
a identificarmi- con la brace
a tralasciare le preoccupazioni
per la mia pelle

che non dà pace. E’ così ovvio
che posso ancora ridere
parlare e annegare
nelle aspettative, sollevare a stento
me stessa e il peso e i piedi e
gli occhi fino a lasciarli
aperti- ancora a stento

dire: quello che è stato è stato
fatto in mio nome eppure
io non c’ero, ero a tremare
altrove, più in alto – mi sbatteva il vento
come una bandiera
come un orgasmo.

(estetica) n.6

ottobre 26, 2012

E poi dico mai più, mai più. Ma non è dato
che io sparisca oppure che mi annienti
per mia colpa e in tua assenza, dopo
lo scoppio la scia dell’onda
d’urto, il vuoto attonito, la polvere
mi inceppa. Ma sento ancora: e al cospetto del tuo sangue
potrei
facilmente
essere immortale.

Quante volte ancora può accadere? quando
ho sviluppato questa ruggine? chi mi ha inventata
invincibile, fatta di fame
insaziabile? Psicodramma del centro immobile
non mi disperdo
in schegge, sono inviolabile.

I fatti mentono, mentono
i lamenti, le minacce di morte
imminente.

Nel tuo passo che viene e accende
occasioni di immolazione, brilla
come un’insegna il punto
debole, richiamo (sirena
atroce di allarme oppure canto, promessa
di gioia – dalle acque ferme, malate) nel tuo restare
si innesca il mio cuore e batte -ticchetta-
e vorrei farmi crescere le braccia
per tenerti.

Pregherei, a essere ancora umana
e onesta, per sollevarmi. Sii coraggioso e strappami
alla culla, disarmami. Invece dico, Se te ne vai mi fermi
il cuore. Ma nel silenzio che precede e segue
il dramma sono svelata ordigno
nella terra, bella e automatica come
una mina: e vi dilania il passo
che vi allontana.

(pornografia) n.5

settembre 2, 2012

Sazia d’aria e più assetata
della terra, più stupida del fuoco
c’è da chiedersi cosa ne è delle ragazze
in un mese senza vento, cosa farà
il silenzio dell’estate
all’accordatura di una chitarra

che amo e non ho mai imparato a suonare
-e come gli oggetti d’amore
in fondo, è importante
averla, non toccarla-

c’è da sorridere, in casa
c’è una vipera da uccidere
ci sono le gare da guardare.

E ogni tanto, non tanto
spesso, qualcuno di passaggio
chiede di che consista
la mia sopravvivenza
e a volte, non proprio
sempre, sbarro i denti
sui denti dei miei mostri.

Non conta proprio niente che io pianga
come ho pianto sempre
per un dente saltato o un orgasmo
mai saputo oppure
un disastro domestico, non conta

che sia ancora così stanca.

Un giorno ho chiuso la bocca, ho smesso
di supplicare, e su tutto quello per cui dovrei pregare
ho provato a tacere.

(estetica) n.5

marzo 13, 2012

Con te fiorivo, come
la primavera
nelle accelerazioni dei documentari
e la tua devozione mi scoppiava
in cinque parti
come i fiori. Con te i miei occhi
compivano il miracolo
di rivolgersi
a se stessi – le mie mani
confuse dal riflesso
del tuo tocco
sulle gambe, sulla pelle
screpolata: mi stiravi
come la seta.

Ma ero troppo bella, e tu dicevi
che ero troppo buona e tu
dicevi che nessuno al mondo
avrebbe mai retto
il confronto
dei miei occhi: che erano troppo
puliti e non vedevano
che macchie
e ferite.

Non resta niente, solo tu
che perdi
il possesso e l’autorevolezza e
io che perdo coscienza e
la conoscenza delle mie
parti e aspetto
di reggere il confronto e qualcuno
che resti e resista e che regga
il confronto.

Perché nessuno al mondo
è troppa gente.

(thiopental) n.3

marzo 11, 2012

Che cosa triste, la libertà.

(thiopental) n.2

febbraio 25, 2012

Non ci diciamo niente, a volte
a volte ci neghiamo l’essenziale
taciamo
sulla matematica
la tattica
la fine;
ma cosa si può dire della biologia
della logica formale
della catena alimentare?

Dopo una morte presunta o
provvisoria, si può sempre
confidare nello sguardo
di un passante, nella
geometria esatta delle ombre
stupirsi del colore delle arance
nutrite, pare, solo dal monossido – dalla necessità
di essere
ai nostri occhi
così belle.

Possiamo ancora
trattare le ossa come appigli
gli orgasmi come dichiarazioni, i respiri
come dati significanti
staccarci la carne a morsi – trepidare
per gli appuntamenti.

Ma con che prezzo
riconosciamo l’aria che ci invade
e defluisce, il pane
che resta pane che resta
pane e ci fa bene
o la doppia implicazione materiale
della mia vita
per un’altra vita
(mettiti in ginocchio e giungi le mani oppure)
affiliamo i coltelli e custodiamo
l’ordine di grandezza
che ci contiene – la rilevanza
del nostro stare al mondo.

Possiamo ancora illuderci
che sia un ricatto e un’aberrazione
questo smentirci
che sia meno frequente
e più perverso
di una morte accidentale, della
macellazione dei vitelli.

Possiamo sempre
sperare in un profumo che commuove
nel turbamento dei sensi
a primavera, nel lampo del cristallo
che qualcuno ha rotto, mesi fa,
perché oggi mi abbagliasse
nel bracciale che qualcuno ha perso
perché lei lo trovasse.

A quale prezzo, cosa sacrifichiamo
alle nostre richieste di risarcimento
ai danni di chiunque.

Possiamo sempre serrare i denti
e illuderci di tradirci
di non essere noi
nel ringhio che è un ghigno che è
un pianto che è un canto
di gioia
innegabile, il grido
di vittoria lo spasmo di dolore che è
determinismo
che è ricatto
che è legge che
è nostra
libera
scelta.

Chiamarci fuori, tacerci
l’orrore della vita
che ci arma e ci culla e che ci chiama
a sorridere, a fare
del nostro peso al mondo
merce di scambio.