(sono passati i mesi)
dal giorno dell’ultima decisione
ancora una volta
e la rassegnazione dovrebbe coinvolgere chiunque
abbia mai sentito la mia voce
e sono la ragazza che si strappa varcando la soglia di ogni casa
solo quella avvinghiata alle braccia
di uomini dei quali non conosce il volto
e a volte non sorride
vergognandosi dei denti
così sbagliati
sono l’archivio dei miei giorni
e l’ordine forzato di tutti i passati
sono quella che piange di ogni lieve distacco
di ogni arrivederci frettoloso
ad una fermata qualsiasi di un autobus che passa ogni ora
sono la ragazza che si dispera
e poi, ogni tre anni, non saluta più, prima di andare
la decisione
non dovrebbe sorprendere nessuno

Eppure
una ragazza taglia corto, se solo insisto
e mia madre da un po’ di tempo abbassa gli occhi quando mi parla
e le suore recitano salmi
che graziano la pelle di un ragazzo
e gli animali sull’asfalto non si curano della mia tenerezza
né dell’assenza degli occhi a cui vorrei mostrarla
e nessuno dei miei migliori amici è mai rimasto solo
e nessuno ha mai smesso di farmi gli auguri
nel giorno esatto del mio compleanno
o quasi
e vincenzo dice una volta ancora che vuole chiamarmi
e vincenzo dice una volta sola che voleva scoparmi
riconciliando finalmente il mio rancore
con la linea ineccepibile delle sue mani
adesso che sono io a percorrere
lo spazio che mi separa
dalla separazione

ma nemmeno lui è rimasto solo
e il mio nome non suona come “assenza”
nonostante sono certa che mi abbia vista precipitare
nella tenerezza degli animali sull’asfalto
o nel tormento di avere sempre posseduto un corpo
che non occupa spazio al mio passaggio
e non lascia alcun vuoto.

(siamo settimane fa, adesso)
Pensavo, se solo stesse mentendo, ancora una volta, per farmi piacere
pensavo, se solo fosse vero, una volta sola, il modo in cui non sa guardarmi
se solo non fosse mai successo
che sbadatamente spezzasse le mie dita
un pezzo al giorno
così a lungo
se mi fosse dato di conoscere qualcosa
– estorcere la sincerità oppure non considerarel’ipotesi
della menzogna.
Quello che ha fatto è stato ripetermi, ancora una volta,
tutte le cose che non mi ha mai detto
(siamo anni fa, adesso, siamo per anni)

E il ragazzo aspettava che io tornassi a casa
e subito dopo era molto tardi, per essere in strada da sola
e lontana
era molto tardi
ma non c’era strazio nella strada
o nel tempo che sembrava non passare
mentre aspettavo anch’io aspettavo di tornare.

(siamo adesso
e quello che abbiamo oltrepassato
il tempo che infine è trascorso
è vero, sono partita senza salutare
ma io non avrò mai un quaderno ordinato
finalmente non ho bisogno di imparare a disegnare
e non avrò mai i denti che avrei potuto avere,
e ti sorrido, amore).

Mentre attorno ancora una volta non c’è niente, e il ragazzo mi guarda
come se non fossero mai vuoti i miei silenzi.





[E oltretutto il miei denti spaccano il culo]

(antefatto) n.1/2008

giugno 2, 2013

La linea sporca ti precede, pretendendo di esserti guida, e ostentando un candore fasullo sotto le luci violente ti precede come un tracciato e come un destino (mi si perdoni la metafora). È dolce abbandonarsi, vero? Pensa a questo, ora, e a nient’altro: abbandonarsi era dolce e procedevi con prudenza e attenzione. E, soprattutto, lentamente. Non dimenticarlo.
Così ecco l’animaletto che ti si para davanti, materializzato nel riquadro del parabrezza come un’allucinazione, come una tua proiezione. È bellissimo, vero? Ora vorresti conoscerne la razza, la taglia, il colore, ma è ancora lontano. È ancora ragionevolmente lontano (a questo punto, bada bene, ogni cosa si può ancora evitare. Il tuo amore, la sua distruzione. Viceversa. Ogni cosa). Dovresti fermarti, chiaro. Inchiodare di colpo. Spegnere le luci che lo ipnotizzano. Lasciarlo scappare. Una via di fuga nel buio, la possibilità di una sparizione, un attimo di distrazione, lascialo andare.
Ma ecco, a quel punto, l’animaletto solleva gli occhi e li fissa nei tuoi. Può capitare. Un incanto improvviso e una specie di terrore. (Una specie di amore, diremo, abbandonando per un attimo l’essenza metaforica del nostro racconto). Adesso ascoltami bene: in questo momento, da questo momento, l’animaletto non è più troppo lontano. Nel tempo intercorso dall’attimo della sua apparizione all’attimo in cui i suoi occhi si sono sollevati e in un precipizio di panico si è accorto di essere comodamente seduto a riposare sulla linea bianca (a cui precedentemente avevamo sovrapposto la banale essenza di ‘destino’) che ti precede come una direzione. In questo momento l’animaletto non è più troppo lontano, ma tu non aver paura, e mentre questo pensiero ti balugina nella mente, come descritto da un immaginario narratore, l’animaletto si ritrova a non essere abbastanza lontano. E’ la fine, sia chiaro. Ma tu non aver paura.

Quello che ti gira nella mente, febbrilmente, adesso, è una catenella di suoni immaginati che alla lunga non avranno più alcun senso (si può evitare, si può evitare, si può evitare): stronzate. Non voglio dire, con questo, che non esista la possibilità che il macello venga schivato, no di certo, solo che non succederà. Non è abbastanza lontano, hai lasciato correre troppo tempo, entrambi avete lasciato correre troppo tempo, eppure il tempo non è mai abbastanza, né quello trascorso, né quello che rimane. Non vi conoscete abbastanza, non conoscete un bel niente, troppo poco tempo (e poi, la linea bianca) la creatura indugia un attimo di troppo nelle luci e non conosce nulla dei tuoi meccanismi neurali, della prontezza dei tuoi riflessi, delle leggi che regolano l’atto di guidare su una strada, seppure deserta, della possibilità di uno scontro frontale. Vede i tuoi occhi e non conosce altro, e la linea bianca assume un bagliore sempre più definitivo sotto il suo peso. E vede i tuoi occhi. Puro terrore, una specie di amore, potremmo dire. Non ne sa nulla. E tu, cosa ne sai tu?

Ora, la morte è sancita, vediamola in quest’ottica per non dover poi trovarci a sbattere la fronte contro un muro tagliente imprecando contro le coincidenze. La sua morte è sancita. Fai la tua scelta, ma ti dico già in partenza che sarà quella sbagliata.

Adesso il tempo è davvero poco, urge una decisione, non puoi più frenare. Distogli lo sguardo, e rompi l’incanto, non che tu sia in tempo, sia chiaro, ma comunque fallo. Sai com’è, le consolazioni future. Le attenuanti. Le indulgenze. Il perdono.

Non vi conoscete abbastanza. Non ne conosci la razza e il colore, ma sai che un ipotetico veicolo potrebbe comparire da un momento all’altro sulla corsia opposta, conosci il pericolo di uno scontro frontale. La tana è sul lato destro della strada, vista dalla prospettiva del guidatore, che però non può saperlo. La tana è sul lato sinistro della strada, vista dalla prospettiva del condannato (che sospetta la condanna, ma non ne afferra a pieno l’ineluttabilità). Mantieni la destra, ti diceva tuo padre. Ritorna a casa e ti potrai salvare. La remota possibilità di uno scontro frontale. A destra non ci sono alberi, animaletto, non ci andare. Si può evitare, si può evitare, si può evitare, ma il tempo non è stato abbastanza, né per incontrarsi né per lasciarsi senza versamenti di sangue. Bastava che uno dei due restasse immobile nella sua posizione. Il braccio si muove senza che tu abbia realmente comandato il movimento (scongiuriamo la possibilità di un ipotetico scontro frontale e) si può evitare, ogni morte e ogni cosa, l’animaletto rientra in sé, come una scarica elettrica, e, inaspettatamente, balza nella stessa direzione. Che ne sai tu della tana, che ne sa lui degli scontri frontali, salta nella tua stessa direzione (che dal suo punto di vista è, ovviamente, quella opposta) e un attimo dopo sarà impossibile ormai appurarne il colore, o le dimensioni.

Ma voi, che ne sapevate.

[Mi consola pensare che all’epoca non facevo sesso e avevo questo imbarazzante problema con la punteggiatura. Altrimenti, come una femmina qualsiasi passerei il tempo a rimpiangere i vent’anni e l’intelligenza che, è palese, ho perduto invecchiando.]