(aruspicina) n.4

novembre 7, 2014

Framed-Thinking

Potrebbero dire: non si può dire
che non abbia combattuto
la sua guerra.

(oggi che firma il suo consenso
perché un dottore le tolga la voce
e un altro
i ganci dai denti)

dicono che starà bene
certo che starà bene, alla fine
non ricorderà
di essere mai stata meglio.

faremo a meno delle medicine
se possiamo
– limiteremo al minimo
le operazioni, se necessario
l’addormenteremo –
e lei sorride quando giurano che presto
sorriderà di nuovo
e loro dicono:

nelle cantine
dove la sua voce fermenta
faremo entrare l’aria
disinfetteremo le celle
dove intratteneva i suoi amanti,
i loro fantasmi.

(oggi che finalmente
dice: qualsiasi cosa fosse
strappatemela, io non la voglio
e poi, sottovoce: dite che perderò
così tanto? e poi, infine, il dolore
dell’anestesia, come un tradimento)

Potrebbero dire: lo sappiamo
cos’aveva in ballo
– chi di noi può dire
che non avrebbe ucciso
per quel regno? –
e che le lame erano sempre benedette
e la voce di quell’uomo
– quando soffiava ingannevole
dalle sue iridi segregate, musica
e canto di cento sirene
armate; quando, sopra di lei, molto
sopra di lei
duecentomila piani
di realtà
sopra le sue cantine
buie (lui) portava al guinzaglio la sua voce
(quella vera), in un posto migliore
strillava
incautamente
senza badarle; e nonostante questo
non intendeva ferirla –
l’ha sempre difesa e ora quella voce
(una pausa lunghissima)
però ditelo che ha combattuto
e che ha sempre tenuto i mostri
fuori dai posti sacri.

Dicono anche: ma non c’è verso
che lei sopravviva a un altro inverno
non in preda a questo:
la ragazza è ammalata e ha perso
la sua guerra; si dichiara pronta a gettare le armi.
Che sia amnesia, allora, che sia resa
e riposino
in cima agli armadi
i trofei, i pegni
tutti gli arti fantasma.

(aruspicina) n.3

aprile 30, 2013

[a mia sorella,  che mentre non c’ero
mi ha riportata a casa]

Ma tra poco
tra poco ci fioriranno addosso
le magnolie – come candele – e allora,
finalmente, apparirà davvero troppo grande
questo tempo senza. Racconterò
di quando sono morta
in Piazza Venezia
e circondata da amore e giovinezza e guardie
armate, avevo in bocca pezzi di ghiaia
e i nomi sbagliati. – Al mattino
non sentii che la febbre e capii dopo,
solo dopo. Ma tra poco
noi non bruceremo che di sole
e i passi per andarcene
li rallenterà solo l’asfalto
morbido di giugno.– Per te
avrei una storia molto triste: vedo
rompersi i nessi dolcissimi e corrompersi
i labirinti d’incanto
nelle vostre menti così esatte e belle
e così bianche.
Di me non esiste più memoria; non esiste più
ciò di cui ho memoria. Eppure
mi hanno amata, eppure
ho amato così tanto.
Ma tra poco, tutte le fiammelle
di nuovo esploderanno, il tempo
aggiungerà un anello
e io dirò a qualcuno dell’incandescenza
della pelle bianca, liscia come la cera
e come i fiori. Di come mi gocciolava addosso
la vita che mi manca.

(aruspicina) n.2

febbraio 22, 2012

Smetto di concentrarmi. Ora
che è tardi, e non importa
se io rido e se io piango
e mi distraggo

da quell’onere, ingestibile
dell’essere felice, di quel dolore resta
solo un ricordo, un senso
di vergogna:

io che facevo scempio dei tuoi occhi.

-Amore mio lo so, non me lo scordo
che mi hai aspettata a lungo sulla soglia
del momento in cui io ti avrei detto
va tutto bene

(Della felicità conosco solo
il peso di non saperla avere, come
negli incubi in cui mi offrono
dell’acqua, e io ho le mani unte.)

E quando ti penso voglio correre, ma
vedi, sono molto stanca
e per un poco mi hanno sollevata
dall’obbligo della felicità, che non conosco

-e sì, non me lo scordo, mi vergogno-

Piatta, come un campo
di battaglia, esausta come la cenere
bagnata, chiamo i nuovi nemici che ho
assoldato, dico: allenatevi.

Sul mio corpo, che piano diminuisce, lascio
che cadano le bombe. E quando la violenza
mi alza dalla polvere
io smetto di tossire per urlare

e poi, essendo sola, anche di urlare.

E poi, la tenerezza, le carezze
come a un cane; dico la verità
o quel che ne resta, cadono le bombe
non fanno male.

***

E lo so che da lontano tu sorvegli
la soglia del momento in cui dirò
va tutto bene
ma io, le mie paure, le pistole
-fumanti nel cassetto, lontano, sotto chiave-
e io, le mie gambe, le mie vene
incastrate tra i tuoi ricci luccicanti e
neri, come la dolcezza, come la nostalgia
come quel cane che
ti manca, lo so che ti manca, lo so e neri come
i tradimenti
il sangue
i denti

vado in guerra, coi vestiti che mi hai comprato
cose di pizzo calze francesi e
e un elastico blu rubato a paolo e mi
disegnano un reticolo di graffi in cui vedrò sempre
gli stessi
disonesti
presentimenti
io con le mani tremanti, la bocca allenata
non so decidere il dato rilevante:

io che non mi lamento
tu che non mi senti.

(aruspicina) n.1

settembre 6, 2011

Finisce -l’estate- in un battito
di denti, in uno schiocco di gomito
e colante di sangue
e poi, orizzontale e gelida
la grandine.

Vorrei tanto aver pensato il tuo nome

nell’intervallo atemporale in cui il mio corpo
si inclinava a comprendere
la consistenza piatta dell’asfalto;

ma forse l’ho pensato.

Qualcosa di simile all’attesa senza fine
della fine, nei mesi in cui precipitavo
ineluttabile

e intanto ci scucivi.

Di sicuro eri
nella bocca viscida di sangue
che colava senza via di scampo
nella lingua
che indagava i brutti disastri
incapace di concentrarsi sul resto
i denti superstiti, ciò che era rimasto
di indolore.

Qualcosa di simile alla mia fuga isterica
su un treno nugolante di zanzare.

Di sicuro dicevo il tuo nome,
sputando e dando il cellulare a mio cugino
liberaci dalla tentazione.
E poi, nel dondolio beffardo
degli incisivi storti
o nelle scariche elettriche costanti
le ossa che grattano sui nervi
dell’avambraccio
nei movimenti
inevitabili
come certi giorni.

Ma liberaci dalla tentazione
-che mi hanno ricucita-
e dire che alla fine l’avevo quasi avuta
la rinoplastica tanto auspicata.
che vista da qui non è poi così comica
non è poi così tenera.

Chiamarti e dire, guarda prima di attraversare.

Una rivelazione: avrei voluto andare a letto col radiologo
solo perché non ha ascoltato le mie suppliche
e rideva
raddrizzandomi il braccio
e finalmente mi ha fatto gridare.