(cronaca) n.2

giugno 25, 2014

jhkjk

Potrebbe succedere ma non succederà:
la statistica non gioca a favore.
Potrebbe succedere, da un momento
all’altro mentre sono seduta sul gradino:
sollevo gli occhi, riconosco un dettaglio.
E invece, passa la polizia locale pedalando
e poi subito due grossi furgoni dell’esercito.
Potrebbe succedere oggi, sicuramente
oggi più di ieri e più di domani, oggi che sono qui
è più probabile, ma comunque improbabile:
non giocano a favore gli orari
d’ufficio, le distanze ridotte
ma non nulle.
Se accadesse, sarebbe destino
ma non sono così coraggiosa da affermare,
per esempio, l’inverso.
Invece, passano su tacchi altissimi
ragazze altissime, un uomo serio mi sorride
– a me, oppure alle mie gambe
pallide e scomposte, sul gradino. Invece
un ragnetto minuscolo si arrampica
sul mio ginocchio, cade la borsa
di un uomo d’affari in bicicletta,
e lui sterza, disegna un arco, torna indietro,
la raccoglie  senza fermarsi. Una gru
si mette in movimento sullo sfondo.
Una ragazza velata fotografa i piccioni.
Giovani giapponesi sfilano in mezzotacco
incipriate e bon ton.
Non ho mai visto questa piazza con il sole, ma il grigio
le dona, il grigio le dona e comunque è finalmente
troppo tardi e allora non succederà di certo,
anche se potrebbe.
Potrebbe. Invece: a un certo punto
mi alzerò da questo gradino,
mangerò un risotto con troppo sale
nella tavola calda della metro
arriverò in anticipo a un appuntamento.
Un capolinea deserto e astratto e
va già meglio: il cemento
e il cielo bianco
le possibilità che rapide scendono, tendono
– naturalmente – a zero e dopo
finalmente
finiscono.
Si può fumare in macchina?
Il viaggio è lungo, si può fare tutto.

La vibrazione del telefono la sveglia un poco. Sta ancora quasi dormendo quando legge il messaggio: che ore sono? scommetto mezzogiorno o le undici almeno. Sorride. Scrive, con gli occhi ancora quasi chiusi: no! le sette! vinciamo 4 ore! almeno! Oltre la parete di fronte c’è una camera matrimoniale, a letto c’è l’uomo che le sta scrivendo, bellissimo e amato, e che la aspetta. Vieni? Lei si gode ancora un poco l’attesa, ancora addormentata, cinque minuti. Cresce in lei una dolcezza sconfinata, un’aspettativa meravigliosa, tenerezza, tenerezza. Cinque minuti. Si strofina nel piumone del lettino singolo, cerca il coraggio di affrontare il fresco delle sette, lavarsi i denti, bussare alla porta della stanza accanto, una cosa dolce da dire, forse la colazione, la fronte nell’incavo del collo. Cinque minuti ancora. Sorride. Arrivo!, scrive, o sogna di scrivere. Poi non resiste, il desiderio ha la meglio sul sonno e lei apre finalmente gli occhi del tutto, si mette a sedere sul letto, sta quasi esplodendo di gioia e di pace, sta quasi ridendo. Il mondo riacquista la sua configuazione reale lentamente, in modo percepibile, sulla sua pelle. Fa in tempo a provare a negare che stia accadendo. In basso accanto a lei, a terra su un materasso c’è il suo amico e ospite che dorme. Al di là della parete di fronte la sua coinquilina dorme anche lei. Non ci sono stanze matrimoniali in casa sua, né uomini amati. Non si piange delle condizioni nemmeno quando sembrano eventi, e quindi non piange ma sente molto freddo e ora torna a sdraiarsi e a coprirsi la testa, si fa il buio attorno, sono ancora le sette di mattina e nel tempo guadagnato invano torna a cercare un sonno clemente, tremando e sperando che sia senza sogni.
Poi alle dieci si alza, si veste, esce di casa, prende un caffè al bar, va al mercato, torna a casa, prepara il pranzo; in breve, finge che non sia successo niente.