(ennet house) n.19

novembre 28, 2014

Cattura

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(Ennet house) n.18

ottobre 13, 2014

i passi che mi portano alla festa rallentano, come una zoppia progressiva, è come un pavimento di gomma. Non sono nemmeno a metà strada quando devo smettere di provarci.

(la ragazza ripete non voglio morire, un passante le chiede se è successo qualcosa di grave, lei risponde no, proprio niente, proprio niente di grave, niente di niente)

Non capisco cosa sia né perché, la gonna migliore per piangere su una panchina, i piedi dei passanti, la via consolare arancione e sbavata a pensarci era molto bello il ragazzo arabo con gli auricolari, si è seduto, è stato carino, mi ha chiamata sorella.
A pensarci non sono stata gentile.
Ma cosa avrei potuto dire?
Avrei potutto dire piango perché non trovo l’accendino, oppure perché non riesco a camminare per comprarne uno, oppure perché probabilmente questa sigaretta una volta accesa non calmerebbe il pianto.

(è per comodità che dico alle amiche, ho un attacco di panico, non riesco a venire.)

Quando il ragazzo mi accarezza la testa mi sente gridare e ritrae la mano, si guarda intorno, fa un passo indietro – vorrei dire non andare, mi dispiace averti trattato male, non voglio morire.

(e invece è il contrario del panico quello che sento, ciò di cui ho paura è ciò che sta accadendo e il punto non è la paura, il punto è questa nuvola che si diffonde nel mio corpo cavo, e ogni mia cellula sembra asfissiare, contorta in un dolore che non ha origine che è insopportabile e non voglio morire)

Quello che succede alle mie gambe è qualcosa che nemmeno io so spiegare.

Il vino rosso è il regalo di un’ospite, non mi sono mai evoluta abbastanza da amarne il sapore. L’indiano che mi ha venduto la birra urlava contro la giovane moglie, la bellissima madre bambina con il sari verde. Tutto questo, succede in un mondo che non può toccarmi.

L’ombretto migliore per piangere in terrazza, e mi dico che ora è abbastanza, che è stupido e non posso fermarmi

(la ragazza ripete non voglio morire, e una voce che noi non sentiamo le risponde questa è la tua alternativa, accendi quella sigaretta)

accendo questa sigaretta. per qualcuno l’immanenza è un velo di luce, per altri una scheggia nel palmo, se chiudo gli occhi sento il profumo di un marzo cruento, tutti quelli che ho amato tornano a mentirmi in questo momento, mi dicono certe cose e io so la verità ma resto seduta ad ascoltarli, una violenza irragionevole contro la quale non ho potere, in un loop interminabile l’attimo in cui smetto di essere amata, mio padre ficca un proiettile in testa al mio cane, legato a un albero, mio padre che mi ama, una violenza irragionevole, una ferita insopportabile come può essere insopportabile solo una volta, solo per un istante ma sta accadendo ancora, sta accadendo adesso tutti quelli che mi hanno amata hanno gli occhi così seri mentre mentono, strappando dai miei occhi ogni moneta d’oro e strappano ai miei occhi gli occhi che mi hanno guardata e sta accadendo adesso e so che tutto questo non basta

a giustificare questo pianto, è il dolore inconsolabile di un lutto e io chiedo all’odore dell’autunno che cosa mi è morto, cos’è che il mondo non può restituirmi, cos’è che sto piangendo, ininterrottamente, da quindici anni.

Sapere ciò che succede non basta a impedire che succeda, l’assenza di un referente non toglie l’orrore alle parole, penso che l’antidoto non sia la logica ma la preghiera, dico all’aria di ottobre che non voglio morire, scarto le conclusioni, rimando le decisioni che non voglio considerare, supplico l’aria di ottobre di non lasciarmi morire. Non c’è, nell’arco di mille chilometri, qualcuno che possa aiutarmi. Gli insetti indisturbati camminano sul soffitto, intenti in tragitti che forse non mi riguardano. E’ il contrario del panico quello che sento, ciò di cui ho paura è ciò che sta accadendo (mio dio vieni a salvarmi) crederei in qualsiasi cosa se fosse in grado di distrarmi

(La ragazza ripete ancora e ancora, senza alcuna logica, non voglio morire. la faccia nello specchio ha tratti deformi, il terrore nei suoi occhi il terrore nei miei occhi le bestie che stanno sotto tirano giù i suoi lineamenti con dei ganci quanto può vivere una persona con quella faccia)

La faccia nello specchio del bagno non può essere la mia faccia, ha l’aspetto di una condanna e non può essere la mia condanna, sono solo gli occhi gonfi, mi ripeto, domani andrà meglio, domani avrai il tuo aspetto e questo dolore sarà passato e dimenticherai le ragioni indicibili, le alternative fittizie, il modo in cui ogni cellula ha gridato di agonia, il tuo corpo che ti ha supplicato di smetterla, di farlo smettere adesso, per sempre domani seduta in una macchia di sole andrà quasi tutto bene e allora per cosa è stato a cosa è servito quale ragione opponi a ciò che non domanda ragione.

(ennet house) n.17

aprile 7, 2014

Felice  Casorati, Reading a book

 

Si rimanda, si rimanda tutto fino a che è inevitabile e poi, quando l’inevitabile è lì, tremendo e inanimato, si fa ogni cosa. Una volta eliminata la scelta, non esiste nulla di cui io non sia capace.
Persino questa vita illogica, sconsiderata, la sopravvivenza ottusa e, a suo modo, clemente. Persino le visite mediche, il conto bancario, l’infinita teoria del non si può fare niente, signorina, se non questo. Ma se è l’unica scelta, eliminata la scelta, non c’è nulla che io non possa fare.
Persino questa vocazione all’irrilevanza, il mio confino tiepido nel cuore deserto della terra, i bordi lontanissimi, distanti come ricordi, vaghe minacce, memento mori ma non si muore, non è una scelta e, senza la scelta, non c’è nulla che io non possa fare.

Il mio costume da supereroe comprende una gonna corta e inadeguata e un sorriso inadeguato e una certa dose di ironia e un reggiseno intonato e la coscienza dei limiti, la padronanza del tempo, la disciplina inviolabile. Il mio costume da supereroe comprende una dolcezza che ha commosso tutti, allo stesso modo, invariabilmente, inutilmente. Il mio costume da supereroe comprende, adesso, congegni meccanici, acrobazie, il mio seno e le mie gambe che resistono, mio vanto, mia vittoria su ogni compleanno.

Scegliere è la cosa più difficile, ma mi è stata risparmiata sempre. I miei atti di gloria, i miei momenti migliori, il modo presuntuoso in cui lasciavo intendere che. Ma scegliere, non so scegliere, e comunque mi è stato risparmiato e io non l’ho mai risparmiato, a nessuno. Ma sono attitudini, o sono abitudini, o è il tempo che martella contro ogni membrana e poi, necessariamente, alzi le mani e dici basta, dici tienimi, dici resta, dici torna, dici basta. Contro ogni membrana e allora basta, le palline si disperdono nell’acqua, non importa, non importa, tu esisti senza i tuoi pensieri, senza le tue biglie galleggianti, senta il clamore, senza le indagini, senza i confini, lontanissimi, distanti come i ricordi, memento mori.

La commozione che indolenzisce le articolazioni della bocca, quando sbadiglio suonano quattro elastici, risonanza acustica, puntine di dolore: se non funziona questo dobbiamo tagliare, e allora, vi prego, facciamolo funzionare. Il conto alla rovescia dei chili, forse la ragazza è un po’ stanca, forse si è stancata, forse è sparita. Se non funziona questo dobbiamo tagliare e allora che funzioni, non c’è scelta e senza scelta lo posso fare. Ci vediamo domani, porto un’amica, no ci vediamo tra un mese, ho da digiunare e, meravigliosamente, lavorare.

La mia vita scorticata e poi guarita, ridotta all’osso e benedetta dal sole e dal tempo, la mia pelle sfinita. La mia vita non è mai stata così facile, chiedimi della grazia dell’isolamento, la benedizione del silenzio, la gioia dei pomeriggi dietro le tende da ragazzina coi rami di velluto. Chiedimi del mondo, dell’età adulta che mi scopre e mi invita, del lavoro più bello del mondo, che non ho scelto e che mi piace tanto. Chiedimi delle omissioni, delle negazioni, delle rimozioni, chiedimi cosa mi concedo di ricordare. La media aritmetica tra gli ultimi momenti mi dà oggi come risultato, a un anno di distanza da ogni cosa che ho amato, comprendere adesso finalmente: l’irrilevanza delle date, delle promesse, dei giuramenti. A un certo punto si sceglie di sopravvivere e sopravvivere, per me come per gli altri, non è mai una questione di scelta.

Capisco ora l’irrilevanza dei miei pianti di bambina, delle preghiere a un dio in cui non ho mai creduto nemmeno quando, bambina, lo insegnavo. La disonestà, a un certo livello, è una questione di sopravvivenza. L’insensatezza del puntare i piedi, del supplicare il boia, del rifiutare, ostinatamente, le amputazioni. Per sottrazioni progressive sono sopravvissuta, ho smesso di flirtare col limite e con la vertigine, per sottrazioni progressive mi sono stabilizzata e per sottrazioni progressive sono cresciuta. La commozione indolenzisce le articolazioni della bocca, quando sbadiglio per non piangere e sgranchirle suonano quattro elastici, risonanza acustica, conto alla rovescia dei denti che rimangono.

Manca così tanto che non ha senso calcolarlo, il vuoto nel petto non finirà mai, chiedimi delle omissioni, delle rese, della compassione. La mia vita non è mai stata così facile, a volte credo che uno sguardo dolce potrebbe frantumarmi, di non essere fatta per quello. Qualcosa di liscio e fragile nel mio corpo non regge il calore, tornerò vergine e disposta alla battaglia, mancano, più di ogni altra cosa: le mani, i nomi, le parole.

Non ho motivo di vanto, responsabilità o merito. Mancano, tra le altre cose le parole, ma piego la mia voce a racconti che non ho scritto, che non avrei mai scritto, ed è una forma di amore la cura per le cose d’amore. Come in un lieto fine, faccio il lavoro più bello del mondo, che non ho scelto, e mi assumo ogni responsabilità per ciò che un altro, innamorato e vivo, ha voluto dire. Non è la mia storia, ma è una storia; il vuoto nel petto non può finire, manca così tanto che è pericoloso contare e il vuoto nel petto non potrà mai finire e più di tutto mancano le mani, i nomi, le parole immense che avrei ancora voluto dire.

(Ennet House) n.14

dicembre 16, 2013

Sono in fila alla cassa del supermercato, le caviglie già invischiate nel fango, nella mente una pallina da flipper che sbatacchia e illumina luoghi rischiosi, mentre cerco appiglio e distrazioni e forme estreme di consolazione: le leggi gravitazionali e gli ordini di grandezza degli astri, ad esempio, l’evoluzione, o il dato certo della mia mortalità (alle casse del supermercato, che pensi: un giorno questo sarà irrilevante perché io smetterò di ricordarlo e perché io smetterò di essere ricordata e perché io smetterò, tutto qui, smetterò e forse resterà traccia della materia che ero, ma non c’è alcuna possibilità che resti traccia dei suoi trascorsi, non esisterò, né esisterà nessuno che possa ricordarmi, né esisterà nessuno che possa ricordare qualcuno che mi abbia incontrata, e questo un po’ funziona ed è uno dei motivi per i quali mi è semplicemente intollerabile l’ipotesi dell’esistenza di un dio capace di tenere un registro o disposto a imprimermi una rilevanza che, a questo punto posso dirlo, per me coinciderebbe con un’idea molto religiosa di inferno – l’abolizione della temporaneità, l’eternità, privata però di qualsiasi nesso causale che leghi la sorte alla condotta, una semplice, atroce, continuazione del dolore che non ho scelto, come nessuno ha mai scelto – non tollero l’idea di dio perché l’idea di dio coincide con un’interminabile tortura ai miei danni) e poi penso ostinatamente prima rata: 213 euro, meno saldo attivo 2012: 155 euro uguale 57 euro,  ossia, 213 diviso 4 inquilini 2013, 50 + (13/4) uguale 53 e spiccioli, -155 euro diviso tre coinquilini 2012 uguale 50 + (5/3) uguale 51 e spiccioli, da sottrarre ai 53 e spiccioli uguale 1.65 a testa per chi già c’era e 53 e spiccioli per quello nuovo, tralasciando in malafede chi è andato via, a cui spetterebbero 155/4 euro, perché contarlo complicherebbe i numeri e perché in fondo mi stava sul cazzo, e sbaglio i calcoli ma solo di poco, e poi penso al mio lavoro che faccio bene e mi si addice e poi penso Sarti Burgnich Facchetti Bedin e li so ancora e anche questo mi si addice, e poi penso a tutti gli sconosciuti e alla mia inconsistenza rispetto alle loro vite, che valgono esattamente quanto la mia, e poi penso che il grado di importanza della mia sofferenza deriva esclusivamente dal valore arbitrario che io voglio assegnargli, penso il mio corpo in termini di carne e poi di cellule e poi di molecole e penso ai disegni che si usano per diagnosticare il daltonismo, alle forme che emergono essenzialmente grazie a criteri discrezionali validi solo su base statistica, e che ad occhi più o meno capaci sfuggirebbe anche il perimetro del mio corpo, sfumato nell’aria, molecole tra altre molecole, quella cosa che stride nella mia testa, quella cosa che penso stia per uccidermi, per loro sarebbe solo un’impercettibile agitazione elettrica in una nebulosa, e questo funziona ma non basta e a questo punto ho il fiato corto e ogni singolo muscolo è contratto ed è un richiamo al dovere che mi deriva dal sapere di avere un corpo, lo stesso istinto vitale mi chiama a me stessa e mi costringe a un grido stremato, un bisogno irrazionale dà fuoco ai miei neuroni (così sembra) e sono certa che nel momento stesso in cui mi concederò l’importanza che mi è richiesta il mio cuore si fermerà, non sopporterò il futuro, non sopporterò il presente, non sopporterò la mancanza, non sopporterò l’impotenza, non sopporterò l’assenza, non sopporterò perfino l’irrilevanza che mi salva, nel momento stesso in cui deciderò che è dogma e legge naturale essere io, per me, la cosa più importante, il dolore che sento sarà solo mio e sarà ingestibile, quello che sento – il panico, il desiderio, il dolore – sarà tutto quello che conta e il mio cuore si spezzerà, finalmente, e io smetterò, finalmente e finalmente niente avrà più importanza, e a quel punto l’uomo davanti a me mi mette una mano sul polso e dice alla cassiera: Servi prima la pupa, che sta morendo; e poi a me: Che ti succede, domani hai un compito in classe? E anche questo, naturalmente, mi consola un poco.

(Ennet House) n.15

dicembre 1, 2013

Resta il fatto che niente mi lenisce. Né le possibilità, né le cose che capitano, così belle, né la guarigione pulita e scientifica delle suture. Ogni sera resto sola, mi ricompongo e mi dispongo alla notte (al silenzio, al sonno e al resto), la mia pelle mi grida le sue ragioni e io spiego alla mia pelle le ragioni del mondo, con voce ferma, ancora una volta. Ma invariabilmente, un attimo prima del buio, torno a me stessa, unita e armonica e univoca, e io sono la mia pelle che grida le mie ragioni e la mia voce che brucia come un nervo e il mio sangue che con mano ferma prova a cullarmi. Mi chiedo quante volte sono guarita, da allora e sono guarita molte volte, è andato tutto bene, è andato sempre tutto bene, per me, ma le cose mi mancano non le ho più riavute e la lingua batte dove hanno cucito, e sto divagando. Il punto è che la ragione fallisce, e questa cosa è come le stelle a dicembre, lontanissima e nitida e gelida, una nostalgia più grande e astratta del tuo intelletto, che ti strappa il fiato anche se non sai il fuoco, ma tu il fuoco lo sai. Mi incarto quando lo spiego agli amici interdetti. Non lo so cos’hanno le stelle a dicembre. Ti trema il petto, ti fanno tremare il petto, come il terrore, come la commozione.

(Ennet House) n.16

novembre 11, 2013

[E poi non è del tutto vero quando dico che non ho mai sonno, è più che sono completamente terrorizzata all’idea di chiudere gli occhi e restare ferma, di quel momento sempre individuabile quando scuoto la testa e allontano i pensieri pericolosi e spengo insieme alle voci ogni determinazione e del mio corpo – come è giusto – sento solo la pelle e mi restano solo le opzioni conciliabili con l’essere sdraiata a letto – le unghie sul petto o i ricordi o la masturbazione; e tutte hanno esattamente la stessa attrattiva, lo stesso valore e lo stesso grado di dolore: essere da un’altra parte, un posto che se è esistito (e non è detto) non esiste adesso in cui sono una cosa migliore – equivalenti come le azioni inconciliabili di prendere o rifiutare un bicchiere d’acqua quando non hai sete; oppure indulgere nei crampi del desiderio, come se tutta la pelle si tendesse per respirare, e pensare: cosa posso darle, cosa potrò mai darle se vuole aria che non sa usare, e a quel punto voler solo cadere, perdere i sensi in un capogiro mentre le voci si affievoliscono e pensi che sarebbe perfetto poter svenire per sempre. E per quanto possa sembrare irragionevole, restare seduta sul divano a fissare l’angolo del tavolo è di gran lunga preferibile all’essere a letto a immaginare svogliatamente le sue mani e corteggiare capogiri fatali.]

(Ennet House) n. 12

luglio 4, 2013

Anni fa, ero molto innamorata e c’erano motivazioni piuttosto serie perché io non parlassi con la persona di cui ero così innamorata. Non è stata una mia scelta, all’inizio, ma poi lo è diventata, ed è durato molto più a lungo di quanto temessi (ma non per sempre). All’inizio è stata anche la cosa più difficile che io abbia mai fatto, ed è vero che io ho avuto una vita semplice e che non sono mai stata costretta a fare cose difficili, a parte certe volte, e questa era una volta, ed è stata la peggiore. Avrei fatto qualsiasi altra cosa pur di non farla.
Però c’era questa decisione, e prima ancora c’erano i motivi seri, e prima ancora, credo, una necessità situata al di fuori della sfera delle decisioni e delle motivazioni, una cosa tipo la malattia o il maltempo che dura troppo a lungo. C’era questa necessità che era come la fame di una cosa feroce, o anche solo la fame di un animale che ha fame, una cosa che dopo diventa motivo e dopo diventa decisione e dopo ancora c’ero io in questa stanza, esausta e indebolita dalla sete.

Con gli anni (ma forse invece è stato da subito, sono anzi quasi sicura che sia stato da subito) ero arrivata a pensare che questa persona fosse la mia ragione d’essere, ma il possessivo non rende l’idea, dovrei spiegare meglio e dire che pensavo che questa persona fosse la ragione d’essere di me, o la ragione d’essere del filo causale che legava il mio corpo ai miei pensieri e alla mia storia e in generale tutti quegli elementi che senza questa persona esistevano slegati, generici e vaghi come parole prese in astratto, scollegate. Dirlo meglio è difficile: in lui mi vedevo compiuta come una frase. Anche così, vedete il pericolo. Ma questo è adesso, questo è quello che so dire adesso.

Purtroppo, persino questo genere di astrazione spicciola mi era allora preclusa: allora non pensavo di sentirmi (o riflettermi, o sentirmi raccontare a me stessa) come una frase, pensavo, molto semplicemente, di essere una frase e che l’unica mente incaricata di sapermi e l’unica voce incaricata di dirmi fossero al di fuori della mia portata, a sapermi e dirmi dove io non potevo saperlo, o sentirlo. È quanto di più vicino alla non esistenza io abbia mai provato, così che tutto quel pianto e quello strazio (che allora, posso dirlo con certezza, mi sembravano autenticamente la reazione fisica a una inaccettabile perdita affettiva) erano in buona parte la risposta istintiva di un organismo messo di fronte al paradosso del suo non essere più, e un grido (o, più frequentemente, una supplica) per continuare ad esistere. Anche questo non posso dirlo meglio e già così mi sembra troppo.
A mia discolpa, devo dire che se anche all’epoca io avessi potuto pensare di poter esistere non in quanto discorso ma sotto forma di parole slegate, ogni singolo frammento -corpo, pensiero, storia- in quel momento era una cosa logora e inutilizzabile e una tale concettualizzazione non mi avrebbe procurato alcun conforto. In ogni caso, non ci arrivavo.

(Dopo, molto tempo dopo ma non quanto avrei potuto temere, ho avuto il modo di sentire la perdita, la privazione e l’autentica mancanza di quella persona, che era anche lui una frase che io pronunciavo e molte altre frasi che altri pronunciavano e molto altro ancora e che esisteva, da qualche parte, separato da me, e mi mancava.)

Ora, va da sé, una volta giunti alla conclusione di esistere per mezzo di un’altra persona, ogni fatto del mondo inteso come esperienza, qualsiasi evento percepito con i sensi, soggiaceva allo stesso principio di esistenza: le cose succedevano nella misura in cui questa persona (e non io) le sentiva. Praticamente, di qualsiasi cosa successa nel mondo, davanti ai miei occhi, non potevo davvero affermare che fosse successa nel caso in cui io fossi stata l’unica a vederla. Io avrei potuto tradire questa persona e non dire nulla, ma secondo le regole dell’universo in cui mi muovevo quella cosa non sarebbe davvero successa fino a quando io non l’avessi raccontata, e di conseguenza farlo (e non dirlo) oppure non farlo sarebbero state esattamente la stessa cosa.
Quando io affermo di non aver mai mentito le persone tendono a pensare che io esageri o che, semplicemente, io menta. Probabilmente le cose sarebbero più comprensibili se si considerasse che per me omettere di raccontare qualcosa  significava rinunciare irrevocabilmente a qualcosa, e io sfido chiunque a cancellare un giorno o un’ora della propria vita, a sottrarlo dal calcolo dei giorni e non so dirlo meglio.
Per esempio, una notte successe una cosa minuscola (ma non abbastanza minuscola) che può rendere chiara la portata, e le conseguenze, delle leggi fisiche stravolte. Ero da sola, al paese dei miei genitori, e avevo fatto molto tardi con un ragazzo che mi era sempre piaciuto e non avevo mai avuto e più passava il tempo più avevo voglia di averlo, fino a quando non è diventato insostenibile e io sono andata a casa, di corsa, per evitare che. Una cosa minuscola. Però arrivata a casa ho telefonato al mio fidanzato, svegliandolo, alle quattro del mattino, per una confessione sproporzionata che lo fece sorridere. Ora, logicamente, il mio senso di colpa era immotivato. Però, meno logicamente, io non potevo non raccontare ciò che era successo a meno che non volessi cancellare ciò che era successo (che, in realtà, essendo successo solo a me non era ancora successo) e io non volevo in nessun modo e per nessun motivo rinunciare a cinque ore di desiderio, e quindi, per questa nuova logica, se il pensiero di non dirlo mi risultava ingestibile, il mio senso di colpa era del tutto adeguato, la mia confessione anche, e il sorriso del mio fidanzato era parte di un’immensa benedizione, la motivazione del mio sentimento e la ragione di ogni mio desiderio, il presupposto del mio succedere nel mondo. Vedete il pericolo, lo vedo anche io, ma io c’ero, ed era essere felici di avere la cosa che rende possibile l’essere felici, un cortocircuito di incanto, e non so dirlo meglio.

Quindi, a un certo punto della mia vita ero in questa stanza, stremata e indebolita dal caldo e con nessuna possibilità al mondo di raccontare niente, e guardavo le cose non-succedere davanti ai miei occhi, gli eventi taciuti accadevano come su un pianeta lontano, era tutto un albero che cadeva nel mezzo della foresta amazzonica, cose che non esistevano perché io non le dicevo e io che non le dicevo perché non esistevo e il mio corpo e la mia mente colpiti da percezioni estremamente dolorose che si dileguavano al contatto, un intero universo senza memoria e a un certo punto mi sono trovata a guardare i corvi e i gabbiani lottare contro un sacchetto di plastica nero che l’afa teneva sospeso a mezz’aria, davanti al mio balcone, a quindici metri di altezza. Doveva assomigliare a una minaccia, perché un corvo ha gracchiato e altri corvi sono arrivati a volare attorno al sacchetto, a distanza, in cerchio, e poi è arrivato qualche gabbiano, e c’era questo sfondo di antenne e un mondo sbiancato dal riverbero dell’aria nel pomeriggio in fiamme e gli uccelli erano grandi e sempre più numerosi, si accumulavano centinaia di uccelli enormi a cinque metri dal mio davanzale, una sfera sempre più compatta, un rumore che faceva affacciare la gente.
Un rumore che fermava il sangue, una cosa da non crederci per quanto era grande, il terrore di quella sfera che si muoveva piano, e che piano si allontanava per seguire il sacchetto verso l’orizzonte, sempre più lontano mentre il rumore diminuiva ma era ancora perfettamente distinguibile, fino a quando, finalmente, un corvo ha trovato il coraggio di aggredire il sacchetto, che si è sgonfiato e lentamente è caduto tra i palazzi, mentre gli uccelli si disperdevano immediatamente, in perfetto silenzio, di nuovo estranei.

Una cosa del genere, una cosa così incredibile, semplicemente non poteva non essere successa. Così la mia mente, per quanto stremata e indebolita e intimamente convinta della sua non esistenza, trovò il modo di aggirare il paradosso, e più che un modo era un trucchetto, un minuscolo atto di ribellione, un inganno dialettico.
Pensai: non posso parlargli adesso, non posso far succedere questa cosa adesso. Pensai, non posso esistere adesso, ma forse domani sì, forse un giorno questo può essere successo, e forse un giorno io posso essere esistita oggi.

Quindi, semplicemente, creai un account di posta, e ogni giorno spedii decine di lettere a quell’indirizzo, ogni giorno per un sacco di giorni, il resoconto degli eventi in centinaia di lettere spedite a un indirizzo che nessuno apriva, che però, un giorno, qualcuno avrebbe aperto, quando sarebbe stato possibile, finalmente, parlare con lui, oppure quando non avrei più retto il peso della mia decisione e avrei negato la legittimità delle motivazioni, e l’esistenza della necessità. Solo, non adesso.
Come aggravante, io credevo sinceramente che un giorno avrei potuto dire: questo è l’indirizzo, questa è la password, questo è quello che è stato mentre eri via, anche le cose che ho dimenticato, perché non è giusto che non esistano.
Però quando sbattevo contro il pensiero che forse non sarebbe mai stato possibile, forse non sarebbe mai stato giusto, mi dicevo: va bene, allora fallo domani. Solo, non adesso.

Naturalmente, poi passò il tempo (molto, ma non quanto avrei temuto) e io scrissi sempre di meno e poi non scrissi più niente per settimane e poi per mesi e poi più niente, e nel frattempo mi disposi ad esistere come parole e non come discorso, mentre il mondo riacquistava consistenza e io trascuravo la coazione al racconto e imparavo i nomi che le cose avevano avuto un tempo. E poi ci furono nuovi, grandiosi, discorsi sul mio conto e io ero disposta ad esistere e a sentire la perdita, la privazione e l’assenza di una cosa che esiste, separata da me, e che mi manca, e intanto guarivo. Passò altro tempo e la mancanza smise di essere un evento per diventare una condizione e io smisi di piangere e ascoltai altri racconti e pronunciai nuove parole che diventarono nuove, splendide, frasi (che non dico mai e ricordo ancora) che erano parte di nuove necessità e nuovi sfasamenti nell’autopercezione, che causarono altri buoni motivi e altre decisioni feroci, che non sono state mie, all’inizio, ma lo sono diventate.

Così oggi sono di nuovo in una stanza a rimandare il momento fino a quando smetterà di essere indispensabile, a constatare l’esisitenza astratta del mondo, il succedere incerto degli eventi, i miei frammenti dislocati sulle bocche dei conoscenti. E oggi mi sono accorta che la password di quell’account di posta io l’ho perduta, che non ho più modo di averla e per quello che posso ricordare c’erano un sacco di maiuscole e un sacco di numeri disposti in modo da non significare assolutamente niente, creati apposta per essere dimenticati. Quindi, tutto quello che ho detto è solo quello che ricordo, nel modo in cui la mia mente l’ha cambiato per contenerlo e ammetterlo, e il solo dato certo è che anche senza quelle lettere allora io esistevo, per tutto il tempo, come esisto adesso. Il dato certo è che oggi posso almeno saltare un passaggio.

Se mai domani. Solo, non adesso.

(ennet house) n.11

giugno 14, 2013

Quando ero più giovane, quando tutto era già iniziato ma nulla era veramente successo, se proprio ero costretta a mettere in parole quello che succedeva in quei momenti dicevo: il mio sguardo ha il potere di sciogliere le pareti; dicevo: la mia mente ha il potere di rendere il mondo sbilanciato, una tavola di legno posata sull’acqua, con la nausea che sembra eterna, ha il potere di sciogliere il pavimento in colla, disfare la pelle in sudore e qualcosa di denso che scivola senza staccarsi, di togliere alle cose ogni nome.
Ho sempre avuto un certo talento per le parole esatte.

Ancora oggi, la cosa più precisa che riesco a dire riguardo ai miei pensieri in certi momenti è: è come se fossi in mare e i pensieri fossero palline che galleggiano sulla superficie agitata, ed è davvero importantissimo che io li tenga tutti vicini, che li guardi tutti nello stesso momento. Quindi, cerco di racchiuderli negli archi delle braccia, di tenerli a me, sotto controllo, ma sono troppi e ovviamente tendono a spandersi e allora mi muovo per recuperare quelli che sfuggono e sono sempre più spaventata e intanto ovviamente ne perdo di vista altri. Di solito chi è con me mi dice: uno per volta. Ed è un consiglio sensato se non si tiene conto del terrore indicibile (che pure io a volte cerco di dire, tipo adesso) che una di quelle palline si allontani abbastanza da sparire dal mio campo visivo, abbastanza a lungo perché diventi irrecuperabile. Oppure, semplicemente, così lontana che recuperarla comporterebbe uno sforzo superiore a quello che, fisicamente, posso sopportare. Quella pallina potrebbe essere, per esempio, una bolletta in scadenza o una telefonata a un amico in ospedale o una vite di ferro lasciata nel palato un anno di troppo.

A un certo punto, come è ovvio, tutti i miei movimenti si frantumano in un annaspare infruttuoso, il dolore ai muscoli diventa costante, i crampi mi stremano e nessuno dei pensieri che sembravano così importanti è più in vista, da nessuna parte e anzi ogni concetto è rimpiazzato dalla sua assenza, l’unico pensiero logico che riesco a formulare è che ci sono moltissime cose che mi appartenevano che vanno alla deriva, che le sto perdendo e che anche se le ho perse le sto perdendo ancora, sempre di più, e questo pensiero (che ogni cosa vada perduta in mia assenza, mentre non posso occuparmene, mentre non ci sto pensando) è così indicibilmente doloroso che ignorare il dolore è impossibile eppure a quel punto anche solo restare a galla richiede più fatica di quanta io sia disposta a sopportare e ancora, anche solo rifiutarsi di considerare l’idea che smettere di provare a restare a galla sia l’unica forma di riposo che mai mi verrà concessa, anche solo rifiutarsi di pensare questo richiede più fatica di quanta io sia disposta a sopportare. E nonostante io sia saltuariamente e egocentricamente fiera di continuare a sopportare quella fatica, lo stesso tutte le cose si stanno perdendo, da qualche parte, dove non posso pensarle.

Quello che saltavo, all’epoca, che spesso salto ancora oggi, è che la catastrofe non è inevitabile ma necessaria. Un giorno forse riuscirò a descrivere anche questo, questo continuo ripristinare un grado zero di tensione che può avvenire unicamente per mezzo di una catastrofe, appunto. Il sollievo e la gratitudine che una persona può provare quando tutto sembra, a tutti gli effetti, essere perduto. Il sollievo e la gratitudine e l’energia. Le cose che diventano facili, i pensieri che si rigenerano, sostanziali, distinti, ordinati. La mia attitudine a diventare razionale non appena risvegliatami nello scenario postbellico della guerra che ho causato. La mia straordinaria capacità di gestire il disastro, la mia incapacità, fisica, di prevenirlo. Il fatto che è il vuoto postraumatico a rendere i movimenti possibili, tutto quello spazio, le macerie una polvere così sottile da non costituire un ostacolo.

Ovviamente, tra il prima e il dopo c’è un passaggio, ed è un luogo in cui sono passata e che non ricordo, e un luogo dove sarò costretta a ripassare e un luogo dove mai, per il bene di nessuno vorrei ripassare e un luogo che mai, mai nella vita, voglio ricordare.

Ma soprattutto, vorrei poter descrivere il sollievo della catastrofe, e la sua necessità.

Per questo, dopo tre giorni di digiuno che mi hanno raccontato e poi un pasto completo, i capelli puliti e un lieto fine insperato (quando tutto era, a tutti gli effetti, perduto, e la notizia del disastro era già stata diffusa e la gente aveva pianto ed era stata ferita ed era stata delusa), quando lei, che mi conosce da poco, mi dice “che bisogno c’era? hai visto che era facile, che sapevi farlo”, l’intera portata della faccenda è illuminata per un attimo, anche quel posto che sta tra il prima e il dopo, quel posto dove, scritte in parole che non voglio mai imparare, suppongo risiedano le ragioni, le leggi della mia vita che è una ricostruzione ricorsiva, il calendario dei terremoti stagionali e l’elenco finito di quelli accidentali, i nomi delle vittime, e l’inventario di ciò che è andato perduto, frantumato per un vuoto ospitale, immolato alla possibilità dei gesti, delle parole, quando lei dice “era facile, sapevi farlo” il solo ricordo di quel luogo in mezzo, vago e trascurabile quanto un incubo, mi mette in ginocchio, su un ponte bello e turistico, a vomitare.

(ennet house) n.10

giugno 10, 2013

Ora o mai più, potrebbe sembrare, descrivilo ora e poi che sia mai più (ma è una preghiera e basta) e allora: continua, fai piangere tua madre, la voce rotta mentre invecchia e dolce dice, va bene, non ti chiamo più, se vuoi fatti sentire, dicci come stai, ti vogliamo bene; eppure avevo storie così belle da raccontare, interi pomeriggi di grazia, e sono stata pulita per un giorno.

Descrivilo ora e poi che sia mai più, anche se è ancora e solo una preghiera, nel tuo letto pieno di cocci di porcellana, di ogni oggetto preferito che hai spaccato e poi al mattino devi alzare gli occhi negli occhi dei testimoni oculari, che è camminare con gli intestini esposti, c’è solo da vergognarsi, a parte il dolore.

Eppure avevo una storia buffissima da raccontare, parlava di una cotta, di una distrazione finita male, sotto quella pioggia cominciata per non finire, e ora invece è estate e la febbre allenta il tempo, brucia la tenerezza e anche il finale grottesco, ogni mia confessione è una menzogna e ciò che è vero è solo questo, descrivil adesso e poi che sia mai più, ma è solo una preghiera.

E ancora: una telefonata rimandata fino a quando (il fuoco) e poi è quando , ma è troppo lontano, e io sono ormai da un’altra parte, un passo fuori dalla portata di chiunque e chiunque è difficile da dire, è come dire estinzione, è come dire fine, è come chiamare la salvezza in una lingua che non sai parlare: qualcuno venga qui, adesso e poi mai più, ma è solo una preghiera, in una lingua che non sai parlare.

Continua, fai piangere tua madre. Oppure è ora e poi mai più, i nervi che stridono e i crampi, i nervi che stridono e i crampi e qualcosa che ti fa piegare, se solo avesse un nome (ma è una lingua che non sai parlare e che ti racconta le tue torture in una lingua che non puoi capire e che ti mostra cose brutte che non hanno nome, figure senza forma e cose senza contorni e che ti dice cose che non vuoi sapere in una lingua che non vuoi sentire e ancora qualcosa che non puoi raccontare ti piega le braccia sul petto, le ginocchia sul mento a difenderti da una cosa che è dentro. In un posto senza ragione, la tua voce più logica ti dice: deve finire.

Ora o mai più, potrebbe sembrare, ma è solo una preghiera, scivolata altrove, ho inventato ogni cosa, sono morta il giorno che dovevo morire, tanto tempo fa, prima di tutto e prima di ogni nome e pima di ogni salvezza e prima di ogni pomeriggio di grazia e invece sono qui è successa ogni cosa che non so chiamare o tenere o ricordare e sono qui e la saliva ha un sapore così amaro e descrivilo adesso e poi mai più, ma è solo una preghiera in una lingua che nessuno sa dire, il domani una luce bianca che ferisce gli occhi, una rete elettrica che non voglio toccare.

(ennet house) n.9

giugno 8, 2013

Poiché in qualche modo quello che senti c’entra con quello che loro sentirebbero se sapessero cosa ti succede davvero, ma c’entra anche con quello che sentono con il poco che sanno, a volte può capitare che tu pensi che forse tutto sarebbe meno grave se loro smettessero di sentire qualunque cosa nei tuoi confronti. Il fatto che loro starebbero peggio, molto peggio, se sapessero quello che ti succede davvero, e che quindi il grado di dispiacere che sentono adesso, grazie alle tue notizie manipolate, diventerebbe ai loro occhi un miraggio di serenità da rimpiangere, non toglie nulla al fatto che per far loro vedere che questo è da tutti i punti di vista un dispiacere irrisorio bisognerebbe che tu buttassi sul tavolo l’evidenza di ciò che è davvero, e li consegnassi a un dispiacere ben più temibile.

Ma a un certo punto le cose si mettono così male, per te, che quello che loro sentono perde rilevanza se non in funzione di quanto amplifica quello che senti tu, che già è quello che è. E anche se tu conosci la tua argomentazione muta e puoi ripercorrerla fino all’origine e dimostrare che l’origine è un disperato tentativo di protezione nei loro confronti, in questo momento quello che desideri è che qualcosa, qualsiasi cosa, venga a placare il dolore che ti stringe e può capitare per esempio che tu dica, a voce alta, “vorrei che i miei genitori e mio fratello morissero domani.”

Dopo aver detto una cosa del genere, cosa farai?

(ma le domande comprendono anche: cosa ne è stato di te? cosa resta di te? qual è la cosa che non osi dire? qual è il limite? cosa saresti capace di fare? pensi di aver meritato una madre? cosa ti fa pensare che la tua vita ne valga tre? se anche fosse che la loro morte li addolorerebbe meno della tua, non significherebbe che una persona egoista è sopravvissuta a tre generose? e se sapessero che tu hai detto questo? come ti senti al pensiero che prima di tutto ci hai tenuto ad elencare le attenuanti? come ti senti al pensiero che tu stessa pensi che esistano delle attenuanti?  sei sempre stata così? cosa ne è stato di te? quanto può durare? in che modo può finire?)