(estetica) n.8

settembre 13, 2014

Al suo posto dilagano
i deserti, si ferma la polvere nei solchi
di centomila tempeste
ormai spente; io sono
dov’è il sereno,
altrove. Sul mio suolo compatto
(orizzontale) non fa freddo
ma il silenzio
ha estinto la pioggia
insieme ai fulmini.
Avanza con la quiete
il fronte della sabbia:
i fiori qui crescono a fatica
a portata di mano
e durano un giorno.
Non mancano certo di bellezza
le nostre terre
desolate, e splende il sole
dove non c’è vita.

(estetica) n.7

febbraio 25, 2013

Ma che facevi? Non facevo
niente, ero impegnata
a mescolare il vocabolario, a
riassegnare i significati, io
non c’ero – mi sbatteva
il vento come una bandiera
come un orgasmo

e mi assordava. Intanto
ho imparato anche i segreti e anche
a tacerli – quel fiato
era vapore bianco e ustioni
diffuse, ma va bene: intanto
restano sempre i segni e una buona ragione
per tenerli. Per custodire in tasca
storie impronunciabili, racconti
di famiglia, alberi genealogici.
Per farcirgli un libro, per sollevarmi
a stento

sotto il peso -mi disse: sempre
meglio un chilo in più che un chilo
in meno e adesso
ricordo solo questo e forse
la forma dei suoi baci era stampata
nei cinque chili
che di nuovo ho perso.

Prima di cena si alza la luna
rossa quanto il fuoco
benedetto, ed io vado a
scaldarmi – scioccamente
a identificarmi- con la brace
a tralasciare le preoccupazioni
per la mia pelle

che non dà pace. E’ così ovvio
che posso ancora ridere
parlare e annegare
nelle aspettative, sollevare a stento
me stessa e il peso e i piedi e
gli occhi fino a lasciarli
aperti- ancora a stento

dire: quello che è stato è stato
fatto in mio nome eppure
io non c’ero, ero a tremare
altrove, più in alto – mi sbatteva il vento
come una bandiera
come un orgasmo.

(estetica) n.6

ottobre 26, 2012

E poi dico mai più, mai più. Ma non è dato
che io sparisca oppure che mi annienti
per mia colpa e in tua assenza, dopo
lo scoppio la scia dell’onda
d’urto, il vuoto attonito, la polvere
mi inceppa. Ma sento ancora: e al cospetto del tuo sangue
potrei
facilmente
essere immortale.

Quante volte ancora può accadere? quando
ho sviluppato questa ruggine? chi mi ha inventata
invincibile, fatta di fame
insaziabile? Psicodramma del centro immobile
non mi disperdo
in schegge, sono inviolabile.

I fatti mentono, mentono
i lamenti, le minacce di morte
imminente.

Nel tuo passo che viene e accende
occasioni di immolazione, brilla
come un’insegna il punto
debole, richiamo (sirena
atroce di allarme oppure canto, promessa
di gioia – dalle acque ferme, malate) nel tuo restare
si innesca il mio cuore e batte -ticchetta-
e vorrei farmi crescere le braccia
per tenerti.

Pregherei, a essere ancora umana
e onesta, per sollevarmi. Sii coraggioso e strappami
alla culla, disarmami. Invece dico, Se te ne vai mi fermi
il cuore. Ma nel silenzio che precede e segue
il dramma sono svelata ordigno
nella terra, bella e automatica come
una mina: e vi dilania il passo
che vi allontana.

(estetica) n.5

marzo 13, 2012

Con te fiorivo, come
la primavera
nelle accelerazioni dei documentari
e la tua devozione mi scoppiava
in cinque parti
come i fiori. Con te i miei occhi
compivano il miracolo
di rivolgersi
a se stessi – le mie mani
confuse dal riflesso
del tuo tocco
sulle gambe, sulla pelle
screpolata: mi stiravi
come la seta.

Ma ero troppo bella, e tu dicevi
che ero troppo buona e tu
dicevi che nessuno al mondo
avrebbe mai retto
il confronto
dei miei occhi: che erano troppo
puliti e non vedevano
che macchie
e ferite.

Non resta niente, solo tu
che perdi
il possesso e l’autorevolezza e
io che perdo coscienza e
la conoscenza delle mie
parti e aspetto
di reggere il confronto e qualcuno
che resti e resista e che regga
il confronto.

Perché nessuno al mondo
è troppa gente.

(estetica) n.4

febbraio 19, 2012

Trafitta
nel luogo più romantico di Roma così
romantica -ottobre che la infiamma-
e il terminal degli autobus di lunga
percorrenza, fantasmi in dissolvenza
di una me stessa estiva

e meno stanca, che porta un altro nome
o lo avrà a breve
e che corre a schiantarsi, trafitta
nel più romantico dei luoghi
a lunga percorrenza

lo slancio della fine delle attese segna
il tempo, e il mondo
attonito
indietreggia

per lo schianto, che scuote il luogo
struggente degli arrivi, degli ingressi
nella grazia degli appartamenti
al primo piano:
delle appartenenze.

Il passo indietro del mondo e io
contenuta tutta, tutta racchiusa

nell’impatto che mi sbianca.

Trafitta
nel sole che persiste e mette a fuoco
la mia giacca di pelle (o così sembra)
qualcuno nel mondo sta pensando
adesso
a questo posto
ma lui no, plausibilmente
lui no.

(estetica) n.3

gennaio 7, 2012

Dovreste esserci tutti
tutti quanti
e vedere quello che fa il mondo,
quando sono triste
per consolarmi

a vedere il vento che interviene
che piega i pini, che smuove le transenne e
che mi alza
come alza la ghiaia, e confonde
le lettere dei nomi

-altro che il sesso. altro
che le mie parole-

dovreste essere qui, vedere
quanto è grande
più di me
e di tutti voi, di tutte
le vostre vittorie
mutilate, delle mie sconfitte
immaginarie.

Bisogna sbarrare le finestre, rientrare
le piante. Vado a giocare fuori.

-altro che arrendersi. altro
che aprire le gambe.-

Ma se potessi andarmene, una
volta, saltellare oltre gli eterni
contrattempi
i contratti d’amore vincolanti o
l’apparecchio ai denti, se potessi
andarmene. Smetterla
di essermi fedele.
Se potessi andarmene.

-altro che i nomi. altro
che le voci-

Se potessi andarmene e non essere
un dizionario di nomi prestati, la sentinella
dei miei limiti, delle mie denotazioni
scadute. se potessi essere tu qui e invece
no, e invece
per fortuna è il vento: se
alzo un piede mi alza
se sbatto un piede ho vinto.

Sputo una foglia. Rischio di
morire per un ramo
spezzato, e si spaccano
le tegole ai miei piedi
per farmi ridere, per farmi
ravvedere.

E altro che Roma, altro
che le Salt Flats dello Utah
-che al massimo
mi ci sarei sbucciata le ginocchia-

Mi lascio sgridare, mi lavo le mani. E’ giusto e
giusto. E’ giusto. Lei dice “sapessi, sono due anni
che ci rincorriamo”. Brindiamo
a questo. Mi lavo le mani. Il vento
porterà via ogni cosa, un giorno
mi lascerà sfiancata.
Mi farà sparire dai racconti, dai messaggi
di auguri a natale.

Provo a tenere l’orlo della gonna
aggrovigliata, a immaginarmi gli occhi e dopo
ho il vento alle spalle e inciampo
in discesa, verso casa.

Altro che il nome, altro
che la voce.

(estetica n.1)

agosto 21, 2011

black man, you won’t forget

Non fa abbastanza caldo per quelle spalle nude
devono pensare
mentre le foglie scendono
sulla primissima scottatura
e io ammucchio me stessa in un falò
che poi non so incendiare.

Devono essere belle, le mie spalle
così sfacciatamente occidentali
e lui cerca di vendermi i calzini
e dice, Possiamo condividerlo
il tuo cuore.

Ma io sono sempre ricca e chiara
nel mio ventre rotolano foglie, foglie
marciscono
sul grido della carne.

Che ne rimane, poi, di quel possesso?

È maggio
e gli alberi si sfaldano
nella tua scollatura adolescente
tra le pieghe della gonna rimboccata
sulle tue gambe magre ed europee
lasciate al mondo
così annoiate.

(estetica) n.0

giugno 7, 2011

Non c’è nessun mistero
sulla mia taglia di reggiseno
o sul mio numero di telefono.
Io non concedo nulla
alle aspettative
ma, certo, posso sempre essere fraintesa.
L’amore mi ha corrosa
rispondo a ogni domanda, non temo
non temete.

Nessun mistero aleggia
su mio giorno di nascita
sul nome del mio amore
o sull’Ordine al quale ho fatto voto
rispondo a ogni domanda
sulle malattie veneree
sui miei capelli tinti.

E poi, non ho tanto da dare
ma niente da difendere
però
aspetto di vedere
chi farà luce sul mistero autentico

del mio bagliore accecante
la mia bellezza insopportabile
questa faccia deformata da un incidente.