(il tempo ci sfugge) n.7

febbraio 17, 2015

Ci sono, naturalmente, cose
che non possono dirsi.
Deflagrazioni il cui rumore si è estinto
da centomila anni nello spazio profondo
luccicano ancora intermittenti
in certe notti:

le catastrofi permangono
permangono le lucine dell’ospedade
sul fianco della collina
del cimitero sotto la finestra
della mia casa, permango io
in piedi al davanzale, svestita
o in lacrime, ancora così commossa
o già perduta. Restano le stelle.

La cosa migliore che potesse accaderci:
noi non ci siamo mai disincarnati,
tutti quelli che amo sono ancora in vita.

(Poiché è permesso consolarsi soltanto
con le cose molto molto grandi.)

La poesia che aveva perso il ragazzo
era scritta sopra un foglio di quaderno
ripiegato quattro volte
nella tasca del mio portafoglio.

(il tempo ci sfugge) n.6

novembre 27, 2014

Avevi ragione tu, eravamo in guerra e
tutti quanti avevano una maschera e faceva
paura come un incubo e niente
si capiva.

Ero troppo piccola per comprendere il terrore
– nelle braccia, stretta nelle braccia
presa nelle braccia di un amore – ero
troppo piccola quando dissi soltanto: sono
tua alleata, e non ho mai mentito.

Ma io non potevo capire e i tuoi incubi
avevano ragione – forse non proprio
ragione, ma il verso di percorrenza non è
che un dettaglio: da che parte sta
l’impugnatura del coltello – e ricordo
soltanto la paura e il senso
di impotenza, un certo scetticismo.

Dissi soltanto: non ho mai mentito, è solo
un sogno, non è successo niente.
Tu forse lo sapevi, forse
avresti dovuto saperlo, dirmi (e non l’hai fatto):
da qualche parte, tra dove finisci
tu e dove comincio, c’è un coltello
e un coltello è un coltello e noi siamo
alleati, ma per quanto.

(il tempo ci sfugge) n.5

ottobre 13, 2013

La verità è che non ci sarà modo
di sbagliare ancora nello stesso modo.
La verità è che non saremo più
l’attacco elettrico di Where is my mind
né il lampo
l’esplosione che sbianca il mondo,
gli occhi spalancati del mio primo orgasmo.

E le cose per le quali la gente scrive poesie e romanzi
le dimenticheremo, anche quelle,
proprio come quelle
che già non ricordo.

(il tempo ci sfugge) n.5

febbraio 9, 2012

Dovevo ancora

lavare i piatti di ieri
piangere per un minuto
fumare la prima sigaretta
prepararti il secondo caffè
controllare la posta.

Il tuo tremito era in regioni nascoste ai miei occhi
occupati, e distante
dalle mie mani

e dovevo ancora

stendere i panni di ieri
squartarti un minuto
ringhiare al tuo solito inutile sforzo
di ingraziarmi Carmelo Bene.

Dopo, erano le dodici
del sole baluginante ed affamati
trascinando i libri, i costumi
da bagno
fino al supermercato, troppo tardi.

Il tuo terrore era in un posto introvabile
al mio sguardo che cercava altro, e le mie mani
trovavano i tuoi resti,

la strage di te

(e un picnic romantico
un amplesso nostalgico).

Era tempo sprecato:
non siamo rimasti abbastanza a lungo
a guardarci, in cucina
o abbracciati nel sole
quando era ancora presto
a sorriderci
e lamentarci
dei rumori insensati
del sabato mattina.

(il tempo ci sfugge) n.4

dicembre 31, 2011

I
Se escludiamo la mia verginità, comunque
accidentale, o il peso del tuo corpo che mi ruppe
le ossa e la mia attesa, finita nel fracasso quando dissi: mia
liberazione! in aria di guerra, e di miracoli
(puro determinismo, scintilla
neuronale a farmi dire amore e consegnarmi);

e le esplosioni di due criminali, i nostri delitti
e i castighi tardivi e le belle
parole (non lascerai mai colui col quale
hai ucciso, la tua buona ragione per
tradire)
e non diciamo mai

che smisi di parlare e di tacere, e mi sentii
scartata -come una cosa muta che
si mostra, e non si spiega, come un regalo-
svestita dei miei anni, e del mio nome
o anche, opale e ametista e King e le
lumache e altri chiari indizi

di predestinazione

e, come queste, altre buone ragioni
che attestano come è stato (e non che cosa)
quello che ha compromesso la
mia schiena, e la tua anca
che ci ha costretti in un letto troppo piccolo
negli anni

(per dire cosa, invece, hai detto malattia
o anche -dopo, solo alla fine- religione) io cerco
di adeguarmi a ciò che imparo: quello
che conta adesso è una magia
distante e solo tua. E la legge
della tua opinione.

Forse, sono la gelosia fugace
di un’altra donna (forse) e il nome
nelle tue argomentazioni per spiegarle
quanto era grande e cosa fosse

il nostro amore: l’inconveniente, il cappio
che ha condannato insieme
due bestie inconciliabili.

II

E’ un equivoco veniale e comprensibile, che dicessimo
fusione o saldatura, o anche, a volte, una-cosa-sola
mentre la vicinanza ci sfocava
———- ai nostri occhi stremati
di tenerezza e incanto e scombinati
nel caleidoscopio del pelo e delle piume,
———- e dell’incanto
nel quale ci sdraiammo e distraemmo
dallo scatto irreversibile
———- di una tagliola
che ancora chiamo casa. Non del tutto giusto
né sbagliato, che io dicessi una cosa sola: di certo
non c’è mai stato scampo o un modo

per separarsi illesi.

Allora abbiamo riso dell’affanno e delle
corse, ci siamo dispiaciuti
di chi non era, e non era
mai stato, e non era rimasto
dove eravamo noi: attorno

(guardaci, noi contro di loro, non è giusto)*

tutto quel freddo e invece l’esplosione
della nostra condanna, quando dissi
mia liberazione! Quando mi si sciolsero le ossa.

Ci siamo detti tutto.
Ma quando infine noi fummo da sempre, sempre
più spesso tu guardavi in alto e io,
più bella di qualsiasi falco, non ero un falco.

III

Lo so che sono sempre stata brava
ed ostinata
a riassemblare i pezzi e la
coerenza, nei racconti sconnessi dei
miei giorni -passati- e
dei tuoi giorni

che adesso, finalmente, sono segni
e un ordine da ripristinare
-la cosa che so fare- e poi trovare un codice
per decifrarli; e tu dirai inventare, oppure
se è un brutto momento, dirai
mentire.

Però ora vedo cosa vedevo quando
provavo a entrarti dentro, ad
assorbirti o averti e a trovare
un modo per restare, un modo per resistere e
ignorare la lieve emorragia
che ti diminuiva, e mentre tu tremavi

(e anch’io tremavo)

di cattiva salute e anticipazione
e mentre disperato mi tenevi
così stretta, provando a consolarmi, ad
accecarmi; e mentre mi affogavi
nell’amore -al riparo, entrambi, dalle tue intenzioni- e mentre
mi stringevi cosi tanto, qualcosa

-lo so, non c’è mai stato scampo o modo-

qualcosa
in te pianificava
le tue amputazioni.

Stringo una cosa. Che ha smesso
di tremare, nel posto che ancora chiamo casa
e chiedo -a quella cosa, all’arto (che ancora chiamo
luca)– del quale fai a meno, abbandonato

non soffri più? perché non stai
piangendo? e ormai di te conosco solo
il sangue che non scorre
e si rapprende.

Ma anch’io dovrei andare

come te, che non c’è scampo,
o modo per resistere o restare
intera e il tuo amore, di cui non ho il coraggio
non può darmi il coraggio.

E sei, da qualche parte, un essere
vivente e del tuo sangue -che finalmente scorre-
non so più niente.

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[(Arecibo message) n.6: lo so che ho combinato. Sei sempre in quarantena, ma se vuoi dirmi qualcosa su questo ti concedo una tregua. Non so, che dico stronzate o che sono sempre più fica, per esempio. Sarebbe molto bello se tu potessi esserci, adesso: succedono delle cose e insieme potremmo ridere di me in tutte le mie incarnazioni. Tranne la Meringa, che forse per una volta non c’entra. Bacio, lumache e hai visto che King ci ha più o meno dedicato un libro? Proprio così.  Ah: e la tua chiavetta internet è una merda. Così, per dire. click.]

* Dave Eggers, L’opera struggente di un formidabile genio.

(il tempo ci sfugge) n.3

dicembre 7, 2011

Più che altro
ero molto giovane

quando eroica salii sul treno
e attraversai i ponti sul biancospino esploso
in spuma, come di pop corn, come
di pasta, per il calore
per giungere affannata al nostro primo
addio, al nostro primo incontro.

I miei capelli erano un disastro
e io, la mia malattia, non era ancora grande
da frantumare i giorni in segmenti
infiniti, intrapassabili
e impastare in membrane di colla
gli istanti
e la voce e intorpidirmi
gli occhi

e spezzarmi.

Io non consideravo il tempo, non
consideravo che il tempo
mi avrebbe oltrepassata, come il sonno
lasciandomi, come il sonno
invecchiata di un giorno
senza averne ricordi;
come il sonno, ma
naturalmente
non era un giorno.

Però mi ricordo l’odore del maglione grigio e il panico dell’alba.

Ricordo anche
che quando ti sei tagliato
il dito, con il barattolo di latta
pensai alla tua morte.

Ricordo che i nostri occhi hanno visto così tanto
dalla cameretta a tenuta stagna
in cui abbiamo cercato il mio
riparo, nella clausura del nostro amore
-che ricamavo desideri a venire, e pregavo
per la mia salvezza
e ti raccomandavo la mia anima- stavo come
in una culla
aspettavo di crescere
aspettavo di nascere.

Mentre tu c’eri, io ti dimenticavo.
Mi reclamavano gli insetti e le
correnti, mi coccolavano
più che altro
i miei lamenti. E ti
dimenticavo, mentre c’eri.

Però mi ricordo quella notte
che mi hai toccata, e ricordo
l’odore del tuo maglione grigio
ogni tua parola
e il panico dell’alba.

(il tempo ci sfugge) n.2

ottobre 24, 2011

It only happens when it doesn’t matter.

Una volta piansi perché non riuscivo a fare un dolce. Era un compleanno, uno importante, e anche quel dolce era importante, e non riuscivo a farlo. In realtà, era una ricetta piuttosto semplice. Ma mancavano gli ingredienti, e dopo gli utensili, e dopo ancora sbagliai tutto pur avendo sia gli ingredienti che gli utensili. Allora buttai tutto (non esattamente, ma questa è un’altra storia) e lo rifeci e venne un po’ meglio. Ma non bene. E volevo rifarlo ancora, ma era tardi e gli ingredienti erano finiti di nuovo e i negozi erano ormai chiusi e allora mi misi a piangere e qualcuno mi consolò per non essere riuscita a fare un dolce -che era molto semplice- per il suo compleanno -che era molto importante.

Oggi ho fatto due dolci, ed erano buoni. È stato facile. Il festeggiato non è venuto, alla fine, e li ho mangiati con altra gente. Anche quello è stato facile.

Era il caso di dirlo.

(il tempo ci sfugge) n.1

agosto 17, 2011

Ne sapremmo qualcosa, se mai fosse stato sul serio
ora che pronta mi offro al sacrificio
l’ultimo, e l’unico che conti.

canto di me, solo di me, lo so
che vezzeggio con le ombre
il mio profilo sbagliato.

Ma devo tenermi lontana dalle tue parole
che per sempre cantano di me e non sono mie
-la sconosciuta in un quadro famoso-

ora che, quando mi canti canti uno spettro
che sparge fiori morti su spiagge mai state
possibili o, in fin dei conti, auspicabili.

Mi tengo lontana da te, imparo
la disciplina quando non c’è scelta
e, infine, a chiudere la bocca.

Io, poi, vado fuori a vedere il cielo farsi
giallo, i fulmini azzurri che sollevano
i peli delle braccia

e resto stupefatta ad affondare
i piedi, nel temporale che mi bagna
i capelli e mi riempie la bocca di fango

e non spegne le fiamme.