(Ennet House) n.14

dicembre 16, 2013

Sono in fila alla cassa del supermercato, le caviglie già invischiate nel fango, nella mente una pallina da flipper che sbatacchia e illumina luoghi rischiosi, mentre cerco appiglio e distrazioni e forme estreme di consolazione: le leggi gravitazionali e gli ordini di grandezza degli astri, ad esempio, l’evoluzione, o il dato certo della mia mortalità (alle casse del supermercato, che pensi: un giorno questo sarà irrilevante perché io smetterò di ricordarlo e perché io smetterò di essere ricordata e perché io smetterò, tutto qui, smetterò e forse resterà traccia della materia che ero, ma non c’è alcuna possibilità che resti traccia dei suoi trascorsi, non esisterò, né esisterà nessuno che possa ricordarmi, né esisterà nessuno che possa ricordare qualcuno che mi abbia incontrata, e questo un po’ funziona ed è uno dei motivi per i quali mi è semplicemente intollerabile l’ipotesi dell’esistenza di un dio capace di tenere un registro o disposto a imprimermi una rilevanza che, a questo punto posso dirlo, per me coinciderebbe con un’idea molto religiosa di inferno – l’abolizione della temporaneità, l’eternità, privata però di qualsiasi nesso causale che leghi la sorte alla condotta, una semplice, atroce, continuazione del dolore che non ho scelto, come nessuno ha mai scelto – non tollero l’idea di dio perché l’idea di dio coincide con un’interminabile tortura ai miei danni) e poi penso ostinatamente prima rata: 213 euro, meno saldo attivo 2012: 155 euro uguale 57 euro,  ossia, 213 diviso 4 inquilini 2013, 50 + (13/4) uguale 53 e spiccioli, -155 euro diviso tre coinquilini 2012 uguale 50 + (5/3) uguale 51 e spiccioli, da sottrarre ai 53 e spiccioli uguale 1.65 a testa per chi già c’era e 53 e spiccioli per quello nuovo, tralasciando in malafede chi è andato via, a cui spetterebbero 155/4 euro, perché contarlo complicherebbe i numeri e perché in fondo mi stava sul cazzo, e sbaglio i calcoli ma solo di poco, e poi penso al mio lavoro che faccio bene e mi si addice e poi penso Sarti Burgnich Facchetti Bedin e li so ancora e anche questo mi si addice, e poi penso a tutti gli sconosciuti e alla mia inconsistenza rispetto alle loro vite, che valgono esattamente quanto la mia, e poi penso che il grado di importanza della mia sofferenza deriva esclusivamente dal valore arbitrario che io voglio assegnargli, penso il mio corpo in termini di carne e poi di cellule e poi di molecole e penso ai disegni che si usano per diagnosticare il daltonismo, alle forme che emergono essenzialmente grazie a criteri discrezionali validi solo su base statistica, e che ad occhi più o meno capaci sfuggirebbe anche il perimetro del mio corpo, sfumato nell’aria, molecole tra altre molecole, quella cosa che stride nella mia testa, quella cosa che penso stia per uccidermi, per loro sarebbe solo un’impercettibile agitazione elettrica in una nebulosa, e questo funziona ma non basta e a questo punto ho il fiato corto e ogni singolo muscolo è contratto ed è un richiamo al dovere che mi deriva dal sapere di avere un corpo, lo stesso istinto vitale mi chiama a me stessa e mi costringe a un grido stremato, un bisogno irrazionale dà fuoco ai miei neuroni (così sembra) e sono certa che nel momento stesso in cui mi concederò l’importanza che mi è richiesta il mio cuore si fermerà, non sopporterò il futuro, non sopporterò il presente, non sopporterò la mancanza, non sopporterò l’impotenza, non sopporterò l’assenza, non sopporterò perfino l’irrilevanza che mi salva, nel momento stesso in cui deciderò che è dogma e legge naturale essere io, per me, la cosa più importante, il dolore che sento sarà solo mio e sarà ingestibile, quello che sento – il panico, il desiderio, il dolore – sarà tutto quello che conta e il mio cuore si spezzerà, finalmente, e io smetterò, finalmente e finalmente niente avrà più importanza, e a quel punto l’uomo davanti a me mi mette una mano sul polso e dice alla cassiera: Servi prima la pupa, che sta morendo; e poi a me: Che ti succede, domani hai un compito in classe? E anche questo, naturalmente, mi consola un poco.

L’uomo che amavo mi disse, quella volta, sono scemenze, cose da bambini. Poteva essere vero, ma non lo era, e non conoscendomi non poteva saperlo. L’avevo solo abbagliato, come mi capita ogni tanto di abbagliare la gente.

La ragazza mi viene incontro in sogno, le gambe lunghe e i vestiti che le invidiavo, una bocca che fa scoppiare le guerre. Su alcune cose è impossibile ristabilire la verità, ma forse è solo impossibile decidere che la verità, come ogni cosa, cambia con il tempo e che io ero un abbaglio. La ragazza, come capita a volte, mi diede un nome, inventò per me nuovi canoni di bellezza, mi assegnò in madre una scrittrice morta. Anni dopo, non era mai stato vero e io ero inconciliabile con il nostro (di noi tre) passato, si impose una scelta e io ne uscii vincitrice, ma solo per poco. Probabilmente la ragazza, anche lei, stava impazzendo, ne sono quasi certa, ma cosa conta. Anche se mi avrà ormai dimenticata, mi viene incontro in sogno, e nella sua risata c’è la mia storia, che io non conosco.

Non ci provo nemmeno a negare che la mia mente si strappa e ne emergono ossa scheggiate, cose taglienti, così come non provo a negare che negli ultimi tempi questo sia diventato un alibi inoppugnabile, il mio foglio di condono per ogni cosa, passata e futura. Ma immagino che l’avrebbe fatto chiunque e in ogni caso cerco di diventare più meticolosa nell’evitare di causare abbagli. Il primo passo è parlare come si deve.

Nel mondo vero, c’è un uomo con cui parlo una lingua letterale. L’ironia luccica solo ai miei occhi e poi si spezza, diventa un’offesa irrimediabile o un nonsense incomprensibile, io boccheggio e batto i piedi non ho scuse o modo di ritrattare. Ritorno al grado zero della comunicazione, riprovo, cerco di imparare. Riduco gli scarti, finalmente, e dove hanno fallito le accuse e le preghiere riesce il suo semplice non capire.
Questo limita notevolmente le cose che si possono dire, ma quelle che dico non vengono fraintese: ai suoi occhi sono decifrabile e affidabile, assolutamente prevedibile. Mi dice: non sai scrivere ma sai concentrarti, e ridere sarebbe fuori luogo. Mi dice: sei molto precisa. Incapace di abbellirmi e di brillare, sono nuova e migliore, infinitamente depotenziata. Non lascio il segno e porto a termini i miei compiti. Imparo le regole, l’etimologia delle parole, e che esiste un affetto che va oltre i miei trucchetti, le mie metafore disinnescate.
Mi dice di non esagerare, che a scrivere si impara e in tutto il resto sono molto brava, sono precisa, so concentrarmi. Preparo una torta e va tutto bene, in una lingua che non dice tutto scrivo frasi che non potrò smentire. L’avrebbe fatto chiunque.

Nel frattempo, mi arrivano addosso le frecce di una battaglia che si dice estinta (se ne parla al passato, per esempio, ma più spesso non si dice niente), e io preparo una torta che mantiene quello che promette, e va tutto bene. Nel frattempo perdo il lavoro, o quello che era, pianifico due o tre operazioni, mi trucco sempre.

Nel frattempo, in una lingua che non dice tutto, registro i danni di attacchi maldestri, subisco i segni che non so capire. Schiava dell’ironia, mi hanno detto amori e amanti, e sempre protetta e schermata e sempre armata. A volte penso che io almeno con le mie armi ero brava, ma più spesso mi piego al contrappasso, metto i cerotti e sopporto i segni che non so capire.

La cosa buffa è che, non sapendo mirare, si può comunque sparare. La cosa buffa (come me quasi sempre) è che una pietra manca il bersaglio, ma prova con una manciata di ghiaia. La cosa buffa sono io che quasi sempre sorrido, anche se a volte faccio un’altra cosa, di solito sorrido. Che per lui mi abbatte, mi ha sempre abbattuta la tenerezza prima del resto, che è sempre un bacio sulla fronte e mai nient’altro, che è una cosa piccola e tremenda, quella sua strana lingua intraducibile fatta di piccoli segni senza regole, senza etimologia, senza ragione. Sorrido quasi sempre e non dico mai niente.

Ora evito con cura di causare abbagli, non faccio l’amore in una lingua aliena, non gioco alla guerra con i dilettanti. In questo presente corazzato e disarmato io sono brava, sono precisa, so concentrarmi.

(Tell mi the truth) n.20

ottobre 20, 2013

Fra me e te ci sarà sempre la Linea Maginot,
fra te e me ci sarà sempre l’Ombra delle Disgrazie Passate,
il Cielo dei Caduti ci sarà,
e le mie poesie più amorose scritte per te ti faranno
ricordare la polvere da sparo,
la polvere da sparo, le trincee, il fronte affumicato.

Fra te e me ci sarà sempre la Linea Maginot,
fra te e me,
fra ogni nostro aprile e noi,
fra ogni nostro novembre e noi,
l’Ombra delle Disgrazie Passate, il Cielo dei Caduti,
la Linea Maginot,
e mai, davvero mai riusciremo tu ed io a occuparci
soltanto delle tende nuove
necessarie a far cinguettare il nostro appartamentino,
necessarie per sottrarci alla vista di tutti quando beviamo
i dolci vini del nostro amore,
per non farci vedere da nessuno quando torniamo
dalle nostre
inutili fughe stanchi,
per non far scoprire a nessuno le tacite ragioni per cui
viviamo.

Fra te e me ci sarà sempre la Linea Maginot,
fra te e me, fra noi, fra tutti noi,
per dirci quanto siano insignificanti le tende nuove nel
nostro appartamento
quanto sarebbe comicamente irrilevante anche chi
potesse vederci quando ci amiamo, qualcuno che potesse lamentarsi di noi quando ci amiamo.

Fra te e me ci sarà sempre la Linea Maginot,
l’Ombra delle Disgrazie Passate, il Cielo dei Caduti,
la Linea Maginot.
I treni ci porteranno nelle nostalgiche primavere dei
nostri aprili novembrini
perché il nostro tetro carico urbano di pensieri
si arricchisca di verde così necessario per vivere,
così necessario per amare, così necessario per andarsene umanamente,
ma sappi:
noi non riusciremo mai a raccogliere le margherite solo
come margherite,
perché fra i fiori e noi, fra te e me,
ci sarà sempre la Linea Maginot.

Fra te e me ci sarà sempre la Linea Maginot.
Fra te e me,
fra ogni nostro desiderio e noi,
fra ogni nostra partenza e noi,
fra ogni nostro ricordo e noi,
ci saranno sempre
l’Ombra delle Disgrazie Passate, il Cielo dei Caduti,
la Linea Maginot.

Izet Sarajlić

(il tempo ci sfugge) n.5

ottobre 13, 2013

La verità è che non ci sarà modo
di sbagliare ancora nello stesso modo.
La verità è che non saremo più
l’attacco elettrico di Where is my mind
né il lampo
l’esplosione che sbianca il mondo,
gli occhi spalancati del mio primo orgasmo.

E le cose per le quali la gente scrive poesie e romanzi
le dimenticheremo, anche quelle,
proprio come quelle
che già non ricordo.

(ennet house) n.11

giugno 14, 2013

Quando ero più giovane, quando tutto era già iniziato ma nulla era veramente successo, se proprio ero costretta a mettere in parole quello che succedeva in quei momenti dicevo: il mio sguardo ha il potere di sciogliere le pareti; dicevo: la mia mente ha il potere di rendere il mondo sbilanciato, una tavola di legno posata sull’acqua, con la nausea che sembra eterna, ha il potere di sciogliere il pavimento in colla, disfare la pelle in sudore e qualcosa di denso che scivola senza staccarsi, di togliere alle cose ogni nome.
Ho sempre avuto un certo talento per le parole esatte.

Ancora oggi, la cosa più precisa che riesco a dire riguardo ai miei pensieri in certi momenti è: è come se fossi in mare e i pensieri fossero palline che galleggiano sulla superficie agitata, ed è davvero importantissimo che io li tenga tutti vicini, che li guardi tutti nello stesso momento. Quindi, cerco di racchiuderli negli archi delle braccia, di tenerli a me, sotto controllo, ma sono troppi e ovviamente tendono a spandersi e allora mi muovo per recuperare quelli che sfuggono e sono sempre più spaventata e intanto ovviamente ne perdo di vista altri. Di solito chi è con me mi dice: uno per volta. Ed è un consiglio sensato se non si tiene conto del terrore indicibile (che pure io a volte cerco di dire, tipo adesso) che una di quelle palline si allontani abbastanza da sparire dal mio campo visivo, abbastanza a lungo perché diventi irrecuperabile. Oppure, semplicemente, così lontana che recuperarla comporterebbe uno sforzo superiore a quello che, fisicamente, posso sopportare. Quella pallina potrebbe essere, per esempio, una bolletta in scadenza o una telefonata a un amico in ospedale o una vite di ferro lasciata nel palato un anno di troppo.

A un certo punto, come è ovvio, tutti i miei movimenti si frantumano in un annaspare infruttuoso, il dolore ai muscoli diventa costante, i crampi mi stremano e nessuno dei pensieri che sembravano così importanti è più in vista, da nessuna parte e anzi ogni concetto è rimpiazzato dalla sua assenza, l’unico pensiero logico che riesco a formulare è che ci sono moltissime cose che mi appartenevano che vanno alla deriva, che le sto perdendo e che anche se le ho perse le sto perdendo ancora, sempre di più, e questo pensiero (che ogni cosa vada perduta in mia assenza, mentre non posso occuparmene, mentre non ci sto pensando) è così indicibilmente doloroso che ignorare il dolore è impossibile eppure a quel punto anche solo restare a galla richiede più fatica di quanta io sia disposta a sopportare e ancora, anche solo rifiutarsi di considerare l’idea che smettere di provare a restare a galla sia l’unica forma di riposo che mai mi verrà concessa, anche solo rifiutarsi di pensare questo richiede più fatica di quanta io sia disposta a sopportare. E nonostante io sia saltuariamente e egocentricamente fiera di continuare a sopportare quella fatica, lo stesso tutte le cose si stanno perdendo, da qualche parte, dove non posso pensarle.

Quello che saltavo, all’epoca, che spesso salto ancora oggi, è che la catastrofe non è inevitabile ma necessaria. Un giorno forse riuscirò a descrivere anche questo, questo continuo ripristinare un grado zero di tensione che può avvenire unicamente per mezzo di una catastrofe, appunto. Il sollievo e la gratitudine che una persona può provare quando tutto sembra, a tutti gli effetti, essere perduto. Il sollievo e la gratitudine e l’energia. Le cose che diventano facili, i pensieri che si rigenerano, sostanziali, distinti, ordinati. La mia attitudine a diventare razionale non appena risvegliatami nello scenario postbellico della guerra che ho causato. La mia straordinaria capacità di gestire il disastro, la mia incapacità, fisica, di prevenirlo. Il fatto che è il vuoto postraumatico a rendere i movimenti possibili, tutto quello spazio, le macerie una polvere così sottile da non costituire un ostacolo.

Ovviamente, tra il prima e il dopo c’è un passaggio, ed è un luogo in cui sono passata e che non ricordo, e un luogo dove sarò costretta a ripassare e un luogo dove mai, per il bene di nessuno vorrei ripassare e un luogo che mai, mai nella vita, voglio ricordare.

Ma soprattutto, vorrei poter descrivere il sollievo della catastrofe, e la sua necessità.

Per questo, dopo tre giorni di digiuno che mi hanno raccontato e poi un pasto completo, i capelli puliti e un lieto fine insperato (quando tutto era, a tutti gli effetti, perduto, e la notizia del disastro era già stata diffusa e la gente aveva pianto ed era stata ferita ed era stata delusa), quando lei, che mi conosce da poco, mi dice “che bisogno c’era? hai visto che era facile, che sapevi farlo”, l’intera portata della faccenda è illuminata per un attimo, anche quel posto che sta tra il prima e il dopo, quel posto dove, scritte in parole che non voglio mai imparare, suppongo risiedano le ragioni, le leggi della mia vita che è una ricostruzione ricorsiva, il calendario dei terremoti stagionali e l’elenco finito di quelli accidentali, i nomi delle vittime, e l’inventario di ciò che è andato perduto, frantumato per un vuoto ospitale, immolato alla possibilità dei gesti, delle parole, quando lei dice “era facile, sapevi farlo” il solo ricordo di quel luogo in mezzo, vago e trascurabile quanto un incubo, mi mette in ginocchio, su un ponte bello e turistico, a vomitare.

(dettagli tecnici) n.8

giugno 12, 2013

l’altra cosa è che ormai penso sempre più spesso di amare questa città come ho amato tutto il resto, che essa condivida non solo la funzione ma la natura stessa degli oggetti del mio sentimento, cose che non mi appartengono, e alle quali appartengo.

(afasia) n.10

maggio 9, 2013

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[Trevor Brown]

(aruspicina) n.3

aprile 30, 2013

[a mia sorella,  che mentre non c’ero
mi ha riportata a casa]

Ma tra poco
tra poco ci fioriranno addosso
le magnolie – come candele – e allora,
finalmente, apparirà davvero troppo grande
questo tempo senza. Racconterò
di quando sono morta
in Piazza Venezia
e circondata da amore e giovinezza e guardie
armate, avevo in bocca pezzi di ghiaia
e i nomi sbagliati. – Al mattino
non sentii che la febbre e capii dopo,
solo dopo. Ma tra poco
noi non bruceremo che di sole
e i passi per andarcene
li rallenterà solo l’asfalto
morbido di giugno.– Per te
avrei una storia molto triste: vedo
rompersi i nessi dolcissimi e corrompersi
i labirinti d’incanto
nelle vostre menti così esatte e belle
e così bianche.
Di me non esiste più memoria; non esiste più
ciò di cui ho memoria. Eppure
mi hanno amata, eppure
ho amato così tanto.
Ma tra poco, tutte le fiammelle
di nuovo esploderanno, il tempo
aggiungerà un anello
e io dirò a qualcuno dell’incandescenza
della pelle bianca, liscia come la cera
e come i fiori. Di come mi gocciolava addosso
la vita che mi manca.

(retroscena) n.1

aprile 26, 2013

Quasi improvviso il magnete che da sopra
strappa via qualcosa
delle ossa (colpi come
di un cuore) – la città,
allora, sbianca il cielo e allora
forse puoi chiudere gli occhi – e poi
sempre dal cielo illuminato
giallo, scende insieme con l’acqua la
terra – respirare è un dato ancora
quasi certo:

inspiri cinque volte e poi

finalmente, finalmente
e poi ancora.

Il cielo, allora, diventa questa cosa
bianca dalla fame, scricchiola elettrica
l’aria tra i capelli, strido se si sfiorano
le dita, se si toccano
i denti

mi strazia e aumenta il battere risonante contro
il petto, grido per l’asfalto che si allarga o che si scioglie o
che (non c’è più voce che tenga, non c’è grazia
se c’è un fuoco appiccato dietro agli occhi
e quelle bocche che)

e pensi, fa’ che ci sia dio, fa’ che ci sia
fa’ che sia vero tutto, che sia
vero che ogni mio osso è polvere e che
cado e poi l’ultima cosa
è il bordo
-che si avvicina-
di un gradino (una cosa accidentale
e irreversibile) e poi
dopo questo tempo
dopo questo
e ancora
sempre
questo
per favore

che io sbatta la testa
abbastanza,
e che sia adesso.

(dettagli tecnici) n.4

aprile 9, 2013

Dopo una notte di brutti sogni e brutti presagi, la concatenazione di contrattempi stupidi che appaiono, tutti, inevitabili. Poi, mentre ancora ti stai muovendo a caso, senza nemmeno darti il tempo di cercare una soluzione, uno sconosciuto bussa alla porta di casa tua per riportarti le cose perdute e dice «abbiamo fatto tutto il possibile».

Hanno fatto tutto il possibile.