(raccolti da terra) n.4

aprile 1, 2014

Ci sono anche le magie senza prezzo, però. Come quando, nel bel mezzo della prepotente primavera romana, un barbone che parla il  mio dialetto ci chiede una sigaretta (dicendo, «non metterci il filtro» e, dopo, di fronte alla mia evidente incapacità di tenere insieme il tabacco, «e vabbene, metticelo») e ci racconta una vita in cui abbondano le madri e mancano i padri, le quattro donne che non ha sposato, la mensa della caritas, la tigna guarita da un dottore a roma, le trasferte del cosenza, una volta sono io ci sono andato a taranto, forza juve l’inter ci ha rubato lo scudetto, la gente butta via la roba buona, il tavernello venduto troppo caro, le scommesse sportive a piazza vittorio, il barcellona di guardiola, ma voi siete del norditalia?

E poi, tira fuori da sotto la maglietta un rotolo di carta tenuto insieme con gli elastici, sceglie un fogliettro tra gli altri e dice «tenete, ve ne regalo una, quest’altra no che tanto l’ho già persa», ed è una schedina che risulterà, alla fine, vincente.

 

 

Per la maggior parte i miei sogni sono sogni di pericolo. Se sto molto bene, sono sogni di avventure. Se sono disperata sogno rappresentazioni allegoriche della mia disperazione, e le metafore sono sempre elementari e perfettamente decifrabili. Se sono molto triste, sogno di fare cose che mi sono precluse, e per tutta la durata del sogno, che è intenso e dolcissimo e più reale della maggior parte delle cose che sento da sveglia, so benissimo che è solo un sogno, che finirà a un certo punto indipendentemente dai miei desideri e dalle mie azioni. So anche che quello che sto facendo, anche se lo faccio in sogno, è una cosa indebita. Quando sono molto triste faccio sogni realistici.

Però venerdì notte anche se ero triste ho sognato di avere un figlio, minuscolo, più piccolo di qualsiasi neonato io abbia mai visto, e che era fragile perché ammalato. Io non sapevo prendermi cura di lui, gli facevo battere la testa. Più avanti diventava un gattino, ma anche quello era troppo ammalato, le zampe erano strane e facevano male al cuore e io ero impotente. Ma poi diventava un uccellino, troppo piccolo per volare, fragile e ammalato e tutto il resto, ma io sapevo cosa fare e sentivo questa cosa immensa che era una sorta di amore più grande di me e dell’uccellino, e una responsabilità antecedente al mio amore ed ero infinitamente felice di sapere cosa fare, e di saperlo fare. Pensavo fosse un sogno di consolazione.

Poi, ieri mattina, passeggiando sotto casa ho visto questa cosa piccolissima saltellare tra le macchine, spaventata da ogni cosa, terrorizzata e irrimediabilmente nel posto sbagliato. Ho sempre conosciuto il dolore particolare dato dalla tenerezza, dalle cose troppo piccole e troppo fragili; le cose che rischi di rompere per disattenzione o per un moto crudele e irrazionale, o perché, semplicemente, non ce la fai più a sopportare quella cosa che brucia nel petto, e hai la tentazione di mettere fine alla paura e alla vertigine, farla finire. Ho cercato di spiegarla molte volte, questa cosa, il tormento della tenerezza, quello struggimento allarmato e dolce. Qualcuno l’ha capito.

Mi stava nel pugno socchiuso, mi stava nel palmo, beveva da un dito e ho pensato: per fortuna, per fortuna ho le mani abbastanza piccole.

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tiny little gifts

(c’è il lieto fine, fate un sorriso).

(raccolti da terra) n.2

luglio 6, 2013

«Il cuore ha le sue ragioni che la ragione ancora se la ride.»
(che vorrei tanto averlo detto io, ma la fonte è: comeneveperipesci.com)

Poi, io dico sempre di non poter scrivere se non di me stessa peché sono nata senza fantasia, non so inventare le cose, non so come sia umanamente possibile dire qualcosa che non è mai stato, eppure basterebbe una passeggiata a roma est per rendere chiunque in grado di scrivere un racconto. Per esempio: una donna con la gonna lunga, il viso avvolto nelle bende come un ninja, che di notte fruga nel cassonetto alla ricerca di vestiti. Poi parla e si scopre che non è una donna, ma un uomo. Che è laureato in ingegneria, che ha un lavoro. Che le bende sono perché sai, il vicinato, mi vergogno. Che a casa sua c’è una fdanzata che dorme e lo aspetta. Che lui ha questa forma di feticismo: trovare vestiti da donna nella spazzatura. Che per la sua ragazza va bene, va bene che lui stia fuori la notte a cercare vestiti per lei, va bene che lui li porti a casa perché lei li indossi, vanno bene le bende, va tutto bene, per lei, che dorme, e lo aspetta.

E io sono così ubriaca e così innamorata, succedono cose bellissime, da qualche parte l’amore è un posto accogliente, da qualche parte, e io ho vinto una gara che non volevo combattere. È così inutile sentire questa cosa – voi lo direste che può essere inutile? – una cosa grandissima che non serve a niente, non serve a nessuno e fa così male, così innamorata, consumata da un desiderio violento che sta in ogni parte, come il caldo così bello di luglio, come la stanchezza, è in ogni parte, ma non può importare e quindi non importa. Da qualche parte ho fatto un nodo, quel giorno, per tacere, e il nodo tiene. Sono in un posto incredibile.

Se mai domani. Solo, non adesso.

(raccolti da terra) n.1

giugno 9, 2013

Vicino a dove abito c’è un incrocio molto grande. Il quadrante nord-ovest è delimitato da un muro, dietro al quale si aprono campi e una fabbrica abbandonata e poi i binari. Un lato del muro è completamente ricoperto di ex voto, targhe di marmo o di pietra, candele, fiori di plastica. Le preghiere e le richieste di grazia e la devozione sono rivolti al mosaico di una madonnina incassato nel muro, con le candele accese e un sacco di fiori. A questo punto dovrei essere abituata, ma non mi abituo, e ogni volta che l’autobus si ferma al semaforo vicino al muro mi metto a leggere le targhe e qualcosa in quella devozione mi fa tremare. Molte delle lastre di marmo sono a forma di cuore. Molte hanno scritto solo ‘grazie’ o ‘P.G.R.’ o le iniziali di qualcuno. Molte chiedono cose specifiche o ringraziano per cose specifiche, riportano una data di quattro o venti anni fa, dicono “GRAZIE PER GIULIA”.
Una delle targhe, invece, dice solo “TI PREGO”.